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Lo sai che? I diritti di chi ha avuto una trasfusione di sangue infetto

Lo sai che? Pubblicato il 19 giugno 2017





> Lo sai che? Pubblicato il 19 giugno 2017

Come tutelarsi quando è stata contratta una malattia a causa della trasfusione di sangue infetto.

A causa della somministrazione di sangue infetto e di emoderivati possono insorgere malattie croniche fortemente invalidanti. In tal caso si configura una lesione dell’integrità psico-fisica della persona, che può essere in vario modo risarcita o indennizzata. Vediamo come individuare i responsabili del danno da trasfusione di sangue infetto e come chiedere i risarcimenti.

Quando può aversi trasfusione di sangue infetto?

I trattamenti che possono cagionare un contagio da sangue infetto sono:

  • le trasfusioni di sangue;
  • le trasfusioni dei cosiddetti emocomponenti, ossia di plasma, piastrine, globuli rossi e bianchi;
  • la somministrazione di prodotti medicinali derivati dal sangue attraverso un procedimento industriale. Questi farmaci vengono denominati emoderivati.

La cosiddetta terapia trasfusionale può essere praticata:

  • periodicamente durante tutto il corso della vita nel caso di patologie congenite (emofilia, talassemia e anemia ereditarie in genere);
  • in modo occasionale, quando le trasfusioni si rendono necessarie durante un ricovero ospedaliero (tipo in caso di incidente).

Le patologie che sono state cagionate più spesso da trasfusioni di sangue infetto, e perciò definite post trasfusionali, sono:

  • epatite b (virus Hbv);
  • epatite c (virus Hcv);
  • infezione da Hiv, da cui può scaturire la sindrome dell’Aids.

Le trasfusioni possono danneggiare l’integrità psico-fisica della persona

Le trasfusioni sono considerate a tutti gli effetti come trattamenti sanitari e perciò sottoposte ai principi in materia di tutela del diritto alla salute [1].

Chi è responsabile di un danno da trasfusione di sangue infetto?

Astrattamente la responsabilità da trasfusione di sangue infetto può essere imputata:

  • al Ministero della salute, che ha il compito istituzionale di tutelare la salute di tutti i cittadini e di controllare l’attività sanitaria e l’attività di produzione e commercializzazione dei farmaci. Il Ministero risponde a titolo di responsabilità extracontrattuale [2];
  • alla struttura sanitaria, presso la quale materialmente è stata eseguita la trasfusione o sono stati somministrati emoderivati, che deve rispondere dei danni cagionati ai pazienti a titolo di responsabilità contrattuale [3];
  • alla casa farmaceutica, produttrice del farmaco emoderivato, che si rivela infetto [4].

Danni da emotrasfusioni cagionati prima della scoperta dei virus

In passato chi pretendeva un risarcimento per trasfusione di sangue infetto poteva incontrare un ostacolo nella data del contagio. Si riteneva infatti che il Ministero non potesse essere considerato colpevole per tutti i contagi avvenuti prima della scoperta dei test di identificazione dei vari virus, veicolati dal sangue infetto.

Questa teoria è stata poi superata dalla giurisprudenza [5], che oggi pacificamente riconosce che il Ministero era tenuto, anche prima scoperta dei singoli test (1978 per il virus dell’epatite b, 1985 per il virus dell’Hiv, 1988 per l’epatite c), a controllare che il sangue usato per le trasfusioni fosse sano.

Non rileva l’anno in cui il singolo virus è stato scoperto dalla scienza

Quindi senz’altro a partire già dal 1978 grava sul Ministero della salute (prima detto della sanità) la responsabilità per omesso o insufficiente controllo sul sangue usato per le terapie trasfusionali e per la produzione di farmaci.

In questo causo, il danno è riconducibile alle omissioni del Ministero in quanto, in assenza di altri fattori alternativi, si può affermare che la condotta del Ministero, qualora fosse stata correttamente tenuta, avrebbe impedito l’uso del sangue infetto e quindi il contagio da emotrasfusioni. Tuttavia la prova della colpa del Ministero e del nesso di causa/effetto tra trasfusione e contagio va data dal danneggiato.

Responsabilità della struttura sanitaria

Come abbiamo visto, anche la struttura può essere chiamata a rispondere del danno da emotrasfusione con sangue infetto.

