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Pensione, se mi trattengo al lavoro quanto guadagno?

16 giugno 2017 | Autore:


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Di quanto aumenta la pensione se si ritarda l’uscita dal lavoro?

Ritardare l’uscita dal lavoro conviene, o in termini di pensione non ne vale la pena? Questa è una delle domande più frequenti che si fanno i lavoratori prossimi alla maturazione dei requisiti della pensione.

Il peso di un anno di lavoro in più sulla pensione non è uguale per tutti, in termini di valore, ma dipende da molteplici fattori: l’ammontare dello stipendio o del reddito, le aliquote applicate (cioè le percentuali del reddito, o dello stipendio, versate come contributi previdenziali), le settimane contribuite e l’età del lavoratore sono senza dubbio gli elementi fondamentali per determinare l’assegno di pensione, anche se “la parte del leone” la fa il sistema di calcolo, contributivo, retributivo o misto (per la generalità dei lavoratori dipendenti; per gli autonomi e i liberi professionisti, i sistemi di calcolo dipendono dalla specifica gestione previdenziale).

Di fatto, dall’emanazione della Legge Fornero tutti i lavoratori dipendenti sono soggetti al calcolo misto, in quanto il calcolo contributivo, dal 2012, deve essere applicato nella generalità dei casi, anche a coloro che avrebbero avuto diritto al sistema retributivo. Ma procediamo per ordine e vediamo come funzionano i diversi sistemi di calcolo e come il prolungamento della permanenza al lavoro può influenzare la pensione.

Calcolo retributivo e misto della pensione

Il calcolo retributivo della pensione deve essere applicato:

  • sino all’anno 2011, per coloro che possiedono oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • sino all’anno 1995, per coloro che possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995: parliamo in questo caso di calcolo misto.

Il calcolo retributivo si basa:

  • per la prima quota, o quota A, sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sulle settimane di contributi versate al 1992;
  • per la seconda quota, o quota B, sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sulle settimane di contributi versate dal 1993 al 1995, per i soggetti al calcolo misto, o dal 1993 al 2011, per gli ex “retributivi puri”.

I fattori che influenzano il calcolo della pensione, in questo caso, oltre alle rivalutazioni, sono dunque le settimane di contributi sino al 1992 e quelle sino al 1995 o al 2011, assieme alla media degli ultimi 5 e 10 anni di stipendio. È dunque chiaro che la permanenza al lavoro, nel caso in cui vi sia una crescita dello stipendio, influenzerà positivamente la quota della pensione calcolata col sistema retributivo, in quanto farà salire la media degli ultimi 5 e 10 anni di retribuzione. Al contrario, la permanenza al lavoro con un contratto part time peggiorerà la quota retributiva della pensione, a meno che non si tratti del part time agevolato, che prevede l’accredito dei contributi in misura piena nonostante l’orario di lavoro ridotto.

Calcolo contributivo

La pensione cresce sempre, invece, con riferimento alla quota contributiva. Ricordiamo che:

  • i lavoratori che non possiedono contributi precedenti al 1996, così come gli iscritti alla Gestione separata, o coloro che si avvalgono dell’opzione donna o dell’opzione Dini, hanno diritto al calcolo interamente contributivo;
  • i contribuenti misti applicano il calcolo contributivo dal 1996;
  • gli ex “retributivi puri” applicano il calcolo contributivo dal 2012.

Il calcolo contributivo si basa sui contributi accreditati nell’arco della vita lavorativa (montante contributivo), rivalutati e trasformati in pensione da un coefficiente di trasformazione che aumenta al crescere dell’età.

Considerando che, per la maggioranza dei lavoratori dipendenti, i contributi accreditati ogni anno corrispondono al 33% dello stipendio, vediamo dunque di quanto può crescere la pensione per ogni anno di permanenza al lavoro.

Calcolo contributivo: come cresce la pensione

Per capire quali riflessi ha la permanenza al lavoro sulla pensione, prendiamo il caso di un lavoratore che percepisce 30.000 euro di stipendio annuo, ha 62 anni, ha raggiunto i requisiti per la pensione anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne) ma decide di fermarsi al lavoro per un altro anno, sino al compimento di 63 anni.

Per quest’anno di lavoro in più, gli vengono accreditati 9.900 euro di contributi (il 33% di 30.000): non sono, però, 9.900 euro di pensione in più.

La contribuzione, difatti, viene convertita in assegno dal coefficiente di trasformazione: considerando che il coefficiente di trasformazione, per chi si pensiona a 63 anni, è pari a 5,002, il lavoratore si ritroverà in più, sulla pensione, 495,20 euro all’anno, circa 38 euro al mese.

Se decide di trattenersi 2 anni, a stipendio invariato, la pensione aumenta per più del doppio, in quanto aumenta il coefficiente di trasformazione: così 19.800 euro di contributi (9.900 x 2) si trasformano, considerando che il coefficiente corrispondente a 64 anni di età è 5,159, in 1.021,48 euro annui di pensione in più, circa 78 euro al mese.

Se decide di trattenersi 3 anni, sempre ammettendo che lo stipendio resti invariato e non ci siano rivalutazioni, guadagnerà 1.581,82 euro annui (il coefficiente corrispondente a 65 anni è 5,326), ossia circa 121 euro al mese in più.

Fino a quanto ci si può trattenere in servizio?

Il lavoratore, ad ogni modo, non può trattenersi in servizio a suo piacimento, in quanto:

  • se dipendente pubblico, può essere cessato dal servizio se ha raggiunto i requisiti per la pensione anticipata o di vecchiaia e il limite di età ordinamentale (se non raggiunge il limite di età ordinamentale la cessazione è a discrezione dell’amministrazione, diversamente l’ente datore di lavoro è obbligato a licenziarlo);
  • se lavoratore dipendente del settore privato, può essere liberamente licenziato dal datore di lavoro una volta raggiunti 70 anni e 7 mesi di età.
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