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Fine della convivenza: spettano mantenimento e casa familiare?

30 Giu 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Giu 2017



Cessata la relazione tra i conviventi, gli alimenti e il diritto di abitare nella casa familiare non spettano in automatico. Vediamo allora a quali condizioni.

Convivo col mio compagno da quasi tre anni, età di nostro figlio. Non è una convivenza registrata ma risultiamo residenti all’anagrafe. La casa è di lui mentre io sono proprietaria di altri immobili, tra cui uno dato in affitto, ma che si libererà a breve. Io ho sempre lavorato, anche se “in nero”. Ora che la nostra relazione è finita ho diritto a un assegno dal mio ex e a restare in casa col bambino?

Per dare risposta al quesito è bene chiarire cosa comporta la iscrizione nei registri delle convivenze, atteso il fatto che la lettrice precisa che lei e il suo ex compagno non vi sono iscritti.

A riguardo va detto che la legge [1] definisce conviventi di fatto «due persone maggiorenni, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile». Irrilevante è che si tratti di coppia omosessuale o eterosessuale.

Orbene, diversamente da quanto avviene con riguardo alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, per questo tipo di convivenze la legge non prescrive un obbligo di registrazione presso gli uffici del Comune. Sicché diritti e doveri previsti nella nuova legge scattano in automatico per il semplice fatto di trovarsi in una condizione di convivenza di fatto stabile (intesa come dimora abituale nello stesso Comune) e si applicano anche a tutte le convivenze di fatto già esistenti (come nel  caso di specie) al momento della entrata in vigore della legge.

Dunque, per i conviventi di fatto le dichiarazioni anagrafiche hanno solo un valore di prova in merito all’esistenza e alla durata della convivenza, la cui stabilità andrà accertata in base alle norme del Regolamento anagrafico della popolazione residente [2]. Norme che prevedono l’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente di ogni Comune anche delle persone conviventi (nella definizione di “famiglia anagrafica” sono ricomprese, infatti, anche le persone legate da vincoli affettivi [3]) e il conseguente rilascio delle relative certificazioni anagrafiche [4] (come, ad esempio, quelle relative al cambio di residenza o nella composizione della famiglia o della convivenza).

Pertanto, la legge Cirinnà deve senz’altro intendersi applicabile al caso della lettrice, visto che sono state fatte le dichiarazioni anagrafiche, e a maggior ragione in quanto essa trova applicazione anche nei riguardi di tutti quei conviventi di fatto che non abbiano effettuato le suddette dichiarazioni; sicché (in caso di contestazione) chi vi abbia interesse (ad esempio il convivente interessato a restare nella casa o ad ottenere un assegno alimentare) potrà provare davanti al giudice che vi è stata la convivenza e quanto essa sia durata in qualsiasi altro modo (ad esempio con dichiarazioni testimoniali).

Fine della convivenza: spettano gli alimenti?

Ciò detto, passiamo al quesito posto in merito alla sussistenza dei presupposti di legge affinché, nella situazione descritta, la lettrice possa aver diritto agli alimenti.

La legge Cirinnà prevede che «In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati ai sensi dell’articolo 433 del codice civile, l’obbligo alimentare del convivente di cui al presente comma è adempiuto con precedenza sui fratelli e le sorelle» [5].

Dunque noi abbiamo che tale prestazione alimentare:

– potrà essere concessa solo a chi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento;

– potrà essere concessa per un periodo proporzionale alla durata della convivenza, cioè limitato nel tempo (quanto tempo può stabilirlo solo il giudice perché la legge non dà indicazioni a riguardo) e nella misura determinata dal codice civile [6],

– in base all’ordine degli obbligati [7] andrà adempiuta dal convivente con precedenza sui fratelli e sorelle. Dunque , l’eventuale obbligo del convivente viene solo dopo i genitori e i figli.

Ciò detto noi abbiamo alcune domande da porci: può la lettrice considerarsi non solo in stato di bisogno, ma anche non in grado di provvedere al proprio mantenimento? E ancora: nell’elenco dei soggetti obbligati dalla legge il suo compagno sarebbe il primo a doverle versare gli alimenti?

