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Lo sai che? Avvocati: come recuperare il compenso

Lo sai che? Pubblicato il 21 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 giugno 2017

Come deve agire il professionista che non riesce a farsi pagare dal cliente? La Cassazione fa il punto sulle varie opzioni disponibili.

Com’è noto, il rapporto tra clienti e avvocati non sempre è perfetto. Accade spesso che il professionista debba egli stesso intraprendere le vie giudiziali per ottenere l’onorario che gli spetta. Dunque, come recuperare il compenso? Le strade sono due: si può chiedere il decreto ingiuntivo o intraprendere la via del procedimento sommario di cognizione. La Cassazione esclude invece la strada del rito ordinario.

Il quadro normativo

La disciplina del recupero del compenso da parte dell’avvocato è stata oggetto di una recente modifica normativa. Si tratta della legge n. 150 del 2011. Il legislatore è intervenuto sulla precedente regolamentazione, assoggettando le cause instaurate dai professionisti per recuperare gli onorari al rito sommario di cognizione. Nello specifico quindi, il quadro normativo attuale prevede due norme fondamentali:

  • l’art. 28 della legge n. 794/1942 (come novellato dall’art. 34, D.Lgs. 150/2011) che sancisce espressamente: «per la liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti nei confronti del proprio cliente l’avvocato, dopo la decisione della causa o l’estinzione della procura, se non intende seguire il procedimento di cui agli articoli 633 e seguenti del codice di procedura civile, procede ai sensi dell’art. 14 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150»;
  • l’appena menzionato art. 14 del D.Lgs. n. 150/2011, secondo cui: «le controversie previste dall’art. della legge 13 giugno 1942, n. 794, e l’opposizione proposta a norma dell’art. 645 del codice di procedura civile contro il decreto ingiuntivo riguardante onorari, diritti o spese spettanti ad avvocati per prestazioni giudiziali sono regolate dal rito sommario di cognizione, ove non diversamente disposto dal presente articolo».

Come recuperare il compenso

In sostanza, quindi, l’avvocato che voglia recuperare diritti, spese ed onorari dovutigli dal cliente a seguito di cause civili ha due possibilità:

  1. procedere in via monitoria, chiedendo l’emanazione di un decreto ingiuntivo (in caso di opposizione al decreto si applicherà il rito sommario di cognizione con le regole di cui al successivo punto 2.);
  2. procedere direttamente con il rito sommario di cognizione, con regole specifiche rispetto a quelle previste dal codice di procedura civile [1].

Per quanto riguarda il rito sommario, infatti:

  • è competente l’ufficio giudiziario di merito adito per il processo cui il compenso si riferisce;
  • il tribunale decide in composizione collegiale;
  • le parti possono stare in giudizio personalmente, senza l’assistenza di un legale;
  • l’ordinanza che decide la causa non è appellabile.

Come affermato, il procedimento sommario così delineato trova applicazione anche per in caso di opposizione al decreto ingiuntivo chiesto dall’avvocato per recuperare il suo compenso. Va ricordato, inoltre, che secondo la Cassazione la procedura in esame non riguarda soltanto i compensi dovuti dal cliente per lo svolgimento dell’attività processuale in senso stretto, ma anche quelli spettanti per l’attività stragiudiziale, purché strumentale o complementare alla prima [2].

Il contrasto giurisprudenziale sull’oggetto del giudizio

Ora, il dibattito instauratosi in seno alla Cassazione riguarda la seguente questione: il rito sommario si applica solo quando l’oggetto della contestazione è la misura del compenso (cosiddetto «quantum debeatur»)? Oppure interviene anche quando sono controversi i presupposti stessi del diritto all’onorario («an debeatur»)?

La giurisprudenza precedente alla modifica del 2011 era pressoché pacifica nell’affermare che se l’oggetto della causa riguardava i presupposti del diritto al compenso, le cause estintive o modificative dello stesso o i limiti del mandato dato dal cliente, il giudizio seguiva le regole del rito ordinario (caratterizzato da maggiori garanzie – data la maggiore complessità delle questioni trattate – e dall’appellabilità della sentenza definitoria). Viceversa, il procedimento sommario di cognizione trovava applicazione solo quando l’oggetto della controversia era la misura del compenso (rimanendo invece incontestato il diritto dell’avvocato a percepirlo).

La situazione si fa più complicata dopo la riforma del 2011. Secondo una parte della giurisprudenza [3], l’art. 14 del D.Lgs. n. 150 è intervenuto solo sul rito. Di conseguenza, resterebbero ferme le regole precedenti: rito sommario se è contestato solo il quantum e rito ordinario se è controverso anche l’an debeatur.

Secondo l’orientamento maggioritario [4], tuttavia, la novella del 2011 ha assunto una portata tale da sconvolgere completamente le precedenti coordinate. Quanto appena affermato è stato ribadito da due recentissime sentenze della Suprema Corte [5]. Secondo i giudici, il rito sommario di cognizione (con le regole speciali sopra descritte) trova applicazione anche quando la controversia ha ad oggetto l’esistenza stessa del diritto al compenso.

Nessuno spazio quindi per il rito ordinario. Il giudice adito non potrà convertire il rito sommario in quello ordinario né dichiarare l’inammissibilità della domanda proposta dall’avvocato con il procedimento sommario. Se l’azione per il recupero del credito professionale è stata introdotta col procedimento ordinario, invece, il giudice procederà alla conversione del rito in favore di quello speciale.

Il procedimento per decreto ingiuntivo

Come visto, l’alternativa al procedimento sommario di cognizione è chiedere l’emanazione di un decreto ingiuntivo. Ovviamente andranno rispettate le condizioni previste dal codice di rito [6]. In particolare, il professionista:

  • deve dare prova scritta del proprio credito col cliente;
  • se il credito riguarda onorari per prestazioni giudiziali o stragiudiziali oppure il rimborso delle spese anticipate al cliente, deve accompagnare la domanda con la parcella delle spese e prestazioni (munita della sottoscrizione del cliente e del parere del competente consiglio dell’ordine).

Competente è l’ufficio giudiziario che ha deciso la causa alla quale il credito si riferisce. In alternativa, l’ingiunzione può essere chiesta al giudice competente per valore del luogo in cui ha sede il consiglio dell’ordine al cui albo l’avvocato è iscritto.

note

[1] Artt. 702 bis e ss. cod. proc. civ.

[2] Cass. sent. n. 21954/2014 del 16/10/2014.

[3] Cass. sent. n. 21554/2014 del 13/10/2014.

[4] Cass. sent. n. 4006/2016 del 29/02/2016; Cass. n. 3993/2017 del 15/02/2017.

[5] Cass. ord. n. 13272/2017 del 25/05/2017 e Cass. sent. n. 12847/2017 del 22/05/2017.

[6] Art. 633 e ss. cod. proc. civ.


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