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Lo sai che? Che rischia chi si approfitta di un incapace?

Lo sai che? Pubblicato il 19 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 giugno 2017

Annullamento del contratto, circonvenzione di incapace e violenza sessuale sono tre delle possibili conseguenze per chi si approfitta di una persona incapace, interdetta, inabilitata, deficiente o minore d’età.

Può avvenire che, allo scopo di realizzare i propri propositi e vantaggi economici, persone senza scrupoli si approfittino di soggetti con una limitata capacità d’intendere e volere. In questi casi, però, la legge offre delle tutele che vanno dall’ambito civile (ad esempio l’annullamento del contratto) a quello penale (ad esempio l’incriminazione per circonvenzione di incapace). Tali tutele possono essere azionate da chi è preposto alla cura e alla sorveglianza del soggetto in condizioni di inferiorità psichica nonché da quest’ultimo stesso (sebbene più difficilmente atteso che proprio la sua condizione non gli consente di comprendere di essere stato vittima di un raggiro o un abuso). Ma chi è l’incapace? Perché si possa essere accusati di abuso di un incapace è necessario che quest’ultimo sia affetto da una patologia clinicamente accertata oppure basta uno stato di semplice alterazione mentale non necessariamente riconducibile a una interdizione o inabilitazione? Di tanto ha dato degli importanti chiarimenti una recente sentenza della Cassazione [2]. Ma procediamo con ordine e vediamo che rischia chi si approfitta di un incapace.

Circonvenzione di incapace

Il codice penale [1] prevede il reato di «circonvenzione di incapace». La norma stabilisce che «chiunque, per procurare a sè o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d’infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 206 euro a 2.065 euro». Affinché si configuri il reato di circonvenzione di persone incapaci, è sufficiente che si ingeneri un pericolo di danno per il soggetto passivo.

Non c’è bisogno di una malattia psichica per essere considerati incapaci di mente

Chi sono gli incapaci?

Le vittime del reato di circonvenzione di incapace sono

  • i minorenni
  • gli incapaci.

La Cassazione ha offerto, qualche giorno fa, degli interessanti chiarimenti sul punto [2]. Secondo la Corte, la definizione di incapaci (più ampia rispetto a quella prevista dal codice civile e di cui parleremo a breve) non include solo gli interdetti o gli inabilitati, né coloro che sono affetti da una malattia clinicamente accertata. È sufficiente una alterazione delle facoltà di comprensione e di determinazione della volontà tale da trarre in inganno la vittima a seguito delle suggestioni generate (in malafede) da altre persone. La malafede è un elemento essenziale della circonvenzione di incapace perché – come vedremo a breve – intanto si può parlare di reato in quanto lo stato di incapacità sia riconoscibile dall’agente. Il che significa che questi se n’è anche approfittato.

Detto ciò possiamo includere nella categoria degli «incapaci» due tipologie di soggetti:

  • l’infermo psichico: si intende ogni alterazione psichica derivante sia da una vera e propria malattia (quindi catalogabile tra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive. Come detto l’infermo non deve necessariamente essere interdetto o inabilitato per aversi il reato di circonvenzione di incapace;
  • il deficiente psichico: si intende un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave dell’infermo psichico (di cui al punto precedente), è tale da porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico (vi rientrano, per esempio, l’emarginazione ambientale, la fragilità e la debolezza di carattere).

Elemento caratterizzante di entrambe le ipotesi (infermo psichico e deficiente psichico) è che la minorazione non deve essere necessariamente determinata da una vera e propria malattia mentale; tuttavia, deve essere tale da «provocare una incisiva menomazione delle facoltà di discernimento o di determinazione volitiva, tale da rendere possibile l’intervento suggestivo dell’agente» [3].

Quando c’è abuso di incapace?

Perché scatti il reato di «circonvenzione di incapace» è necessario:

  • l’abuso dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minorenne ossia con meno di 18 anni;
  • l’abuso dello stato di infermità o di deficienza psichica di persona incapace e l’induzione al compimento di un atto.

