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Lo sai che? Chi paga le spese legali se c’è l’accordo?

Lo sai che? Pubblicato il 18 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 giugno 2017

Se c’è transazione le parti sono entrambe responsabili in solido per la parcella dei rispettivi avvocati; ma è possibile trovare un diverso accordo che andrà comunque formalizzato.

Può capitare che, nel corso di una causa, le parti trovino un accordo e, con l’aiuto dei rispettivi avvocati, siglino un contratto (cosiddetta transazione) per porre fine alla lite e regolare i loro successivi rapporti. Chiaramente l’attività svolta sino ad allora dagli avvocati andrà retribuita, così come bisognerà stabilire a carico di chi sono le spese già sostenute per il giudizio (notifiche, contributo unificato, eventuale parcella al consulente tecnico, ecc.). Una circostanza non di poco conto che, a volte, potrebbe influire sul giudizio di convenienza della stessa transazione. Chi paga le spese legali se c’è l’accordo? In verità la legge lascia libere le parti di regolamentare la questione secondo ciò che meglio credono, ben potendo porre a carico di una sola delle parti o di entrambe le spese di giudizio. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa prevede la legge nel caso in cui gli interessati non prevedono niente.

Spese legali: l’accordo che chiude la lite

Quando le parti coinvolte in causa decidono di abbandonare il giudizio perché hanno trovato un accordo, possono farlo in tre modi:

  • con la cosiddetta rinuncia agli atti: si ha quando chi ha iniziato la causa dichiara, davanti al giudice, di voler abbandonare il giudizio. La sua rinuncia deve essere accettata dalle altre parti, le quali altrimenti potrebbero chiedere la prosecuzione del giudizio. Se l’attore o il ricorrente – così di chiama chi intraprende il giudizio, a seconda che l’atto iniziale sia una citazione o un ricorso – dichiara di rinunciare agli atti, il giudice pronuncia l’estinzione del processo. Le spese processuali sono a carico del rinunciante, che dovrà rimborsarle alle altre parti. È tuttavia possibile accordarsi per una diversa ripartizione delle spese (ad esempio distribuendole in pari misura tra tutti i soggetti coinvolti nella causa);
  • con una transazione riportata in verbale e firmata dal giudice il quale così dichiara che è venuta a cessare la materia del contendere e chiude il giudizio. Il pregio di questa soluzione è di garantire alle parti un titolo esecutivo ossia un documento (appunto il verbale di udienza con la sottoscrizione del magistrato) con la stessa forza di una sentenza. Con la conseguenza che se una delle parti non rispetta l’accordo, l’altra potrà avviare l’esecuzione forzata. Lo svantaggio di questa soluzione è che richiede il pagamento dell’imposta di registro. Quanto alle spese legali, se le parti non stabiliscono diversamente, entrambe restano vincolate a pagare gli avvocati che hanno partecipato al giudizio e alla redazione dell’accordo;
  • con l’estinzione del processo per inattività delle parti: se attore e convenuto (o meglio i rispettivi avvocati) trovano un accordo, possono decidere di non presentarsi più ad una (qualsiasi) udienza; in tal caso il giudice rinvia la causa ad altra data e se anche a quest’ultima nessuno è presente, la causa viene cancellata dal ruolo. In altre parole, il giudizio termina. Questa soluzione si distingue dalla precedente perché la transazione non viene riportata nel verbale di udienza ma è costituita da una scrittura privata. Ciò evita di dover pagare l’imposta di registro, ma non consente di avere un titolo esecutivo (con conseguente impossibilità di avviare l’esecuzione forzata).

Chi paga le spese legali in caso di transazione?

Come abbiamo appena visto, nelle ultime due ipotesi la causa si chiude con una transazione, ossia con un accordo che pone fine alla lite. Ma se nel primo caso l’accordo viene riportato nel verbale di udienza, nel secondo invece viene trascritto in una comune scrittura privata.

Nella transazione le parti di solito stabiliscono chi debba pagare le spese legali già sostenute. Nella prassi, le spese vengono ripartite tra le parti, nel senso che ciascuno paga il proprio avvocato e sostiene le spese di giudizio che ha già anticipato. Così l’attore che ha versato il contributo unificato non potrà chiedere il rimborso. Ma che succede se la transazione non contiene alcuna indicazione su chi deve pagare le spese legali conseguenti all’accordo? La legge professionale forense stabilisce che, in caso di una transazione in una vertenza già iniziata le parti sono «solidalmente responsabili» per il pagamento del compenso degli avvocati incaricati (anche quello di controparte). Questo significa che ciascun avvocato potrà chiedere il pagamento della propria parcella sia al proprio cliente, sia al suo avversario. Da ciascuno dei due può pretendere l’integrale somma o solo una parte. Ad esempio, se l’avvocato dell’attore, rivoltosi al proprio cliente, non ha ottenuto soddisfazione può chiedere l’intero pagamento al convenuto. Come detto questa regola vale solo se le parti non hanno stabilito in modo diverso. Per questo, spesso, negli atti di transazione, gli avvocati sono soliti riportare la propria rinuncia al diritto di far valere la «responsabilità solidale» dell’avversario.

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Autore immagine: 123rf com


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