Più nel dettaglio, tra i vari obblighi che incombono sulla struttura e sul suo personale vi sono:

  • l’obbligo di effettuare i test sul sangue da utilizzare per le terapie;
  • l’obbligo di usare sangue tracciabile, per il quale cioè si possa identificare il donatore e il centro trasfusionale di provenienza;
  • l’obbligo di informare il paziente, che deve poter prestare il suo consenso informato alla trasfusione, dopo aver appreso i possibili rischi e i benefici del trattamento.

Poiché la struttura sanitaria risponde a titolo di responsabilità contrattuale, il paziente che agisce in giudizio per il risarcimento del danno deve provare:

  • l’esecuzione della prestazione sanitaria (di regola questa può essere provata mediante la cartella clinica), e quindi, ad esempio, l’intervento e la trasfusione di sangue praticata;
  • il contagio della malattia e l’entità del danno che ne è derivato.

La struttura, per contrastare le pretese del paziente, dovrà provare di aver correttamente eseguito la sua prestazione (cioè che il sangue non era infetto) o che non c’è nesso di causa (ad esempio, perché l’infezione era stata contratta dal soggetto ben prima del ricovero nella struttura).

Responsabilità della casa farmaceutica

Quando il contagio con una malattia infettiva è avvenuto a causa della somministrazione di un farmaco emoderivato, il soggetto danneggiato può invocare anche la responsabilità della casa farmaceutica che ha prodotto o importato il farmaco e le sue componenti.

Peraltro nei confronti della casa farmaceutica la colpa è presunta, perché:

  • il commercio di farmaci derivati dal sangue costituisce di per sé una attività potenzialmente nociva;
  • chi svolge professionalmente una attività pericolosa è tenuto al rispetto di più severi obblighi di controllo e di vigilanza.

Quindi, nel giudizio di responsabilità promosso contro la casa farmaceutica, sarà quest’ultima a dover provare, per non essere condannata, di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno (ad esempio analisi e metodi sperimentali, indipendentemente dal loro costo).

Prescrizione

Prima di iniziare un processo per ottenere il risarcimento dei danni da trasfusione di sangue infetto è bene verificare che il diritto non si sia già estinto per prescrizione, secondo le seguenti regole.

Prescrizione nei confronti del Ministero o della casa farmaceutica

La prescrizione del diritto al risarcimento del danno da responsabilità extracontrattuale, per intenderci quella imputabile al Ministero, è di cinque anni dal giorno in cui il fatto illecito si è verificato.

Più problematico è capire da quando vanno calcolati questi cinque anni, cioè in quale preciso momento il fatto si può considerare verificato.

A questo proposito, il principio elaborato dalla giurisprudenza afferma che la prescrizione per il danno da trasfusione di sangue infetto comincia a maturare non da quando viene eseguita la trasfusione, bensì da quando il soggetto contagiato riesce a percepire la malattia e riesce a ricollegarla secondo un principio di causa/effetto alla trasfusione stessa e alla negligenza dei medici, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche.

Tale momento nella maggior parte dei casi coincide con la data in cui il danneggiato propone la domanda per l’ottenimento dello speciale indennizzo da emotrasfusioni [6].

Il termine di prescrizione è ugualmente di cinque anni nei confronti della casa farmaceutica.

Prescrizione nei confronti della struttura sanitaria 

La struttura sanitaria, come detto, risponde per responsabilità contrattuale. Questo fa sì che il termine di prescrizione della domanda risarcitoria nei confronti dell’ospedale sia di dieci anni.

In tutti i casi, il danneggiato non potrebbe giovarsi dei termini prescrizionali più lunghi eventualmente previsti per il caso di reati.

Come verificare se c’è prescrizione

Anche nel campo dei danni da emotrasfusioni vigono i seguenti principi generali in tema di prescrizione:

  • la prescrizione va eccepita tempestivamente dalla parte interessata, cioè dal soggetto di cui si chiede la condanna in giudizio;
  • ad interrompere la prescrizione basta una semplice lettera di diffida. Dopo l’interruzione della prescrizione, comincia a decorrere un nuovo periodo di cinque o dieci anni;
  • la prescrizione è interrotta anche dal riconoscimento del diritto ad opera del debitore. Come riconoscimento ad esempio potrebbe valere l’indennizzo, sopra citato, che va in ogni caso scomputato dal risarcimento.

