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Lo sai che? Si può divorziare per delle email?

Lo sai che? Pubblicato il 25 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 giugno 2017

Le semplici email, se non contestate in modo specifico, servono per dimostrare il tradimento.

Le email inviate al presunto amante possono giustificare una domanda di divorzio con addebito. Non serve la prova della consumazione di un atto sessuale, ossia del tradimento anche “fisico”. È sufficiente il testo contenuto all’interno della posta elettronica “semplice” per smascherare il tradimento del coniuge. È questo il chiarimento offerto da una interessante sentenza della Cassazione di due giorni fa [1] che avverte: si può divorziare per delle email. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di fare il punto della situazione.

Le email “semplici” possono essere prova dell’infedeltà

Ci sono tre nodi da sciogliere quando il coniuge scopre delle email compromettenti inviate dall’altro: è sufficiente il solo testo di scrittura per dimostrare il tradimento, oppure è anche necessario che, al dato letterale, si accompagni anche quello materiale, ossia che le due persone abbiano effettivamente in corso (o abbiano già consumato) una relazione extraconiugale? E poi: l’email semplice (spedita cioè da un account normale e non di posta elettronica certificata) può essere considerata prova nel processo civile? C’è poi un ultima questione da affrontare: che succede se si accede all’email del coniuge? Si viola la privacy altrui? È reato? La risposta a questi tre quesiti influenzerà la soluzione al quesito principale: si può divorziale per delle email? Ricorreremo a un esempio per rendere il discorso ancora più semplice.

Il rapporto platonico è tradimento?

Immaginiamo che un uomo scopra, sul computer di famiglia, alcune email spedite dalla moglie qualche mese prima a un’altra persona. Il tenore delle conversazioni è chiaro: tra i due si fa riferimento a una forte attrazione fisica e alla volontà di vedersi per consumare un rapporto passionale. Insomma, non ci sono dubbi: è in atto un tradimento. Il marito decide così di chiedere la separazione con addebito. Poiché però lei è disoccupata, teme che tale condanna possa precluderle l’assegno di mantenimento. Così prova a difendersi sostenendo innanzitutto che si tratta di email inviate per gioco: in verità, mancano all’appello le precedenti conversazioni ove era chiara la finzione. Del resto – sottolinea la donna – non c’è alcuna prova che i due si siano mai visti e abbiano effettivamente avuto rapporti. Da ciò non si può neanche trarre la prova del tradimento. Insomma, è tutto uno scherzo e spetta al marito dimostrare il contrario. La difesa della donna, poi, si fonda su un altro aspetto: le email ordinarie non sono considerate, dal nostro ordinamento, una prova documentale e, pertanto, anche se portate sul banco del giudice, non hanno alcun valore. Chi dei due ha ragione?

Cerchiamo di sciogliere la matassa, partendo da una precisazione. Ha ragione la moglie nel dire che le email tradizionali non hanno valore documentale se contestate dalla parte contro la quale sono prodotte. A prevederlo è lo stesso codice di procedura civile [2]; la legge salva solo le email di posta elettronica certificata (Pec), le quali invece sono equiparate alle raccomandate a.r. (ma chi manderebbe mai una Pec al proprio amante?). Tuttavia, non basta una generica contestazione per togliere all’email inviata all’amante il valore di prova: secondo la Cassazione – che sul punto è ormai costante da anni – la contestazione deve essere motivata, concreta, specifica e giustificare le ragioni per cui l’email semplice potrebbe non essere genuina. E, di certo, la sola dichiarazione che l’invio del messaggio di posta elettronica è frutto di un gioco non è sufficiente a salvare il coniuge dall’accusa di tradimento. Dunque, basta la semplice email per dimostrare l’infedeltà, al di là della dimostrazione di un effettivo “incontro fisico”: essa funge un po’ da “confessione”, in quanto proveniente proprio dal soggetto colpevole. Del resto, la giurisprudenza è sempre stata dell’idea che, nel concetto di tradimento, vada inclusa anche la relazione platonica, quella cioè che, pur in assenza della consumazione di un rapporto sessuale, dimostri inequivocabilmente un coinvolgimento emotivo. L’obbligo di fedeltà non è solo materiale e carnale, ma è anche – e soprattutto – affettivo e rivolto al rispetto dell’altro.

