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Incidente stradale: risarcimento se muore un parente

27 giugno 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 giugno 2017



Se perdiamo un parente in un incidente stradale, possiamo chiedere i danni al responsabile? Ecco cosa dicono i giudici.

La possibilità di incorrere in un incidente stradale fa parte, purtroppo, della realtà quotidiana. L’evento può avere in alcuni casi conseguenze tragiche. A seguito di un sinistro, il conducente del mezzo può riportare lesioni gravi o perdere la vita. Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sui prossimi congiunti della vittima, che sono costretti a patire una serie di sofferenze morali e a subire, in alcuni casi, un pregiudizio economico rilevante. Se muore un parente in un incidente stradale, il responsabile del sinistro può essere citato in giudizio per il risarcimento dei danni. Ma quali? Vediamo cosa dice la Cassazione.

La sentenza della Cassazione

La vicenda riguardava la morte di un ragazzo in seguito ad incidente stradale. La vittima, a bordo di un motorino, aveva urtato un’autovettura nell’atto di immettersi sulla strada principale. In seguito all’inevitabile impatto, il soggetto era purtroppo deceduto. I genitori chiedono in giudizio il risarcimento del danno al responsabile (o corresponsabile) dell’accaduto. La Cassazione ha ribadito il principio secondo cui non può essere risarcito il cosiddetto «danno tanatologico», ovvero il pregiudizio subito dalla vittima derivante dalla perdita della vita [1]. Viceversa, i prossimi congiunti della vittima possono ottenere un ristoro economico per le sofferenze patite a seguito della morte o delle gravi lesioni riportate dalla persona cara.

Cosa si può chiedere in giudizio: il danno patrimoniale

I prossimi congiunti della vittima possono chiedere in giudizio il ristoro di una serie di danni, patrimoniali e non. Con riguardo ai primi, la giurisprudenza ammette il risarcimento del danno economico derivante dalla perdita del parente a causa di un fatto illecito altrui (come un incidente stradale). Se ad esempio la vittima aveva un ruolo importante all’interno della famiglia (si pensi a un genitore) è chiaro che i membri restanti saranno costretti a subire, ingiustamente, un danno patrimoniale rilevante. Ad esempio, i figli della vittima non potranno più beneficiare dei proventi dell’attività lavorativa svolta dal genitore. Quest’ultimo (anche in caso di importante menomazione della propria integrità fisica) non potrà più contribuire in modo attivo al benessere economico della famiglia. Coloro che beneficiavano di tale contributo, quindi, possono chiedere il risarcimento del danno al responsabile dell’illecito (colui a cui si attribuisce la colpa dell’incidente stradale).

La Cassazione, nel corso degli anni, si è mostrata molto permissiva in tal senso. La Suprema Corte, infatti, afferma che il risarcimento può essere chiesto anche dai figli maggiorenni della vittima, persino qualora risultino economicamente indipendenti. Ciò perché essi subiscono la perdita di un persona che, in ogni caso, avrebbe fornito un apporto economico aggiuntivo (anche prolungato nel tempo) rispetto a quanto guadagnato dai figli in via autonoma. Il discorso riguarda non solo i genitori, ma qualsiasi parente o persona particolarmente vicina a chi chiede il risarcimento. É chiaro che il giudice dovrà valutare se, nel caso concreto, la vittima contribuiva in modo determinante al benessere economico della famiglia (si pensi ad uno zio o un nonno in caso di persone orfane).

Il danno non patrimoniale

Sul versante non patrimoniale, i prossimi congiunti della vittima possono ottenere il risarcimento di una serie di danni. Consideriamo innanzitutto i pregiudizi sofferti in via diretta dai parenti di chi muore o subisce gravi menomazioni in un incidente stradale. Oltre alla inevitabile sofferenza patita nell’immediatezza dell’accaduto, possono configurarsi anche sofferenze psicologiche ulteriori, durevoli nel tempo (si pensi ad una depressione, o comunque ad un turbamento psicologico che alteri in maniera permanente e considerevole le abitudini di vita del soggetto). Tutte queste voci di danno possono essere risarcite in sede giudiziale. Se muore un parente a causa di un fatto illecito altrui, quindi, possiamo chiedere il risarcimento:

  • del danno morale sofferto in conseguenza del tragico evento;
  • del cosiddetto «danno biologico», ossia un pregiudizio psicofisico suscettibile di accertamento medico (come una depressione);
  • del cosiddetto «danno esistenziale», dato da una importante mutamento (in peggio) delle nostre abitudini di vita.

Il risarcimento ovviamente, spetterà in misura integrale ad ognuno dei prossimi congiunti della vittima, purché dimostrino di aver subito un danno apprezzabile. É ormai pacifica in giurisprudenza la legittimazione del convivente (quindi non solo del coniuge) a chiedere il ristoro del pregiudizio patito a causa della morte del compagno. Ciò a patto che sia dimostrata l’esistenza di una convivenza stabile, praticamente assimilabile a quella matrimoniale.

Cosa non si può chiedere: il danno tanatologico

I parenti della vittima non possono richiedere invece, il risarcimento del cosiddetto «danno tanatologico», ossia del pregiudizio subito dalla vittima stessa a causa della perdita della sua vita. La giurisprudenza nega l’esistenza di un danno di questo tipo. Nel nostro ordinamento il risarcimento ha una funzione riparatoria: pertanto, deve esserci un pregiudizio (patrimoniale o non patrimoniale) da risarcire. In caso di morte immediata non esiste un danno da risarcire, né la vittima è in grado di percepirlo, proprio perché perde ogni cosa. La perdita della vita, secondo la Cassazione, non può essere risarcita per equivalente. I prossimi congiunti della defunto, quindi, non possono chiedere il risarcimento di questo tipo di danno, in qualità di eredi. Viceversa (sempre come eredi) i parenti possono essere risarciti dei danni fisici e psichici subiti dalla vittima, a patto che sia trascorso un apprezzabile lasso di tempo tra l’incidente stradale e la morte della stessa. Il discorso è sempre lo stesso: per potersi configurare un pregiudizio, il soggetto deve essere in grado di percepirlo. Se quindi la morte è sopraggiunta immediatamente, non potrà esserci niente da risarcire, perché il soggetto stesso non ha avuto il tempo di subire (ed avvertire) un danno.

note

[1] Cass. sent. n. 6035/2017 del 09.03.2017.

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