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Lo sai che? Criticare datore su Facebook: si può essere licenziati?

Lo sai che? Pubblicato il 22 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 22 giugno 2017

É legittimo postare sui social una critica verso la propria azienda? Cosa si rischia? Si può perdere il lavoro? La Cassazione fa il punto.

Criticare il datore di lavoro su Facebook a volte è una tentazione irresistibile, ma può avere conseguenze molto gravi. Ma davvero si può essere licenziati per un post di troppo pubblicato sui social network? La risposta cambia a seconda dei casi. Con una recente sentenza [1], la Cassazione ha affermato che se il post non ha contenuto diffamatorio e, quindi, non offende la reputazione e l’immagine dell’azienda per cui si lavora, il licenziamento deve considerarsi illegittimo. Ciò in quanto esiste un diritto di critica anche in capo al lavoratore che, a meno che non pubblichi una frase che comprometta la fama e la nomea del datore, non rischia di perdere il posto.

La vicenda all’esame della Cassazione

La vicenda sottoposta all’esame della Suprema Corte riguardava una donna licenziata dalla sua azienda per aver pubblicato su Facebook un messaggio dal presunto contenuto diffamatorio e lesivo della reputazione del datore di lavoro. In primo grado, il Tribunale aveva affermato la legittimità del licenziamento, confermandolo. In secondo grado, invece, la Corte d’appello aveva sancito l’illegittimità dello stesso ordinando la reintegrazione della lavoratrice. La Cassazione ha confermato tale ultima decisione.

In pratica viene affermato che il post incriminato non aveva contenuto realmente diffamatorio e, quindi, non offendeva l’onore e la reputazione del datore di lavoro. Dunque, se postiamo su Facebook una critica senza essere diffamanti, non possiamo essere licenziati perché ciò, appunto, rientra nel nostro diritto di esprimere un’opinione, seppur contraria verso l’operato del nostro capo.

Al contrario, se il post si presenta come effettivamente diffamatorio, ben potrà configurarsi una giusta causa di licenziamento (a patto che il contenuto sia talmente grave da ledere gravemente l’immagine del datore di lavoro). Viene in considerazione, in questi casi, anche il dovere di fedeltà che il lavoratore è tenuto ad osservare nei confronti del datore stesso.

Imposto dal codice civile [2], tale prescrizione valorizza il rapporto di fiducia esistente tra datore e dipendente, prescrivendo a quest’ultimo di comportarsi secondo correttezza e buona fede verso il suo capo. Il lavoratore deve evitare, ad esempio, di screditare l’azienda e, in generale, di realizzare qualsiasi comportamento che possa recare danno a quest’ultima.

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è stato coinvolto, negli ultimi anni, in rilevanti interventi riformatori del nostro legislatore (dalla riforma Fornero al Jobs Act). Allo stato attuale la norma trova applicazione per i lavoratori assunti prima del marzo 2015 e per i dipendenti statali.

Secondo l’articolo 18, «il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato […] annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca della nuova occupazione» [3].

In pratica quindi, se il fatto che ha dato origine al licenziamento è insussistente, il lavoratore dovrà essere reintegrato e avrà diritto alla retribuzione a lui spettante dal momento del fatto al giorno in cui riprende a lavorare (detratti i salari ricevuti per altri lavori nel frattempo svolti).

Attenzione però, perché «insussistenza del fatto» non vuol dire solo insistenza materiale dello stesso, ma anche presenza di un fatto che, tuttavia, è privo di illiceità [4]. In poche parole, il licenziamento va dichiarato illegittimo non soltanto quando risulti che non è mai esistito un post di critica contro il datore di lavoro, ma anche se il post incriminato esiste ma non è in concreto diffamatorio.

Se pubblichiamo su Facebook una critica senza essere offensivi e senza ledere l’immagine dell’azienda, non potremo essere licenziati. Se ci hanno ingiustamente mandato a casa, potremo chiedere la reintegrazione.

Diffamazione su Facebook: quando si configura

Facebook e i social network in generale rappresentano ormai luoghi virtuali accessibili da chiunque. Pubblicare un commento offensivo, spesso, può rivelarsi una pessima idea. Oltre rischiare sanzioni disciplinari o (nel peggiore dei casi) il licenziamento, il fatto può avere risvolti penali, integrando il reato di diffamazione.

Ma quando un post può dirsi legittimo e quando invece è diffamatorio? Secondo la Cassazione, come già visto nella sentenza in esame, la pubblicazione è diffamatoria quando lede l’immagine del datore, denigra i servizi offerti dall’azienda e, in generale, travalica i confini del diritto di critica, inteso come diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Perché possa parlarsi di pubblicazione illecita, inoltre, è necessario che i soggetti a cui si riferisce siano perfettamente individuabili (non occorre per forza indicarli con nome e cognome: sono sufficienti specifici riferimenti che rendano palesi i destinatari del messaggio).

Per cui, quando critichiamo esageratamente il nostro datore, oltre a rischiare il posto di lavoro potremo incorrere in un reato, quello di diffamazione, tra l’altro aggravata perché commessa attraverso un «mezzo di pubblicità» [5]. La pena quindi sarà più alta (reclusione da sei mesi a tre anni o multa non inferiore a 516 euro) rispetto a quella prevista per il reato base (reclusione fino a un anno o multa fino a 1.032 euro).

note

[1] Cass. sent. n. 13799/2017 del 31.05.2017.

[2] Art. 2105 cod. civ.

[3] Art. 18, comma 4, L. n. 300/1970.

[4] Cass. sent. n. 20540/2015 del 13.10.2015.

[5] Art. 595, comma 3, cod. pen.


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