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Lo sai che? Guida sotto effetto di droga: analisi dell’urina o del sangue?

Lo sai che? Pubblicato il 18 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 giugno 2017

La polizia, dopo aver notato la pupilla dilatata e il linguaggio sconnesso, può limitarsi all’analisi delle urine per avviare il procedimento contro il conducente sorpreso dopo aver assunto droghe.

Cambio di rotta: per la Cassazione è possibile condannare l’automobilista per guida sotto l’effetto di stupefacenti anche solo con i risultati delle analisi delle urine se vi sono altri elementi sintomatici da far ritenere che l’uomo si sia drogato come, ad esempio, le frasi sconnesse o la pupilla dilatata. Viene così smentita la diversa tesi, che ha tenuto per anni, secondo cui è sempre necessario il prelievo del sangue o della saliva. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

È finito il garantismo: basteranno solo i prelievi delle urine e sintomi rilevati dai poliziotti a condannare l’automobilista per guida in stato di alterazione psicofisica da sostanze stupefacenti o psicotrope. A questo punto, sarà decisivo l’accertamento cosiddetto «sintomatico» effettuato dalle autorità al momento dello stop: se i poliziotti notano nel conducente i tipici sintomi dello stato di alterazione, come linguaggio sconnesso e pupille dilatate, gli accertamenti strumentali come l’analisi del sangue non sono più necessari, ma bastano i semplici liquidi biologici come, appunto, le urine.

Il codice della strada [2] stabilisce che, al fine di acquisire elementi utili per motivare l’obbligo di sottoposizione agli accertamenti nei confronti del conducente, gli organi di Polizia stradale, secondo le direttive fornite dal Ministero dell’interno, nel rispetto della riservatezza personale e senza pregiudizio per l’integrità fisica, possono sottoporre l’automobilista ad accertamenti qualitativi non invasivi o a prove, anche attraverso apparecchi portatili.

La circolare del Ministero dell’Interno del 16 marzo 2012 ha precisato che per quanto concerne la prova circa l’assunzione di sostanze psicoattive, questa è ricavabile dall’analisi di una matrice biologica (es. sangue o saliva) in grado di evidenziare effetti attuali sul soggetto e non pregressi. Il prelievo del campione biologico e le metodologie analitiche devono, inoltre, essere compiute secondo rigorose modalità e in condizioni di sicurezza e affidabilità (consenso dell’interessato, campionamento in almeno tre aliquote, catena di custodia, analisi di screening, analisi di conferma, ecc.). Resta inteso tuttavia che il prelievo per l’accertamento tossicologico può essere compiuto da personale sanitario anche direttamente sulla strada, avvalendosi per l’analisi di laboratori specializzati. In questi casi l’eventuale positività può costituire presupposto per il ritiro della patente di guida.

Secondo l’orientamento appena sposato dalla Suprema Corte, va smentita l’interpretazione secondo cui alle analisi dei metaboliti nel campione della minzione debba sempre essere associato il prelievo di sangue o di saliva in base al protocollo operativo sugli accertamenti. Un’interpretazione opposta a quella che la Cassazione ha seguito in passato, affermando che le analisi delle urine non bastano perché non danno precisamente conto dell’epoca in cui è stato assunto lo stupefacente.

Viene quindi bocciata la tesi della difesa dell’automobilista secondo cui i metaboliti della cocaina restano nelle urine per diversi giorni, anche quando la sostanza stupefacente non influenza più in alcun modo la condotta del soggetto.

Secondo la sentenza in commento, è vero che circolare emessa dal ministero dell’Interno nel 2012 – nel riferirsi all’analisi di una matrice biologica in grado di evidenziare effetti attuali e non pregressi sul soggetto alla guida del veicolo – parla solo di prelievi di saliva e sangue, ma lo fa a puro titolo di esempio. Non si può quindi esclude la rilevanza dell’analisi di altri liquidi biologici come le urine.

note

[1] Cass. sent. n. 30237/17 del 16.06.17.

[2] Art. 187 cod. str.

Autore immagine: 123rf com


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