Pertanto è necessario che vi siano i seguenti presupposti:

  • l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente, in cui quest’ultimo abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima, che, in ragione di specifiche situazioni concrete, sia incapace di opporre alcuna resistenza per l’assenza o la diminuzione della capacità critica;
  • l’induzione a compiere un atto che importi per il soggetto passivo o per altri qualsiasi effetto giuridico dannoso;
  • l’abuso dello stato di vulnerabilità che si verifica quando l’agente, consapevole di detto stato, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine e cioè quello di procurare a sé o ad altri un profitto;
  • la oggettiva riconoscibilità della minorata capacità, in modo che chiunque possa abusarne per raggiungere i suoi fini illeciti.

Quando non c’è circonvenzione di incapace?

Il reato viene meno quando l’autore della condotta agisce nei confronti [4]:

  • del coniuge non legalmente separato;
  • di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante o dell’adottato;
  • di un fratello o di una sorella che con lui convivano.

La violenza sessuale

Chi abusa delle condizioni di inferiorità psicologica o mentale di una persona, per indurla ad avere rapporti sessuali con sé commette reato di violenza sessuale. L’ipotesi è disciplinata da una specifica norma del codice penale [5] la quale stabilisce che: «Chiunque (…) induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento dei fatto (…) è punito con la reclusione da cinque a dieci anni». La violenza sessuale scatta perché il rapporto carnale, in questo caso, non è frutto di una libera scelta del soggetto incapace. Secondo la Corte, «indurre ad un atto sessuale mediante abuso delle condizioni di inferiorità psichica altro non è che approfittare delle condizioni di inferiorità psichica (…). L’abuso, quindi, si verifica quando le condizioni di inferiorità vengono strumentalizzate per accedere alla sfera intima della sessualità della persona, che a causa della sua vulnerabilità connessa all’infermità psichica, viene ad essere utilizzata quale mezzo per soddisfare le voglie sessuali dell’autore del comportamento di induzione. Tale comportamento risulta tipico proprio in quanto si lega con l’abuso: attraverso tale strumentalizzazione l’autore della condotta delittuosa trasforma la relazione sessuale, che di norma intercorre tra due persone in grado di autodeterminarsi nell’esplicazione della propria libertà sessuale, in mera fruizione del corpo della persona che si trovi in condizioni di vulnerabilità soggettiva dovuta ad infermità psichica, la quale, per effetto di tale comportamento, da soggetto di una relazione sessuale, viene ridotta al rango di ‘oggetto’ dell’atto sessuale».

Chi si approfitta di una persona con problemi psichici per andarci a letto commette reato

L’annullamento del contratto per incapacità

L’ultimo rimedio nei confronti di chi abusa di un soggetto incapace è quello di chiedere l’annullamento del contratto che quest’ultimo sia stato indotto a firmare o a stipulare oralmente. Il codice civile [6] stabilisce infatti che «Gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d’intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti, possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all’autore.

L’annullamento dei contratti non può essere pronunziato se non quando, per il pregiudizio che sia derivato o possa derivare alla persona incapace d’intendere o di volere o per la qualità del contratto o altrimenti, risulta la malafede dell’altro contraente.

L’azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui l’atto o il contratto è stato compiuto».

Ci sono 5 anni per far annullare il contratto concluso da un minorenne o un incapace

Cosa si intende per incapacità?

Il codice civile dà una definizione più limitata del concetto di incapacità rispetto a quella del codice penale (il quale, ovviamente, dovendo estendere la tutela a tutte le possibili situazioni di abuso, è stato anche più generico).