Orbene, al di là del fatto che non è dato desumere dai dati forniti se la donna abbia comunque dei genitori ancora in vita o altri figli autosufficienti, (visto che nel qual caso gli alimenti dovrebbero essere chiesti primariamente a questi ultimi), in ogni caso non ritengo che, nella situazione rappresentata, possano sussistere i presupposti perché la donna possa vedersi riconosciuto dal giudice il diritto ad un assegno alimentare.

Certamente, infatti, la situazione economica descritta e facilmente documentabile (svolgimento, da tempo, dell’attività di estetista, nonché comproprietà di diverse unità immobiliari) fa ritenere che non solo la donna non versi affatto in stato di bisogno (cioè quello stato in cui un soggetto non riesce neppure a far fronte ai bisogni essenziali di vita (vitto, alloggio, cure) ma che non si trovi affatto nelle condizioni di non potersi mantenere (si tratta infatti di una persona ancora giovane, che lavora e che è perfettamente in grado di rimboccarsi le maniche per far fronte alle proprie necessità di vita). Situazione di incapacità questa che, al contrario, si presume sussistente (salvo prova contraria) solo riguardo alle sole persone anziane.

Fine della convivenza: quali diritti sulla casa di abitazione?

Detto ciò, vengo all’ultimo (e non meno importante) problema affrontato, ossia quello del diritto del convivente a restare nella casa familiare dopo la cessazione della convivenza.

Si tratta questo di un aspetto che più di tutti lascia comprendere come la nuova legge non costituisce affatto l’unico riferimento normativo per i conviventi, ma rappresenta semmai un ampliamento della disciplina già esistente a riguardo (costituita sia dalla legge che dalla giurisprudenza).

Con riguardo, infatti, al caso della coppia di conviventi di cui uno solo dei partner sia proprietario dell’immobile adibito a residenza familiare, la legge [8] prevede, nella sola ipotesi del decesso del convivente proprietario (e non è fortunatamente questo il caso), una riserva di abitazione del convivente superstite della durata di:

  • due anni o di un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non superiore ai cinque anni;
  • non meno di tre anni, se nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente.

Tali scadenze devono intendersi applicabili in automatico senza che gli eredi debbano ricorrere al giudice per entrare nella disponibilità del bene. Il diritto alla riserva di abitazione viene meno qualora il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o contragga matrimonio, un’unione civile o una nuova convivenza di fatto.

A questa ipotesi, poi, la legge fa salvo il caso in cui il giudice, in presenza di figli comuni, abbia disposto l’assegnazione della casa familiare al convivente superstite a seguito della separazione dei genitori; in tale ipotesi, infatti, il diritto di godimento sull’immobile cesserà solo una volta che la prole, ancorché maggiorenne, abbia raggiunto l’autosufficienza economica.

Orbene, tale ultima previsione, se pur riferita al caso della morte del convivente proprietario, deve ritenersi senz’altro applicabile al caso in esame, in quanto non è la legge Cirinnà a stabilire se e per quanto tempo dopo la cessazione della convivenza la lettrice debba restare, insieme al figlio, nella casa (ancorché di proprietà dell’ex compagno) adibita a residenza familiare, ma lo stesso codice civile che, alla luce della totale parificazione dei figli (nati fuori o dentro il matrimonio) stabilisce [8] quali debbano essere, in caso di separazione dei genitori, i criteri per l’ assegnazione della casa familiare (e non necessariamente “coniugale”); criteri che privilegiano sempre l’interesse dei figli a permanere nell’habitat domestico nel quale sono cresciuti e che, specie in caso di figli piccoli privilegiano (se pur questo non costituisca un principio valevole in assoluto) la c.d. maternal preference, cioè la collocazione dei minori (specie se ancora in tenera età) presso la madre.

Se invece la coppia non avesse avuto figli sarebbe stata ritenuta applicabile la diversa disciplina che prevede, in caso della cessazione della convivenza, che il proprietario dell’immobile debba concedere al partner un congruo termine per andare via di casa e trovare una nuova soluzione abitativa (aspetto questo per il cui approfondimento si rinvia alla lettura dell’articolo: Fine della convivenza: che fare se l’ex non se ne va).

