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Appropriazione indebita amministratore di società

2 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 luglio 2017



Chi si occupa della gestione di un’impresa può utilizzare il denaro sociale solo per soddisfare gli interessi dell’ente: altrimenti può scattare il penale.

Se l’amministratore di una società si appropria del denaro comune per destinarlo a fini personali o di terze persone, commette il reato di appropriazione indebita. Il patrimonio dell’ente è infatti distinto da quello dei singoli soci. Esso è finalizzato a realizzare l’oggetto della società, ossia a finanziare la specifica attività sociale. Se l’amministratore utilizza il denaro sociale per scopi diversi, può andare incontro a responsabilità penale. Vediamo tutto nel dettaglio.

Il reato di appropriazione indebita

Il nostro codice penale sanziona espressamente colui che, «per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso» [1]. Si tratta del reato di appropriazione indebita, punito con la reclusione fino a tre anni e la multa fino a 1.032 euro. La legge, attraverso tale delitto, vuole tutelare il proprietario di un bene dai comportamenti del soggetto che, avendo la disponibilità materiale della cosa, lo utilizza per fini personali o di altre persone.

L’appropriazione indebita dell’amministratore di società

Se l’amministratore di una società usa il denaro dell’ente (o qualsiasi altro bene appartenente alla compagine) per scopi personali o di soggetti terzi, commette il reato di appropriazione indebita. La casistica giurisprudenziale sul tema è molto variegata.

Circa un anno fa, ad esempio, la Cassazione si è pronunciata sul caso dell’amministratore di una società operante del campo della ristorazione, condannato per aver utilizzato parte del denaro comune per finanziare sondaggi pre-elettorali [2]. É evidente come il soggetto abbia abusato della sua qualità di gestore dell’impresa. L’amministratore di una società, infatti, non ha la libera disponibilità del denaro collettivo (e, in generale, dei beni della società). In pratica, egli non può fare quello che vuole solo per il fatto di essere al vertice dell’azienda.

Partiamo da una considerazione: la società è un soggetto giuridico distinto dai soci e, quindi, anche dagli amministratori. Il patrimonio della società non si confonde con quello personale dell’amministratore. Quest’ultimo, quindi, non può utilizzare il denaro comune come fosse il proprio, in quanto si tratta di risorse destinate alla realizzazione dell’oggetto sociale (ossia allo scopo per cui la società stessa è stata costituita).

Pertanto, per scoprire se l’amministratore risponde di appropriazione indebita dobbiamo porci una domanda: per quale finalità egli ha utilizzato il denaro (o il bene) sociale? Se il patrimonio è stato usato per scopi completamente estranei all’oggetto sociale, allora il reato in esame può dirsi configurato. Nell’esempio sopra-riportato, il denaro della società è stato utilizzato per fini totalmente diversi (pagamento sondaggi elettorali) da ciò di cui l’impresa stessa si occupa (ristorazione): l’amministratore risponde quindi di appropriazione indebita.

Al contrario (secondo la Cassazione) se le risorse comuni vengono utilizzate per ragioni che, anche indirettamente, siano riconducibili all’oggetto sociale, il reato non si configura [3]. In questo caso l’amministratore non persegue (o persegue solo apparentemente) un vantaggio personale o di terzi, perché l’operazione si rivela comunque coerente con l’attività dell’impresa.

L’intenzione dell’amministratore

Si è detto che, affinché possa configurarsi il reato in esame, è necessario che l’amministratore persegua una determinata finalità: quella di procurare a sé o ad altri un profitto ingiusto. Ebbene, alla legge non importa se questo vantaggio sia poi effettivamente realizzato o meno. Ciò che rileva è che l’amministratore abbia utilizzato i fondi societari:

  • con la consapevolezza che si trattava di denaro non suo;
  • con lo scopo di ottenere un profitto per se stesso o per altri.

La posizione degli altri soci

La Cassazione afferma che l’amministratore che distrae denaro per scopi estranei all’oggetto sociale non può difendersi sostenendo che non tutti i soci erano contrari all’operazione. La posizione degli altri soci, quindi, non rileva per la configurazione del reato in questione. Nè può avere importanza il fatto che la società non si trovava in stato di insolvenza o che i membri non hanno subito un danno rilevante.