L’incapacità cui fa riferimento il codice civile è:

  • l’incapacità legale: riguarda i minori di 18 anni, gli interdetti o gli inabilitati;
  • l’incapacità naturale: è uno stato transitorio di minorazione delle facoltà psichiche dovuta a qualsiasi causa (ubriachezza, alterazione da droghe o sostanze psicotrope, suggestione ipnotica, ecc.) durante il quale il soggetto pone in essere un contratto o un atto che lo impegna (ad esempio una donazione, un testamento, l’acquisto o la vendita di un bene, ecc.). L’incapacità di intendere indica l’incapacità del soggetto a rendersi conto del significato delle proprie azioni; l’incapacità di volere, invece, indica l’incapacità di autodeterminarsi liberamente. In altri termini si fa riferimento alla mancanza di quel minimo di attitudine psichica a rendersi conto delle conseguenze dannose della propria condotta.

In questi casi, sia l’incapace che il suo tutore o curatore possono agire entro 5 anni per far annullare il contratto.

note

[1] Art. 643 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 24930/2017.

[3] Cass. sent. n. 2532/1998.

[4] Art. 649 cod. pen.

[5] Art. 609bis cod. pen.

Autore immagine: 123rf com

Corte di cassazione – Sezione IV penale – Sentenza 19 maggio 2017 n. 24930

Data udienza 30 marzo 2017

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

avverso la sentenza n. 1377/2015 CORTE APPELLO di ROMA, del 07/10/2015; visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 30/03/2017 la relazione fatta dal Consigliere Dott. PATRIZIA PICCIALLI;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. CASELLA GIUSEPPINA, che ha concluso per l’annullamento con rinvio nei confronti di (OMISSIS), limitatamente alla determinazione del trattamento sanzionatorio; annullamento con rinvio nei confronti di (OMISSIS), limitatamente alla sospensione condizionale della pena; inammissibilità degli altri ricorsi.

RITENUTO IN FATTO

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) ricorrono avverso la sentenza di cui in epigrafe che, pur parzialmente riformando quella di primo grado, in ispecie sotto il profilo sanzionatorio, li ha riconosciuti colpevoli dei reati a ciascuno ascritti (associazione per delinquere, furti, circonvenzioni di incapaci, truffe, ed altro);

(OMISSIS) si duole del trattamento sanzionatorio, sostenendo esservi stata una reformatio in peius: nel senso che il giudice di appello, pur applicandogli una pena nel complesso più favorevole di quella irrogata in primo grado, aveva determinato l’aumento per la continuazione per le plurime contestazioni dell’articolo 494 c.p. in termini deteriori (16 giorni di reclusione per ciascuna delle contestazioni, anziché 14 giorni, come stabilito in primo grado).

(OMISSIS) si duole della condanna, di cui non condivide la motivazione, specie con riguardo all’ipotesi associativa.

Si duole anche della mancata concessione delle generiche con giudizio di prevalenza, ma solo con giudizio di equivalenza.

(OMISSIS) si duole della condanna per il reato associativo, con riguardo soprattutto al ruolo apicale attribuitole, che spiega valorizzando semmai il proprio ruolo di moglie del (OMISSIS).

Si duole del trattamento sanzionatorio, sub specie della concessione delle generiche con giudizio di solo equivalenza.

Si duole della mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

Sempre la (OMISSIS), con altro ricorso, stavolta unitamente a (OMISSIS) e a (OMISSIS), dopo avere riproposto doglianza sulla asserita carenza di motivazione della condanna per l’associazione, pone, con gli altri, il tema della carenza di motivazione della condanna per le violazioni dell’articolo 643 c.p., assumendo che non sarebbe stata dimostrata la consapevolezza in capo ai soggetti delle condizioni pregiudicate delle vittime.

(OMISSIS) si duole del trattamento sanzionatorio, ritenuto eccessivo, e della concessione delle generiche solo con giudizio di equivalenza.

(OMISSIS) si duole della condanna per l’ipotesi associativa.

CONSIDERATO IN DIRITTO

I motivi sono in parte fondati come si dirà infra.