Diritto al risarcimento per i parenti del contagiato da sangue infetto

Il diritto al risarcimento per i parenti della persona che abbia subito una trasfusione di sangue infetto può essere riconosciuto principalmente in questi casi:

  • quando il danneggiato muoia a causa della malattia contratta per mezzo del sangue infetto o dei farmaci emoderivati infetti;
  • quando la persona, cui è stata praticata la trasfusione, abbia a sua volta contagiato i familiari (ad esempio il coniuge nel corso dei rapporti sessuali o il figlio durante la gestazione);
  • quando i familiari abbiano dovuto modificare le proprie abitudini di vita, per assistere il malato ed evitare il contagio.

Come provare il danno da emotrasfusione di sangue infetto?

Chi agisce in giudizio deve sempre dare la prova del danno, cioè di aver contratto una malattia infettiva a causa della trasfusione di sangue infetto.

Nella pratica può essere molto difficile fornire questa prova, perché:

  • spesso passano molti anni tra la trasfusione e l’insorgenza della malattia o la manifestazione dei primi sintomi (cosiddetti danni lungolatenti);
  • soprattutto nel caso di soggetti con patologie congenite (es. talassemici), si effettuano moltissime trasfusioni e talvolta in centri diversi;
  • le cartelle cliniche potrebbero essere incomplete e il sangue potrebbe rivelarsi non tracciabile.

In tutti questi casi, in giudizio ci si può giovare dei seguenti principi, che potrebbero facilitare la prova del danno per il contagiato:

  • la prova per presunzioni, che consente di ritenere provato un fatto per mezzo di più semplici indizi;
  • il principio di non contestazione. Se l’attore descrive analiticamente dei fatti e il convenuto (Ministero o struttura) non li contesta in modo altrettanto specifico, questi fatti possono ritenersi provati;
  • principio di vicinanza della prova, che consente ad esempio di presumere il nesso di causalità tra la condotta del medico (il quale era tenuto a compilare fedelmente la cartella clinica) e il danno riportato dal paziente, quando la cartella clinica è lacunosa, incompleta o illeggibile.

Come si calcola il risarcimento?

Le voci di cui si può chiedere il risarcimento si dividono in danni patrimoniali (si pensi alle spese per affrontare le cure mediche) e danni non patrimoniali (cioè non rappresentati da un preciso valore economico).

Il danno non patrimoniale, a sua volta, può essere formato nella sua unicità da vari elementi:

  • il danno alla salute accertabile secondo parametri medici (danno biologico);
  • il danno morale, quindi la sofferenza ed il dolore cagionati dalla malattia post trasfusionale;
  • il danno alla vita di relazione, detto esistenziale, cioè lo sconvolgimento delle proprie precedenti abitudini e le limitazioni nelle relazioni sociali con gli altri (ad esempio il timore di diffondere il contagio, la limitazione dei rapporti coniugali, etc.).

In conclusione si sottolinea che tutte le varie componenti del danno, sopra elencate, devono essere provate dal danneggiato che abbia subito una trasfusione di sangue infetto, anche mediante il ricorso a presunzioni.

note

[1] Art. 32 Costituzione.

[2] Art. 2043 cod.civ.

[3] Art. 1218 cod.civ.. La struttura deve inoltre rispondere per il fatto dei propri dipendenti e ausiliari ai sensi dell’art. 1228 cod.civ.

[4] Questa è soggetta alla speciale responsabilità extracontrattuale per l’esercizio di attività pericolosa prevista dall’art. 2050 cod.civ.

[5] Cassazione SS.UU. sent. n. 576/2008 del 11.01.2008.

[6] Si tratta dell’indennizzo vitalizio previsto dalla L. n. 210/1992.


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1 Commento

  1. Salve io preso l’epartite c con le trasfusioni di sangue nel 1989 successivamete avcertata mediante visite specifiche che mi hanno portato ad ususufruire del vitalizio legge 210 mentre facevo da cavia x lo stato con cure sperimentali molto disabilitanti come interferone e ribavirina con ulteriore esportazione della colicisti che a tuttora mi disabilita parecchio..posso chiedere il risarcimento x danni morali ed esistenziali ? Grazie

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