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Lo sai che? Paternità non voluta: si possono chiedere i danni?

Lo sai che? Pubblicato il 25 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 giugno 2017

Rapporto sessuale non protetto: chi diventa padre con l’inganno non può chiedere il risarcimento dei danni.

«Amore ti devo parlare: abbiamo un problema»: inizia quasi sempre con queste parole la notizia di una gravidanza inaspettata. Che poi ci sia chi, incoscientemente (e immoralmente) si disinteressa dei figli e, dopo essersi lavato le mani della compagna incinta, fugga a gambe levate non fa differenza: il padre ha l’obbligo di riconoscere il figlio (la madre invece può rimanere anonima). Anzi, se anche ottiene il “consenso” della donna ad allontanarsi, può sempre essere citato un domani dai figli che potranno obbligarlo sia al test del dna (per dimostrare la paternità), sia a pagare i danni loro inferti dalla perdita di un genitore. Rifiutare di fare le analisi del sangue? Neanche a parlarne: per i giudici è una tacita ammissione di responsabilità e questo comportamento – se immotivato – può essere considerato già prova del rapporto di filiazione.

Ma che succede se la paternità non è voluta? Immaginiamo il caso di un uomo che, fidandosi delle dichiarazioni della propria compagna secondo cui starebbe prendendo la pillola o non è nei “giorni fertili”, abbia avuto un rapporto non protetto. È possibile chiedere i danni per la gravidanza con l’inganno? Il chiarimento arriva, ancora una volta dalla Cassazione [1]. Sentite bene cosa dice.

Un figlio inaspettato si può considerare un danno?

Si può chiedere un risarcimento solo quando si è vittima di un danno ingiusto. Tuttavia, la nascita di un figlio, per quanto non desiderato, non può mai costituire un danno ingiusto. Peraltro non si è mai completamente «genitori a sorpresa» perché, nel momento in cui si consuma il rapporto sessuale non protetto, si accetta sempre un margine di rischio. Rischio anche derivante dal fatto che la propria compagna potrebbe non aver detto il vero in merito alle proprie condizioni fisiche. Tale «responsabilità colposa» dell’uomo, che accetta di «avere rapporti sessuali senza l’uso di contraccettivi» lo rende compartecipe dell’effetto che – come è noto per chi ha studiato “l’impollinazione dei fiori” – è sempre il frutto della volontà di due persone (coscienti o incoscienti che siano).

Un uomo non si incastra mai: è sempre consapevole del rischio!

Come la gravidanza, anche la pronuncia della Cassazione non viene inaspettata: già lo scorso mese i supremi giudici avevano detto che non spetta alcun risarcimento “all’uomo incastrato”.

In sintesi, anche se l’uomo viene riconosciuto come padre biologico del bambino partorito dalla donna con cui ha avuto diversi rapporti sessuali non protetti, a questi non spetta alcun risarcimento per il concepimento avvenuto contro la sua volontà e a sua insaputa.

note

[1] Cass. ord. n. 15544/17 del 22.06.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 19 maggio – 22 giugno 2017, n. 15544
Presidente Genovese – Relatore Genovese

Fatti di causa e ragioni della decisione

La Corte d’appello di Ancona, con la sentenza n. 600 del 2013 (pubblicata il 1 ottobre 2013), ha respinto il gravame proposto da M.D. contro la sentenza del Tribunale di Pesaro che, tra l’altro, oltre a dichiarare che egli era il “padre naturale” di Bi.Gu. , ha respinto anche la sua domanda di risarcimento danni proposta contro la madre del predetto, B.G. , per il concepimento “a sua insaputa e contro la sua volontà”.
Secondo la Corte territoriale, l’appellante aveva proposto un gravame in gran parte inammissibile (oltre che infondato) in quanto, da un lato, la sentenza di prime cure non era stata utilmente censurata nella parte in cui aveva affermato una responsabilità colposa dell’attore “avendo egli deciso di avere rapporti sessuali (…) senza l’uso di contraccettivi”, sicché era possibile “evidenziare che egli avesse accettato il rischio di una possibile procreazione”, e da un altro, avendo egli ammesso di avere avuto una pluralità di rapporti non protetti sicché, ove anche fosse stato vero che la B. gli aveva mentito sulla sua non fertilità in un certo dato giorno non poteva dirsi che il concepimento fosse avvenuto proprio in quell’occasione. Senza dire che, in generale, la nascita di un figlio non può integrare un danno ingiusto, ai sensi dell’art. 2043 cod. civile.
Il ricorrente, di contro, impugna per cassazione con due motivi allegando la violazione (o falsa applicazione) dell’art. 2043, 2733, 2735 cod. civ. e 41 cod. pen. (per il dolo nella causazione della procreazione) e l’omesso esame di un fatto decisivo costituito dalla menzogna fraudolenta come causa determinante dell’evento procreativo.
Il Collegio condivide la proposta di definizione della controversia notificata alla parte costituita nel presente procedimento, pur avendo il ricorrente mosso osservazioni critiche con la memoria illustrativa.
Il ricorso, infatti, è inammissibile perché una duplice ragione. Da un lato, perché, in contrasto con il principio di diritto posto da Cass. SU civili (nella Sentenza n. 8053 del 2014), sotto le apparenti spoglie della violazione dei menzionati dispositivi di legge (o dell’omesso esame di un fatto decisivo), sollecita questa Corte a compiere un sostanziale – e non consentito riesame delle risultanze processuali ed una diversa valutazione degli apprezzamenti giudiziali sulla reale portata di quanto accertato nella fase di merito.
Da un altro, per quanto la memoria cerchi di rimediare- ormai oltre la sede ed il tempo consentiti – al rilevato difetto, il ricorso non censura l’affermazione centrale contenuta nella sentenza impugnata costituita dalla non sussumibilità del fatto-procreazione sotto lo stampo dell’illecito ex art. 2043.
Da ultimo, e solo per completezza di esame delle questioni poste – inammissibilmente anche con la memoria – si osserva che questa stessa Corte (Cass. sez. III, sent. n. 10906 del 2017, pp. 6-7) ha confermato il principio di diritto non censurato sopra espresso dal giudice a quo.
Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso seguono le spese processuali (liquidate come in dispositivo) e l’affermazione della sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato, ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002.

P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questa fase del giudizio che liquida in complessivi Euro 4.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Dispone che, ai sensi dell’art. 52 D. Lgs. n.198 del 2003, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.


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