Infondate sono comunque le censure proposte con riferimento alla motivazione della condanna per il reato associativo.

A prescindere che si tratta di censure pretensive e generiche, prive di reali argomenti critici, vale osservare che la sentenza, ponendosi in linea con la decisione di primo grado, motiva in modo più che esauriente sia sotto il profilo oggettivo, che sotto quello soggettivo del coinvolgimento dei diversi sodali, sul tema della sussistenza dell’associazione volta alla commissione di truffe, furti, circonvenzioni di incapaci, in termini tali da non consentire una censura in questa sede.

Sul punto, la Corte di merito ha correttamente distinto il proprium dell’associazione rispetto a quello che caratterizza il concorso di persone, valorizzando, a supporto della ritenuta associazione, una serie di elementi di inequivoco valore dimostrativo della permanenza del vincolo e dell’apparato strutturale: la commissione di numerosi reati (circa ottanta) in un arco di tempo di circa otto mesi, il legame anche di natura familiare tra i sodali, i numerosi contatti telefonici, l’interscambiabilità dei ruoli operativi, l’utilizzo delle medesime metodiche, il compossesso di veicoli utilizzati per la commissione dei reati fine, ecc..

É un compendio motivazionale non attinto – come detto – dalle generiche doglianze proposte nei ricorsi, che sono di contestazione di merito sull’apprezzamento del compendio probatorio, in assenza di alcuna palesata e riscontrata illogicità o carenza argomentativa della condanna.

In proposito, risulta ampiamente spiegato il ruolo apicale (nell’associazione) della (OMISSIS), che non é incompatibile con il non coinvolgimento diretto nella fase dell’esecuzione materiale dei reati fine.

Di rilievo le argomentate considerazioni circa la gestione dei veicoli e circa il ruolo strategico (ed anche dimostrativo della posizione apicale) nella gestione del denaro anche per compensare i correi. A ulteriore supporto, viene rappresentato la costante informazione ricevuta dall’imputata circa l’esito delle diverse attività criminose, pure correttamente letto a supporto di un ruolo primario nella organizzazione ed operatività dell’associazione.

Inaccoglibili le censure sulle condanne per i diversi episodi di circonvenzione di persone incapaci.

Vale ricordare, in proposito, che, in tema di circonvenzione di persone incapaci (articolo 643 c.p.), il fatto che la legge individui tre categorie di soggetti passivi (il minore, l’infermo psichico e il deficiente psichico), distinguendo quindi tra infermo psichico e deficiente psichico e non considerando necessario che il soggetto passivo si trovi nella condizione per essere interdetto o inabilitato, induce a ritenere che per “infermità psichica” deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile tra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive, mentre la “deficienza psichica” é identificabile in un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave dell’infermità, é comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico (vi rientrano, per esempio, l’emarginazione ambientale, la fragilità e la debolezza di carattere). In ogni caso, minimo comune denominatore rinvenibile in entrambe le situazioni consiste nel fatto che, in tanto il reato puo’ essere configurato, in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente, nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica. Tale situazione di minorata capacità deve essere oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che chiunque possa abusarne per raggiungere i suoi fini illeciti (Sez. 2, n. 28907 del 12/06/2014, Shqiponje). Ebbene, la Corte territoriale, in linea con tali principi, motiva in termini convincenti non solo sulle accertate condizioni psicofisiche pregiudicate di alcune delle vittime (con riferimento a specifico accertamento tecnico), ma anche e soprattutto sul tema della riconoscibilità di tali condizioni, tali da avere indotto gli imputati alla scelta delle vittime e poi ad approfittare di queste condizioni pregiudicate (in primo luogo l’ipoacusia), determinate anche dall’età avanzata.

Motivato é ancora l’apprezzamento sviluppato sul giudizio di comparazione (concessione delle generiche solo equivalenti), supportato in modo incensurabile dalla valorizzazione negativa del numero dei reati fine e dei precedenti (di tutti salvo la (OMISSIS)), mentre per quest’ultima si é tenuto conto del ruolo primario nell’associazione.

