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Diritto all’assegno di mantenimento: quando si perde

27 giugno 2017


Diritto all’assegno di mantenimento: quando si perde

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 giugno 2017



Il coniuge che diventa autosufficiente perde il diritto a ricevere l’assegno di divorzio: conta la capacità di mantenersi da solo, a prescindere dal tenore di vita di cui si godeva durante il matrimonio e dal reddito del marito.

Da oggi in poi ci dovremo abituare a situazioni in cui, in una coppia di coniugi divorziati, la moglie guadagna non più di mille euro e il marito, molto più ricco, ne guadagna diverse migliaia. Sono finite insomma quelle situazioni in cui il mantenimento serviva ad equilibrare i redditi dei due coniugi ponendoli, tendenzialmente, sullo stesso piano. La sentenza dello scorso 10 maggio della Cassazione è ormai entrata nei nostri tribunali e ha iniziato a convincere i giudici (leggi Addio mantenimento a chi può mantenersi da solo). Tra le prime applicazioni – oltre a quelle della stessa cassazione (leggi Addio alimenti alla ex moglie: al via le domande di revisione) – vi è quella del tribunale di Milano che, in realtà, ancor prima della Cassazione aveva sposato questa linea interpretativa. L’ultima sentenza è di questi giorni [1] e chiarisce quando si perde il diritto all’assegno di mantenimento.

Quando l’ex moglie (o, in generale, l’ex coniuge) è in grado di mantenersi da sola non ha più diritto al mantenimento. E per mantenersi bastano mille euro al mese: a tanto ammonta il reddito richiesto dalla legge per accedere al gratuito patrocinio che può essere preso a riferimento come limite della povertà. Oltre tale soglia si possono affrontare da soli le spese e non c’è ragione di richiedere contributi dall’ex marito. Ma in base a quali criteri concreti è possibile stabilire quando si perde il diritto all’assegno di mantenimento? La Cassazione ha fornito alcune indicazioni per individuare il criterio dell’autosufficienza economica; questa scatta quando:

  • si è in possesso di un reddito di lavoro (autonomo o dipendente);
  • si è titolari di case (anche se non date in affitto) potenzialmente produttive di reddito, o di beni mobili come azioni, titoli, quote in società, ecc.;
  • si ricevono aiuti economici dai genitori;
  • si possiede la capacità di lavorare per età, formazione e precedenti esperienze;
  • si è ottenuto l’assegnazione della casa coniugale, il che costituisce sicuramente una ricchezza perché sottrae alla necessità di pagare un affitto.

Il Tribunale di Milano condivide il recente orientamento della Cassazione che considera non più attuale né applicabile al nuovo contesto sociale e legislativo, il parametro del precedente «tenore di vita» goduto dalla coppia quando ancora era unita, per individuare il diritto dell’ex coniuge richiedente l’assegno divorzile. Secondo il nuovo indirizzo della Suprema Corte, l’utilizzo di tale parametro non solo collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio in quanto ripristina il rapporto economico-patrimoniale tra coniugi estinto dalla sentenza di divorzio, ma contrasta anche con il nuovo contesto sociale e storico «dove con determinazione e forza (…) viene rivendicato dalle donne stesse il ruolo delle donne in tutti gli ambiti lavorativi, sociali e familiari con la richiesta di pari diritti e corrispondenti aspettative». Infatti, stante l’univoca funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile, secondo la Suprema Corte, non deve più essere tutelato l’interesse dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale, in un’ottica di riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi per tanto tempo ritenute sbilanciate a sfavore della donna, ma bensì l’interesse al raggiungimento dell’indipendenza economica, prestando attenzione alle condizioni del creditore e non a quelle dell’obbligato.

Quindi per stabilire quando si perde il diritto all’assegno di mantenimento bisogna innanzitutto verificare l’adeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e la possibilità o meno per ragioni oggettive dello stesso di procurarseli. In due parole bisogna considerare la sua indipendenza economica.


note

[1] Trib. Milano, sent. del 5.06.2017.