In conclusione, alla luce dei dati forniti, non ritengo sussistano i presupposti affinché la lettrice, nonostante i quasi tre anni di convivenza, possa vantare il diritto ad ottenere dall’ex compagno un assegno alimentare. Quest’ultimo infatti, anche in caso di richiesta al giudice, non avrebbe difficoltà a dimostrare in giudizio l’autonomia economica e reddituale dell’ex compagna (e quindi l’assenza di uno stato di bisogno) oltre che la piena capacità di provvedere a se stessa.

Resta invece la concreta possibilità che la donna, ove decida di formalizzare la separazione, possa chiedere (e ottenere) l’assegnazione della casa di proprietà del compagno e ciò, nonostante la titolarità e contitolarità di diverse unità immobiliari. La presenza di un minore, infatti, le attribuisce (per i motivi sopra spiegati) il pieno diritto di chiedere, nell’ambito di una domanda di regolamentazione dell’affidamento e del mantenimento del figlio [8]  anche l’assegnazione della casa, senza che il giudice possa tenere conto della titolarità di altri immobili. Tale assegnazione potrebbe durare anche fino a quando  il bambino non diventi maggiorenne ed economicamente autosufficiente.

Fine della convivenza: il consiglio pratico

Il consiglio è pertanto quello di cercare un accordo con l’ex compagno (anche eventualmente avvalendosi di un percorso di mediazione familiare o di pratica collaborativa) in modo che il giudice, come previsto dalla legge [10], possa semplicemente «prendere atto degli accordi intervenuti tra i genitori». In tale ottica potranno essere prese in esame diverse soluzioni tra cui anche quella che la lettrice, lasciando la disponibilità della casa all’ex compagno, vada a vivere col piccolo (se non altro finché ancora in tenera età) nell’immobile di sua proprietà, attualmente (ma ancora per breve tempo) condotto in locazione, in cambio di un adeguato assegno di mantenimento per il bambino.

note

[1] Legge 20 maggio 2016, n. 76 in vigore dal 5 giugno 2016.

[2] Regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. (Regolamento anagrafico della popolazione residente) modificato dal DPR 17 luglio 2015, n. 126.

[3] L’art. 4 del Regolamento anagrafico stabilisce che “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune” e che “una famiglia anagrafica può essere costituita da una sola persona”. L’art. 5 definisce, invece, come “convivenza anagrafica” “un insieme di persone normalmente coabitanti per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili, aventi dimora abituale nello stesso comune”.

[4] L’art. 13 del Regolamento anagrafico indica quali sono le dichiarazioni che gli interessati (per sé e per i figli minori) devono obbligatoriamente effettuare all’anagrafe. Si tratta del: a) il trasferimento di residenza da altro comune o dall’estero ovvero trasferimento di residenza all’estero; b) la costituzione di nuova famiglia o di nuova convivenza, ovvero altri mutamenti intervenuti nella composizione della famiglia (ivi compresi i conviventi di fatto) o della convivenza (cioè le convivenze comunitarie) ; c) il cambiamento di abitazione; d) il cambiamento dell’intestatario della scheda di famiglia o del responsabile della convivenza (comunitaria); e) il cambiamento della qualifica professionale; f) cambiamento del titolo di studio.

[5] Comma 65 L. n. 76/2016.

[6] Commi 42-44 L. 76/2016.

[7] Stabilito dall’art. 433 cod. civ.

[8] Commi 42-44 L. 76/2016.

[9] All’art. 337-sexies.

[109] Art. 337 ter cod. civ.


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1 Commento

  1. SONO andata via da casa da un mese con minore di 8anni
    dopo una convivenza come coppia di fatto per nove anni sopportando insulti offese e botte ho preso coraggio di denunciare il tutto facendomi ospitare dai miei genitori ,io e il minore . Nonostante ciò il padre del minore chiede di prendere il figlio ogni pomeriggio dalle 16 alle 20 ,e ogni 15gg il pernotto.Il tutto stabilito dall’assistente sociale. Chiedo
    : se l’assistente ha questo potere;
    l ‘udienza non c’è stata ancora ,
    se il minore è un pacco;
    se ho il diritto al mantenimento per me e il minore ,visto che io non lavoro e lui si ;
    che la casa coniugale è di proprietà del ex suocero situata nello stesso stabile dell’ex suocero.Grazie

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