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Lo sai che? Internet col pc aziendale: posso essere licenziato?

Lo sai che? Pubblicato il 23 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 23 giugno 2017

Se navigo sul web col computer dell’azienda a cosa vado incontro? È legittimo il licenziamento irrogato dal datore di lavoro?

L’utilizzo dei fringe benefits garantiti dall’azienda deve avvenire in modo oculato, senza abusi e senza provocare danni al datore di lavoro. Auto, telefoni e computer aziendali non devono essere usati a fini personali. Un aspetto particolarmente delicato della questione riguarda l’utilizzo di internet col pc aziendale: se navigo abusivamente sul web, posso essere licenziato? Il caso è stato recentemente sottoposto all’esame della Cassazione, che ha riconosciuto valido il licenziamento irrogato per l’utilizzo improprio del computer [1]. A seconda dei casi, il lavoratore può essere mandato a casa con o senza preavviso. Vediamo tutto nel dettaglio.

La sentenza della Cassazione

La vicenda riguardava un lavoratore beccato ad utilizzare il computer aziendale per scopi estranei all’attività lavorativa. Tramite un accertamento, l’azienda appurava la presenza di 27 connessioni, per un totale di 45 ore di traffico sul web. Veniva dunque irrogato il licenziamento per giusta causa (dunque, come vedremo, senza preavviso) in considerazione della gravità del comportamento assunto dal lavoratore.

I giudici di merito confermavano la sanzione disciplinare imposta, cambiando però la motivazione: non di giusta causa si trattava, ma di giustificato motivo soggettivo. Di conseguenza al lavoratore spettava l’indennità sostitutiva del (mancato) preavviso. La Cassazione ha confermato la decisione della Corte d’appello. Vediamo dunque cosa succede se utilizziamo il pc aziendale per fini personali.

Il divieto va pubblicizzato?

Nel caso esaminato, il lavoratore aveva provato a difendersi sostenendo che l’azienda non aveva diffuso un apposito prospetto che informasse adeguatamente i dipendenti circa i modi e i tempi di utilizzo dei computer aziendali. In pratica, egli non sarebbe stato in grado di conoscere preventivamente quali fossero i comportamenti vietati che, se posti in essere, avrebbero condotto ad un inevitabile licenziamento. Secondo i giudici, tuttavia, ciò non ha rilevanza: il motivo? É direttamente la legge a fissare quei doveri di fedeltà, correttezza e buona fede che il lavoratore è tenuto a rispettare.

In pratica se questi obblighi vengono violati, è la normativa nazionale ad autorizzare l’irrogazione della sanzione disciplinare. Non c’è quindi bisogno che il datore di lavoro pubblichi un’apposita informativa sull’utilizzo dei benefits aziendali. Un uso distorto di questi ultimi, infatti, configura violazione di quei doveri basilari imposti a qualsiasi lavoratore in qualsiasi ambiente di lavoro (cosiddetto «minimo etico»).

Cosa dice la legge

Il nostro codice civile pone precisi doveri in capo al lavoratore. Dette disposizioni vanno osservate in tutti gli ambiti del rapporto di lavoro e non solo con riferimento alla prestazione lavorativa in senso stretto. Si tratta principalmente del dovere di diligenza e del dovere di fedeltà. Secondo il primo [2], il dipendente deve adempiere le sue mansioni in modo diligente. Nel far questo, deve tener conto dell’interesse del datore di lavoro, nonché delle disposizioni specifiche «per l’esecuzione e la disciplina del lavoro» impartite dal datore stesso e dai superiori gerarchici del dipendente.

Per quanto riguarda il dovere di fedeltà [3], esso si traduce in un generale obbligo di buona fede e correttezza verso il datore di lavoro. Se naviga abusivamente su internet col pc aziendale, quindi, il lavoratore contravviene a queste regole e può andare incontro a sanzioni disciplinari [4].

Tali doveri, ribadiscono i giudici, non valgono solo per la prestazione lavorativa in senso stretto intesa, ma «anche per quei comportamenti accessori necessari nell’interesse del datore ad un’utile prestazione». In poche parole, in ogni aspetto del rapporto (e quindi anche nell’utilizzo dei benefits) il dipendente deve comportarsi in modo corretto e leale, senza provocare danni alla propria azienda.

L’uso del pc aziendale: sì al licenziamento

Per tutte le ragioni descritte, per un uso distorto del computer aziendale può essere legittimamente irrogato il licenziamento. Nel caso di specie, inoltre, i giudici hanno accertato che l’uso abusivo di internet era avvenuto in modo «reiterato ed intenzionale». Tutto ciò, però, non legittimava un licenziamento per giusta causa, ma per giustificato motivo soggettivo.

Il licenziamento per giusta causa, infatti, è irrogato in caso di comportamenti talmente gravi da compromettere definitivamente il rapporto di fiducia tra dipendente e datore. Il rapporto non può proseguire nemmeno temporaneamente, motivo per cui il licenziamento viene irrogato senza alcun preavviso.

Il giustificato motivo soggettivo, invece, si traduce in condotte certamente rilevanti sul piano disciplinare, ma non così importanti da integrare una «giusta causa» di licenziamento (si pensi ad esempio allo scarso rendimento del lavoratore o, in generale, ad un suo comportamento negligente): il licenziamento, in questo caso, deve avvenire con preavviso [5].

É chiaro che, in caso di abuso di internet col pc aziendale, la soluzione cambia a seconda dei casi. Se l’uso distorto del computer è stato eccessivo, ha provocato danni rilevanti all’azienda e ha inciso concretamente sull’attività professionale svolta, potrebbe in astratto configurarsi una giusta causa di licenziamento.

Nel caso di specie i giudici, pur riconoscendo la legittimità del licenziamento, hanno tuttavia ritenuto illegittimo il mancato preavviso, trattandosi di giustificato motivo soggettivo: il datore è stato quindi condannato a pagare l’indennità sostitutiva prevista dalla legge.

note

[1] Cass. sent. n. 14862/2017 del 15.06.2017.

[2] Art. 2104 cod. civ.

[3] Art. 2105 cod. civ.

[4] Art. 2106 e 2119 cod. civ.; art. 1 L. n. 604/1966.

[5] Art. 3 L. n. 604/1966.


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