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Lo sai che? Quando l’avvocato è responsabile per patrocinio infedele

Lo sai che? Pubblicato il 15 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 15 giugno 2017

Non c’è reato di patrocinio infedele se non vi è attività giudiziale e la prova del danno per gli interessi della parte, che dalla condotta dell’avvocato sia derivato.

Si fa presto a dire che l’avvocato non è stato bravo o – come i più temerari a volte affermano – «si è messo d’accordo con la controparte». Ma da qui ad accusarlo del reato di patrocinio infedele [1] passa un abisso. Non tanto perché, oltre al semplice sospetto, è necessaria anche la prova che il legale si sia reso infedele ai suoi doveri professionali, ma anche in quanto è necessario dimostrare di aver subìto un danno economico da tale comportamento [2]. Non solo. Secondo la Cassazione [3] il reato di patrocinio infedele si può configurare solo quando vi sia stata un’attività giudiziale, mentre invece per tutto ciò che avviene fuori dalle aule del tribunale (come ad esempio una vertenza di lavoro innanzi all’ispettorato o una conciliazione), si ricade fuori dal penale.

Il fatto, però, che non vi sia il reato di patrocinio infedele non significa che l’avvocato non risponda dei propri errori; ma anche per l’azione civile finalizzata ad ottenere il risarcimento del danno è necessario che il cliente dimostri non solo il danno, ma anche che, se il professionista avesse tenuto un comportamento corretto e diligente, il giudizio avrebbe avuto per lui un esito positivo. Come dire che non si può chiedere risarcimento per le «cause perse già in partenza» per quanto l’avvocato non si sia impegnato. Ma procediamo con ordine e, prima di elencare le ultime sentenze pronunciate dalla giurisprudenza, vediamo cos’è il reato di patrocinio infedele e quando scatta.

Cos’è il reato di patrocinio infedele

Quale interesse tutela il reato di patrocinio infedele?

Il delitto di patrocinio o consulenza infedele tutela l’interesse al corretto svolgimento dell’attività giudiziaria, sotto il profilo della correttezza dell’attività del patrocinatore e del consulente tecnico.

Chi può commettere il reato di patrocinio infedele?

A commette tale reato può essere soltanto il patrocinatore o il consulente tecnico (perciò si parla di «reato proprio»).

Chi è il soggetto passivo del reato?

Il soggetto passivo è lo Stato, inteso come rappresentativo degli interessi della collettività, attesa la rilevanza pubblica della funzione che svolge l’avvocato.

Quando scatta il reato di patrocinio infedele

Il reato scatta nel caso in cui l’avvocato (o il consulente tecnico) arrechi danno agli interessi della parte difesa, assistita o rappresentata davanti al giudice, rendendosi infedeli ai propri doveri.

Quali presupposti perché scatti il reato di patrocinio infedele?

Dalla definizione appena data, si ricavano gli elementi necessari perché si possa parlare del reato di patrocinio infedele:

  • ci deve essere un incarico professionale;
  • ci deve essere un’attività svolta davanti a un giudice. Elemento costitutivo del reato è dunque la pendenza di un procedimento davanti all’autorità giudiziaria nell’ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti dal professionista con mandato. Non ci può essere reato, ad esempio, nell’ambito di una procedura stragiudiziale come quella conciliativa di lavoro;
  • ci deve essere un danno per il cliente.

Quali pene per il patrocinio infedele?

È prevista la reclusione da uno a tre anni e la multa non inferiore a euro 516. La condanna comporta l’interdizione dai pubblici uffici. Scattano le aggravanti nel caso in cui:

  • il colpevole ha commesso il fatto colludendo con la parte avversaria;
  • il fatto è stato commesso a danno di un imputato;
  • il fatto è commesso a danno di persona imputata di un delitto per il quale la legge commina la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore a cinque anni.

Come si denuncia il patrocinio infedele dell’avvocato?

Il cliente leso dall’eventuale patrocinio infedele del proprio avvocato può denunciarlo alle autorità, come i Carabinieri, la Polizia o depositando la denuncia presso la Procura della Repubblica. Si tratta di un reato procedibile anche d’ufficio e non necessita, quindi, necessariamente della querela della parte. Quella del cliente danneggiato è quindi solo una segnalazione.