Con l’appropriazione indebita, infatti, è il patrimonio comune ad essere danneggiato, patrimonio distinto da quello di tutti gli altri soci. Va ricordato, infatti, che il denaro sociale costituisce garanzia per eventuali crediti, oltre a rappresentare fonte di affidamento per i tutti i terzi che intrattengono rapporti con la compagine. Ciò che rileva, in definitiva, è:

  • che siano state impoverite le casse sociali (cosiddetta «deminutio patrimonii»);
  • che il soggetto abbia agito per perseguire un ingiusto profitto;
  • che l’operazione sia stata del tutto estranea allo scopo sociale.

L’amministratore unico di società

La giurisprudenza punisce per aver commesso appropriazione indebita anche l’amministratore socio unico di una società di capitali (nella specie si trattava di una S.r.l.) [4]. Se questi distrae il patrimonio dell’ente per fini personali o di terzi, risponde del reato in esame. La motivazione sempre la stessa: la società di capitali (anche con un solo socio) è un soggetto giuridico distinto dalla persona fisica che la gestisce. Il patrimonio sociale, come affermato, non si confonde con quello dell’amministratore unico. Quest’ultimo, quindi, non può utilizzarlo per scopi diversi da quelli perseguiti dall’ente.

Non occorre la querela

L’appropriazione indebita commessa dall’amministratore di società non è punibile a querela di parte. Una volta ottenuta la notizia di reato (ad esempio tramite denuncia), l’autorità giudiziaria inizierà le indagini d’ufficio. Quanto detto è previsto espressamente dal codice. Di regola, infatti, l’appropriazione indebita è perseguita solo a seguito di querela. Se commessa da chi gestisce un’impresa, tuttavia, essa viene realizzata con abuso delle relazioni d’ufficio: in questo caso, secondo il codice penale, non occorre più la querela [5].

La differenza con l’infedeltà patrimoniale

La legge, in materia societaria, prevede un altro reato i cui confini con l’appropriazione indebita sono molto labili: si tratta del delitto di infedeltà patrimoniale. Secondo il codice civile, «gli amministratori, i direttori generali, i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando a questi ultimi un danno patrimoniale, sono punibili con la reclusione da sei mesi a tre anni» [6].

Come si può notare, si tratta di un reato societario molto vicino all’appropriazione indebita commessa dall’amministratore. Anche nell’infedeltà patrimoniale si assiste ad un impoverimento delle casse sociali e alla distrazione del denaro al fine di ottenere un profitto personale o di terzi.

Ciò che distingue il reato in questione dall’appropriazione indebita, tuttavia, è la presenza di un preesistente conflitto di interessi in capo all’amministratore. Se tale conflitto è presente, l’amministratore commette infedeltà patrimoniale (reclusione da sei mesi a tre anni e procedibilità a querela della persona offesa). Viceversa, in assenza di conflitto di interessi, la condotta dell’amministratore va qualificata come appropriazione indebita (per cui è prevista la reclusione fino a tre anni o la multa fino a 1.032 euro e, come visto, non è necessario presentare una querela).

note

[1] Art. 646 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 39008/2016 del 6.5.2016.

[3] Cass. sent. n. 30942/2015 del 3.7.2015.

[4] Cass. sent. n. 50087/2013 del 14.11.2013.

[5] Art. 646, comma terzo, cod. pen.

[6] Art. 2634 cod. civ.

Cassazione penale, sez. VI, sent. 06.05.2016, n. 39008

Integra il reato di appropriazione indebita la condotta dell’amministratore di una società di capitali che versi somme di denaro della società a terzi, per il perseguimento di un interesse estraneo a quello dell’ente ed in mancanza di un formale assenso dei soci al compimento di tali erogazioni.

Cassazione penale, sez. II, sent. 03.07.2015, n. 30942

Non integra il reato di appropriazione indebita, ma una mera condotta di distrazione non rilevante ai sensi dell’art. 646 cod. pen, il compimento, da parte dell’amministratore di una società di capitali, di atti di disposizione patrimoniale comunque idonei a soddisfare anche indirettamente l’interesse sociale, e non un interesse esclusivamente personale del disponente.

Cassazione penale, sez. II, sent. 14.11.2013, n. 50087

É configurabile il reato di appropriazione indebita aggravata a carico di colui che, rivestendo la carica di amministratore unico di una società a responsabilità limitata di cui egli possieda la totalità delle quote, si appropri senza giustificato motivo di denaro appartenente a detta società. In tal caso, perdurando in capo all’agente la qualità di amministratore unico, è anche legittimo, sotto il profilo della ravvisata sussistenza del «periculum in mora», il sequestro preventivo della somma oggetto dell’appropriazione.

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