Il succo della decisione è che si può divorziare per delle email semplici, benché genericamente contestate e in assenza di altre prove a corroborare il sospetto di infedeltà.

Ultima questione fondamentale: leggere l’email del coniuge, e magari stamparla per portarla in tribunale, è lecito o costituisce reato? Si può entrare nell’account di posta elettronica del marito o della moglie se ciò serve per esercitare i propri diritti in un processo? La questione è stata affrontata in diverso modo dalla giurisprudenza: favorevoli alla lettura delle email del coniuge sono la Corte di Appello di Trento (leggi Infedeltà: sì alla prova degli sms dell’amante), il tribunale di Torino (leggi Attenzione a sms ed email) e quello di Roma (Leggere sms e chat sul cellulare della moglie o del marito è lecito), secondo cui, quando si parla di coniugi, la privacy subisce una limitazione derivante dalla situazione di convivenza; contraria invece la Corte di appello di Taranto (leggi Email del coniuge: apertura e lettura non autorizzata).

note

[1] Cass. ord. n. 15811/17 del 23.06.2017.

[2] Art. 2712 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 19 maggio – 23 giugno 2017, n. 15811
Presidente Genovese – Relatore Nazzicone

Rilevato

– che parte ricorrente ha proposto ricorso, sulla base di due motivi, avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano del 26.2.2015, che ha respinto l’impugnazione proposta contro la decisione del Tribunale di Monza relativa, per quanto ancora rileva, all’addebito della separazione personale a G.C., per violazione del dovere di fedeltà coniugale, assegnando a D.C., affidatario della figlia non economicamente autosufficiente, la casa coniugale;
– che è stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis cod. proc. civ., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti;
– che la parte ricorrente ha depositato la memoria;

Considerato

– che il primo motivo, vertente sulla violazione e falsa applicazione degli artt. 115 cod. proc. civ. e 2697 cod. civ., è manifestamente inammissibile, insistendo sulla tesi della mancata prova di una relazione extraconiugale della moglie, alla cui dimostrazione, nell’assunto della ricorrente, non sarebbero sufficienti le e-mails che sono alla medesima giunte mediante l’indirizzo di posta elettronica dell’impresa familiare condotta dal Ca.: in tal modo, tuttavia, essa ripropone il giudizio di fatto, estraneo alla presente sede di legittimità;
mentre non coglie nel segno la censura di errata applicazione dell’art. 115 cod. proc. civ. sulla non contestazione del convenuto, posto che la corte del merito non ha fondato la sua decisione sull’istituto della “non contestazione”, di cui all’art. 115, primo comma, seconda parte cod. proc. civ., limitandosi a ravvisare la piena prova documentale dell’adulterio, semplicemente “non adeguatamente contrastata” – vale a dire, non oggetto di efficace prova in contrario – da parte della moglie;
– che il secondo motivo, vertente sulla deduzione di violazione e falsa applicazione degli artt. 151, 143 e 2697 cod. civ., è manifestamente inammissibile, in quanto, sotto l’egida del vizio di violazione di legge, intende riproporre parimenti un giudizio di fatto, con riguardo all’allegata circostanza che le e-mails, prodotte in giudizio dal marito, non provano una relazione adulterina, ma semmai una infatuazione a senso unico: giudizio palesemente riservato alla valutazione discrezionale del giudice del merito;
– che, in definitiva, la corte del merito – richiamando il consolidato principio secondo cui, ai fini dell’addebito della separazione, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618; ed ancora, più di recente, Cass., ord. 14 agosto 2015, n. 16859) e facendo corretta applicazione dei principi dell’onere probatorio in materia, secondo cui grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059), nonché valutando tutte le risultanze probatorie del processo nel caso concreto (oltre ai messaggi di posta elettronica, fotografie ed una relazione investigativa) – ha concluso per l’esistenza di una prova piena documentale di quell’imputabilità alla moglie, per avere instaurato durante il matrimonio una relazione sentimentale con un altro uomo, espletando il giudizio di fatto riservato alla medesima corte;
– che la condanna alle spese di lite segue la soccombenza;
– che occorre provvedere alla dichiarazione di cui all’art. 13 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115;

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00 ed agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della 1. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.
Dispone che, in caso di utilizzazione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella sentenza, a norma dell’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003.


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