Patrocinio infedele: ultime sentenze

Dovendosi distinguere tra l’illecito disciplinare e la condotta integratrice del reato di patrocinio infedele, data l’unicità del parametro di riferimento, costituito dalle norme deontologiche professionali, deve ravvisarsi il reato quando si è in presenza di una condotta infedele del professionista, che impedisce alla parte di ottenere i risultati attesi con l’esplicazione di un’attività professionale che risponda ai requisiti della correttezza e della lealtà e che sia affidabile, sì da garantire, più in generale, la tutela dell’interesse pubblico al buon funzionamento della giustizia (la Corte, sia pure in una fattispecie in cui si discuteva del reato di calunnia, ha escluso che potessero ravvisarsi i presupposti del patrocinio infedele nella condotta di un difensore di cui si lamentava la mancata partecipazione a una camera di consiglio nell’interesse dell’assistito, senza però la rappresentazione che da tale comportamento fosse derivato alcun nocumento per la parte: rigetto dell’istanza, mancato conseguimento di un beneficio, e simili).

Cassazione sent. n. 26542/2015

Difetta dell’elemento materiale del reato di calunnia il comportamento di colui il quale, qualunque sia stato il suo proposito nell’accusare falsamente un innocente, attribuisce a questo una condotta che non corrisponde a una determinata fattispecie legale di reato. Infatti, la calunnia è incolpazione di reati effettivi, e non di reati putativi, con la conseguenza che, se il fatto attribuito, così come descritto, non costituisce reato e integra, tutt’al più, un illecito deontologico o disciplinare, la configurabilità della calunnia resta esclusa. Né ha rilievo che il denunciante abbia o no indicato un preciso nomen iuris e si sia apertamente proposto di provocare l’apertura di un procedimento penale in pregiudizio dell’incolpato, avendo ravvisato, in forza di distorte ma convinte opinioni giuridiche, nell’altrui operato azioni od omissioni costitutive di reato (fattispecie in cui è stato respinto il ricorso avverso la sentenza che aveva mandato assolto dal reato di calunnia l’imputato, il quale si era limitato a denunziare alla Procura della Repubblica il comportamento del suo difensore che non aveva partecipato a una camera di consiglio, senza aggiungere che tale comportamento gli aveva cagionato un qualsiasi nocumento, come il rigetto di un’istanza o il mancato conseguimento di un beneficio: cosicché, secondo la Corte, esattamente era stata esclusa la calunnia perché la accusa non corrispondeva concettualmente al paradigma normativo del reato di patrocinio infedele).

Non è configurabile il reato di patrocinio infedele pur quando sia accertata la dolosa astensione del difensore dall’attività processuale per la quale aveva ricevuto il mandato, se non vi è anche la prova del nocumento per gli interessi della parte, che da quella condotta sia derivato.

Cassazione sent. n. 26542/2015

In tema di patrocinio infedele, la persona privata offesa non può che essere la persona o parte specificamente assistita in giudizio dal difensore infedele, che subisce un danno diretto dal contegno antidoveroso del legale, e non anche la sua controparte processuale, salvo il caso di collusione tra i patrocinatori di una parte processuale con la “parte avversaria”, in quanto a sua volta rappresentata da patrocinatori infedeli.

La persona offesa del reato di patrocinio infedele di cui all’art. 380 c.p. si identifica, oltre che con la p.a., con la parte assistita in giudizio dal difensore infedele, che subisce direttamente un danno dal contegno antidoveroso del patrocinatore, ma non anche con la sua controparte processuale, salvo il caso di collusione reciproca tra i difensori di una parte processuale con la “parte avversaria”, in quanto a sua volta rappresentata da patrocinatori infedeli.

Cassazione sent. n. 45059/2014

Non integra il reato di patrocinio infedele la condotta dell’avvocato che, dopo aver assistito un creditore nel procedimento per ingiunzione definitosi con la mancata opposizione del debitore, ometta di avviare il procedimento esecutivo mobiliare, e trasmetta al proprio “dominus” un falso verbale di pignoramento da lui stesso redatto.

Cassazione sent. n. 39229/2013

Il reato di patrocinio infedele si concretizza in una condotta che, mediante l’infedeltà ai doveri professionali, arreca nocumento agli interessi della parte assistita; il nocumento, quale conseguenza della violazione dei doveri professionali, rappresenta dunque l’evento del reato, che non deve essere inteso soltanto come un vero e proprio danno patrimoniale, ma deve essere posto in relazione anche al mancato conseguimento di benefici di natura morale che la parte avrebbe tratto qualora il patrocinatore si fosse comportato lealmente.