Sono argomenti qui non rinnovabili.

Lo stesso vale per la in vero generica censura di (OMISSIS) sull’esercizio del potere dosimetrico,

sviluppato in modo analitico ed in linea con la disciplina dell’articolo 133 c.p.. Fondate sono le residue doglianze.

In primo luogo, sul trattamento sanzionatorio, quella del (OMISSIS).

Vale il principio secondo cui non viola il divieto di reformatio in peius ex articolo 597 c.p.p., comma 3, il giudice di rinvio che, individuata la violazione più grave ex articolo 81 c.p., comma 2, in conformità a quanto stabilito nella sentenza della Corte di cassazione, pronunciata su ricorso del solo imputato, apporti per uno dei reati in continuazione un aumento maggiore rispetto a quello ritenuto dal primo giudice, pur non irrogando una pena complessivamente maggiore (a supporto della decisione, la Corte ha, tra l’altro, valorizzato il disposto dell’articolo 597 c.p.p., comma 4, laddove se ne é tratto il convincimento che il legislatore ha preso in considerazione, come termine di riferimento e vincolo per il nuovo giudice, soltanto la pena “complessiva” e non certo i singoli segmenti – o passaggi di giudizio – che hanno concorso a determinare quella pena, cosi’ accreditando la logica che il nuovo giudizio sul punto conta solo, agli effetti di interesse, nel suo approdo conclusivo) (Sez.U, 2 n. 16208 del 07/03/2014, Capizzano).

É principio valevole anche in appello, laddove, come nella specie, il giudice non proceda a mutare il reato ritenuto più grave: per l’effetto, qui risulta violato il divieto di reformatio in peius con riferimento al calcolo dell’aumento per la continuazione per gli episodi di cui all’articolo 494 c.p., riformulato in termini peggiorativi. La sentenza va annullata in parte qua, solo per la rideterminazione corretta di tali aumenti.

Va accolta anche la doglianza della (OMISSIS) sulla sospensione condizionale della pena, su cui la Corte di merito non si é pronunciata.

Vale infatti il principio secondo cui, nel caso in cui l’imputato abbia chiesto con specifico motivo d’appello la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena inflittagli dal giudice di primo grado e il giudice d’appello non abbia preso in considerazione tale richiesta, omettendo qualsiasi motivazione sul punto, la sentenza impugnata deve essere annullata in parte con rinvio, in quanto la concessione di tale beneficio involge valutazioni di merito, anche con riferimento al giudizio prognostico indicato nell’articolo 164 c.p., che sono sottratte al giudizio di legittimità (Sez 2., n. 46981 del 12/10/2016, Grigoroi, Rv. 268402).

Proprio queste sono le ragioni che non consentono di seguire qui il diverso principio secondo cui dovrebbe essere annullata senza rinvio la sentenza d’appello che abbia immotivatamente disatteso la richiesta di concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, potendo il predetto beneficio essere direttamente disposto dalla Corte di Cassazione alle condizioni di legge (Sez. 5, n. 52292 del 15/11/2016, Spinelli, Rv. 268747).

Al rigetto dei ricorsi sopra indicati consegue ex articolo 616 c.p.p. la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di (OMISSIS) limitatamente al trattamento sanzionatorio.

Annulla altresi’ la sentenza impugnata nei confronti di (OMISSIS) limitatamente alla omessa motivazione sulla richiesta di sospensione condizionale della pena e rigetta nel resto il ricorso dalla stessa proposto. Rinvia alla Corte di Appello di Roma sulle posizioni sopra indicate. Visto l’articolo 624 c.p.p. dichiara irrevocabile l’affermazione di penale responsabilità nei confronti dei predetti.

Rigetta i ricorsi proposti da (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), che condanna al pagamento delle spese processuali.

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