Diritto e Fisco | Editoriale

Retata contro i testi delle canzoni: la pirateria come gli aerei, l’industria dei contenuti come i polli


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 ottobre 2012



Condannati il portale “LiveUniverse” e il suo fondatore per aver pubblicato i testi di qualche migliaio di canzoni: la spietata lotta alla violazione del copyright e alla pirateria on line.

Uno magari pensa che dietro al titolo di giornale “Fulminea retata nella notte” o “Precedente storico della Corte Californiana” vi sia la notizia di un grosso colpo al crimine internazionale, e quasi tira un sospiro di sollievo senza aver nemmeno letto l’articolo.

È quello che mi è capitato qualche ora fa, frugando tra le notizie di un noto sito internet. Nulla però di quanto potessi, a naso, immaginare. Si trattava invece della condanna, decretata dalla US District Court della California, nei confronti del portale “LiveUniverse” e del suo fondatore, Mr. Greenspan, per aver pubblicato i testi di qualche migliaio di canzoni.

Se questo vi farà saltare dalla sedia, la misura del risarcimento lo farà ancora di più: 12.500 dollari a canzone!

L’azione era stata intrapresa dai soliti noti: NMPA, Warner, Peermusic e BMG. L’accusa è sempre la stessa: violazione del copyright.

Una volta tanto, mi viene in mente con piacere la pubblicità delle nostre compagnie telefoniche: quelle che regalano gli smartphone se acquisti un abbonamento. Anche loro hanno capito che solo se hai un cellulare puoi telefonare. E allora tanto vale donare l’apparecchio se questo serve a tirare le vendite del prodotto complementare. Un po’ come dovrebbe essere un normale rapporto tra testi e canzoni. Se lo hanno capito anche in Italia…

Non credo si possa essere interessati a leggere le parole di una canzone che non si conosce o che non si è mai ascoltato prima. Per essere interessati ai testi bisogna avere la musica e, quindi, il CD.

Il 17 dicembre 1903, su una spiaggia ventosa del North Carolina, i fratelli Wright dimostrarono che un veicolo pesante, spinto da propulsione, può volare.

Fu l’inizio di una serie di studi che portarono all’invenzione del moderno aereomobile.

Questo però pose una serie di problemi di carattere giuridico. Difatti, all’epoca, la legge americana stabiliva che il titolare di un terreno era proprietario non solo del fondo, ma anche di tutta la terra al di sotto, fino al centro dell’emisfero, e di tutto lo spazio aereo al di sopra, “fino a un’estensione indefinita verso l’alto”. Questo significava legittimare ogni proprietario di fondi a intraprendere un’azione legale contro chiunque avesse volato sulla sua proprietà.

Il problema si pose, in tutta la sua vivacità, in una vicenda alquanto bizzarra. I polli della fattoria dei contadini Causby, spaventati per i primi voli a bassa quota degli aerei militari, puntualmente si schiantavano terrorizzati contro le pareti del granaio. E morivano.

Così i Causby sporsero denuncia contro il governo americano per violazione della loro proprietà.

La questione approdò alla Corte Suprema e il giudice Douglas [come altro si può chiamare, del resto, un giudice americano? N.d.r.], con una sola sentenza, cancellò anni di interpretazioni giurisprudenziali. Egli scrisse questo:

“Tale dottrina non ha spazio nel mondo moderno. L’aria è un’autostrada pubblica (…). Se ciò non fosse vero, ogni volo transcontinentale sarebbe soggetto a infinite denunce per violazione della proprietà. Il senso comune si ribellerebbe all’idea. Il riconoscimento di simili istanze private nei confronti dello spazio aereo intaserebbe queste autostrade, interferendo seriamente con il loro sviluppo nell’interesse pubblico (…)”.

Il senso comune si ribellerebbe all’idea”: è questo il passaggio fondamentale della pronuncia, la consacrazione che la legge deve prendere le mosse da quella che è la coscienza e la volontà del popolo. La legge si deve adeguare alle tecnologie che la collettività sposa e utilizza.

Sono le norme a dover cambiare e non le persone. Ma questo può succedere solo quando non esiste alcun soggetto sull’altra sponda del cambiamento che vi si oppone.

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2 Commenti

  1. Sottolineo lo stupendo passo finale di Angelo Greco che fonda la nostra battaglia anticopyright per cui la nuova tecnologia digitale abbatte il vecchio diritto d’autore: ” Il senso comune si ribellerebbe all’idea”: è questo il passaggio fondamentale della pronuncia, la consacrazione che la legge deve prendere le mosse da quella che è la coscienza e la volontà del popolo. La legge si deve adeguare alle tecnologie che la collettività sposa e utilizza.Sono le norme a dover cambiare e non le persone. Ma questo può succedere solo quando non esiste alcun soggetto sull’altra sponda del cambiamento che vi si oppone”. Cito dalla sent. anticopyright:” La legge e la giustizia vanno applicate in nome del popolo ad esso spettando la sovranità(art. 1 della Cost.) e il metro di questa sintonia è proprio la rispondenza piena del popolo alle leggi penali emanate dal Parlamento, il quale può andare “controcorrente” quando contraddica lo spirito del comune sentire della popolazione che ad esso ha dato mandato, incorrendo in tal maniera di fatto nella disapplicazione della norma scritta.Nel caso di specie la norma repressiva di base, la protezione penalistica – e non meramente civilistica del diritto d’autore – è desueta di fatto per l’abitudine di molte persone di tutti i ceti sociali, che, in diuturnitas, ricorrono all’acquisto di cd per strada o scaricano musica da Internet”(http://www.antiarte.it/eugius/sentenza_anticopyright.htm).
    11 minuti fa · Mi piace

  2. la legge DOVREBBE adeguarsi alle tecnologie, ma non può x l’ottusità dei burocrati e per questioni di simpatie ed antipatie. Figurati che la Prefettura di Milano non mi ha accettato un ricorso per una banale multa benchè inviatole nei termini. Ha risposto, per iscritto e abbondantemente fuori tempo massimo (quattro mesi), che non accettano ricorsi per fax perchè il Codice della Strada non ne prevede l’invio in tal modo (li accetta però a mezzo PEC, che strano).

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