Cassazione sent. n. 25700/2012

In tema di infedele patrocinio (art. 380 c.p.), non vale ad escludere la sussistenza del reato, qualora questo venga fatto consistere nell’avere il difensore consigliato al proprio assistito una condotta obiettivamente idonea a produrgli nocumento, in quanto vietata e penalmente sanzionata dalla legge, il fatto che l’assistito abbia consapevolmente aderito al suddetto consiglio, giacché il criterio di valutazione della condotta del professionista non riguarda l’incarico ricevuto ma il dovere professionale. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che correttamente fosse stata affermata la sussistenza del reato in un caso in cui il difensore di un soggetto imputato di bancarotta fraudolenta e frode fiscale aveva consigliato al suo assistito di presentare una dichiarazione iva non veritiera, continuando ad utilizzare fatture per operazioni inesistenti, al fine di non rendere evidente l’infedeltà delle dichiarazioni precedenti).

Cassazione sent. n. 6703/2011

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 20066 del 12 maggio 2009, ha confermato la condanna di un avvocato che aveva indotto il suo cliente al versamento di quote non dovute alla pena di due anni, 800 euro di multa, oltre al risarcimento dei danni alla parte civile, per truffa aggravata e patrocinio infedele. Nella fattispecie l’avvocato aveva indotto l’assistito al versamento di 15.000.000 di lire al fine di costituire un deposito cauzionale per ottenere la cancellazione di ipoteca. La Corte ha specificato in particolare che per la sussistenza del reato di patrocinio infedele è necessaria, quale elemento costitutivo del reato, la pendenza di un procedimento nell’ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti con il mandato, che peraltro non deve necessariamente estrinsecarsi in atti o comportamenti processuali.

note

[1] Art. 380 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 26542/2015.

[3] Cass. sent. n. 29783/17 del 14.06.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 30 marzo – 13 giugno 2017, n. 29783
Presidente Conti – Relatore Calvanese

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Trieste riformava la sentenza del Tribunale di Udine, che aveva dichiarato P.P. , all’esito di giudizio abbreviato, responsabile del reato di calunnia ai danni di N.C., condannandolo alla pena ritenuta di giustizia.
1.1. All’imputato era stato contestato di aver, con denuncia-querela presentata il 18 ottobre 2011, accusato falsamente la N. , che sapeva innocente, di reati di truffa e patrocinio infedele.
In particolare, l’imputato aveva sostenuto di aver consegnato all’avvocato N. , che aveva assunto l’incarico di rappresentarlo in una controversia di lavoro per licenziamento, la somma di Euro 1.000 a titolo di onorario e fondo spese, senza che fosse rilasciata ricevuta, di non aver ottenuto l’assistenza legale, di aver richiesto invano l’avviso di parcella, di averla contattata invano e di averle consegnato, senza ottenerne la restituzione, materiale e documentazione.
Era stato accertato in sede di merito che l’imputato aveva conferito mandato al legale il 27 novembre 2009 e quest’ultima si era attivata, chiedendo prima al datore di lavoro le retribuzioni e contestato il licenziamento, e poi avviando la prevista procedura di conciliazione davanti alla commissione provinciale, all’esito della quale era stato stilato un accordo, in base al quale il P. rinunziava all’impugnare il licenziamento, venendogli riconosciute delle somme (tra le quali anche il compenso di 1.000 Euro per le spese legali), da liquidarsi entro date concordate con assegni circolari; che il P. non aveva aderito all’accordo, per la mancanza del pagamento contestuale; che il legale aveva fatto ottenere al cliente il trattamento di disoccupazione; che il P. aveva preteso che il legale predisponesse una insinuazione al passivo della società datrice di lavoro, nel frattempo fallita, per le sue competenze professionali, richiesta alla quale il legale non aveva aderito, non avendo ricevuto nulla come compenso; che ne erano seguite quindi insistenti telefonate del P. al legale nelle quali quest’ultima era stata minacciata di venire denunciata se non avesse provveduto all’insinuazione; che il P. era all’epoca seguito anche da altro legale.
1.3. Secondo il primo giudice era da ritenersi falsa la affermazione della avvenuta consegna al legale delle somme indicate nella denuncia e della mancata restituzione degli oggetti consegnati, tenuto anche conto che la veridicità della versione della N. era suffragata dalla documentazione in atti che dimostrava che l’attività svolta dal legale a favore dell’imputato fosse stata esente da rilievi professionali.
1.4. La Corte di appello escludeva la sussistenza del fatto in ordine all’imputazione relativa all’accusa formulata di appropriazione indebita, in quanto non contenuta nella querela; riteneva altresì non nodale la questione della dazione o meno della somma di 1.000 Euro, sulla quale si era concentrata la sentenza di primo grado, considerato anche che non risultava provata con granitica certezza; mentre riteneva accertata la calunniosità della accusa di infedele patrocinio, in quanto dagli atti processuali emergeva l’ineccepibile adempimento da parte del legale del mandato ricevuto dall’imputato: aveva redatto a favore del proprio assistito due querele, aveva ottenuto il pagamento di retribuzioni non corrisposte dal datore di lavoro, aveva instaurato la procedura di conciliazione, lo aveva assistito per l’ottenimento dell’indennità di disoccupazione.
2. Avverso la suddetta sentenza, ricorre per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, disp. att. cod. proc. pen.:
– violazione di legge, in ordine agli artt. 368 e 380 cod. pen., in quanto non risulterebbe acquisito agli atti il decreto di archiviazione della denuncia presentata dall’imputato; difetterebbe inoltre il presupposto del reato di patrocinio infedele della pendenza di una procedura dinnanzi all’autorità giudiziaria (nella specie si trattava di procedura di conciliazione davanti all’Ispettorato del lavoro), con la conseguente non ravvisabilità del reato di calunnia, considerato che per le restanti accuse rivolte alla N. la Corte di appello non ha ravvisato gli estremi del reato;
– violazione di legge, in relazione agli artt. 42, primo comma, 368 e 380 cod. pen., in quanto la Corte di appello non avrebbe considerato la mancanza di dolo.
3. La parte civile, Cristina N. , ha depositato, a mezzo del suo difensore, in vista dell’udienza una memoria difensiva, nella quale ha contestato la fondatezza del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito illustrate.
2. È assorbente rilevare la fondatezza della censura esposta nel primo motivo, con cui si eccepisce l’erronea applicazione della legge penale.
La Corte di appello, focalizzando la condanna dell’imputato sulle sole accuse mosse al legale sulla conduzione della procedura conciliativa, non si è resa conto che in ordine a tale attività non era ipotizzabile il reato di cui all’art. 380 cod. pen..
Per la sussistenza del reato di patrocinio infedele è infatti necessaria, quale elemento costitutivo del reato, la pendenza di un procedimento dinanzi all’autorità giudiziaria nell’ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti con il mandato, anche se la condotta non deve necessariamente estrinsecarsi in atti o comportamenti processuali (tra le tante, Sez. 6, n. 28309 del 17/06/2016, Miserotti, Rv. 267096). Il che ha portato ad escludere l’applicazione dell’art. 380 cod. pen. nel caso in cui la condotta infedele si riferisca a procedure non pendenti davanti all’autorità giudiziaria, ancorché poste in essere prima dell’instaurazione del procedimento e ad esso prodromiche (Sez. 2, n. 13489 del 16/03/2005, Vanaria, Rv. 231159).
Nella fattispecie in esame, al momento della procedura conciliativa di lavoro attivata nel 2010 davanti alla speciale commissione non era in corso un processo effettivo ed attuale (Sez. civ. 2, n. 18343 del 13/09/2004, Rv. 577016).
È principio più volte affermato che la denuncia che non contenga gli estremi di un reato, di per sé non costituisce calunnia, essendo necessario, perché questo reato possa configurarsi, l’alterazione in tutto o in parte della verità dalla quale possa derivare incolpazione per il denunciato.
Incolpazione che non deve derivare dalla qualificazione giuridica data ai fatti dal denunciante, ma che deve essere contenuta negli elementi portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria o di organi che abbiano obbligo di riferire a questa (per tutte, Sez. 5, n. 11013 del 21/10/1993, Guercia, Rv. 196595).
L’errore nell’applicazione la legge penale comporta l’annullamento della sentenza impugnata, che deve essere pronunciato senza rinvio.
In vero, la sentenza impugnata ha escluso la possibilità di pervenire con certezza alla prova della falsità in ordine alle altre accuse di truffa e di patrocinio infedele (riguardanti l’insinuazione al passivo della procedura fallimentare) contenute nella querela presentata dall’imputato.
La Corte di appello ha affermato che la effettiva dazione al legale delle somme a titolo di competenze professionali risultava smentita soltanto da considerazioni di ordine logico, ma non confutata da prove certe. Sul punto, la stessa sentenza impugnata ha dato atto che le circostanze di fatto che avevano in primo grado dimostrato la falsità della querela sul punto risultavano contrastate con l’appello dall’imputato (che aveva denunciato con il gravame il travisamento dei fatti): appello che, secondo la sentenza impugnata, aveva trovato rispondenza negli atti processuali.
L’avvenuta puntuale e completa disamina del materiale acquisito ed utilizzato nel giudizio di merito rende pertanto privo di utilità il giudizio di rinvio che non potrebbe in alcun modo colmare la situazione di vuoto probatorio storicamente accertato (Sez. 6, n. 26226 del 15/03/2013, Savina, Rv. 255784; Sez. U, n. 45276 del 30/10/2003, Andreotti, Rv. 226100).
3. La sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


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