22699/2015 Reg. Gen.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO TRIBUNALE DI MILANO

– SEZIONE IX CIVILE –

Il Tribunale di Milano riunito in camera di consiglio in persona dei seguenti magistrati:

dott.ssa Laura Maria Cosmai dott.ssa Maria Laura Amato dott. Giuseppe Gennari

ha pronunciato la seguente

Presidente Giudice Rel.est. Giudice

SENTENZA

nel procedimento civile iscritto al numero di ruolo di cui sopra, promosso con ricorso depositato il giorno 14 aprile 2015, assunto in decisione all’udienza in data 23 febbraio 2017 e vertente

TRA

XXX , nato a … il …. (codice fiscale ………), rappresentato e difeso congiuntamente e

disgiuntamente dagli avvocati …. ed …. ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultima, sito in…………., come da procura in atti;

PARTE ATTRICE

E

YYY , nata a …. il …. (codice fiscale ……), rappresentata e difesa dall’avv……, con studio in Milano,

…….., ove è stato eletto domicilio, come da procura in atti;

PARTE CONVENUTA

e con l’intervento del PUBBLICO MINISTERO, in persona del Sostituto – Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano

OGGETTO: DIVORZIO GIUDIZIALE CONCLUSIONI delle parti:

Per l’intervenuto PM:

Tribunale di Milano – Sez.IX Civile Il Giudice Rel. Est.

Dott. ssa Maria Laura Amato

“1)-Pronunciare lo scioglimento del matrimonio civile tra XXX (ricorrente) e YYY (resistente) ordinando all’Ufficiale di stato civile competente di procedere all’annotazione della sentenza ed ulteriori incombenze di legge;

2)confermar ei provvedimenti già assunti.

Si rimette nel resto.”

Per parte attrice:

“Voglia il Tribunale adito, respinta ogni diversa domanda ed eccezione avversaria, formulata anche in via riconvenzionale,

In via principale

1) Dichiarare lo scioglimento del matrimonio tra XXX e YYY celebrato in Arcore il 23.10.1991 (atto di matrimonio trascritto nei registri dello stato civile di Arcore al n. 8 P1 Anno 1991);

2) Porre in capo al Dott. XXX l’obbligo di provvedere al mantenimento diretto del figlio WWW, con lo stesso convivente, ed a quello di ZZZ con il versamento di un assegno determinato in misura di Euro 1.000,00 al mese oltre al pagamento integrale delle spese mediche non coperte dal SSN e sportive, previamente concordate con il figlio stesso, salvo l’urgenza, nonché di istruzione (tasse per istituto pubblico o privato, se concordato, materiale didattico, viaggi studio concordati con ZZZ), da versarsi entro il 5 di ogni mese direttamente in favore del figlio ZZZ.

3)- Dichiarare che nulla è dovuto dal Dott. XXX alla Signora YYY a titolo di mantenimento per le ragioni di cui in narrativa.

In subordine, nella denegata ipotesi di mancato accoglimento della domanda sub 3) che precede

4)- Porre in capo al Dott. XXX l’obbligo di provvedere al mantenimento della Signora YYY con il versamento un assegno di Euro 300,00 al mese, da versarsi entro il 5 di ogni mese.

In via istruttoria

…..omissis

Per parte convenuta:

Richiamato :

. il contenuto del verbale delle dichiarazioni rilasciate dai coniugi in sede di udienza presidenziale;

. il contenuto dell’ordinanza presidenziale del 20 ottobre 2015;

. il contenuto di tutti gli scritti difensivi depositati anche in forma cartacea e costituiti da : comparsa di costituzione e risposta con domanda riconvenzionale; memoria di costituzione e risposta ai sensi degli artt.166 e 167 cpc; memorie istruttorie ai sensi degli artt.183 6°comma nn.2 e 3 cpc; atto di deposito con documenti ivi allegati in adempimento del contenuto dell’ordinanza presidenziale del 30 giugno 2016;

. il contenuto dell’ordinanza del 30 giugno 2016;

. il verbale di prova testimoniale del 26 gennaio 2017, si precisano, allo stato, le seguenti conclusioni

Voglia il Presidente, in via provvisoria ed urgente e, quindi, il Tribunale Ill.mo in via definitiva, respinta ogni diversa istanza ed eccezione, così pronunciare:

  1. In via riconvenzionale:

I.i. Dichiarare lo scioglimento del matrimonio civile tra XXX e YYY celebrato in ….. il ….. (atto di matrimonio trascritto nei registri dello stato civile di….e al n…. P. Anno ….);

I.ii. XXX provvederà direttamente ed integralmente al mantenimento del figlio WWW, maggiorenne, studente universitario e con lo stesso convivente nonchè integralmente al pagamento delle spese mediche ritenute da entrambi i genitori necessarie;

I.iii. XXX verserà un contributo al mantenimento del figlio ZZZ, maggiorenne, privo di attività lavorativa e convivente con la mamma nella misura di €.1.300,00 mensili da corrispondersi entro il giorno 5 di ogni mese tramite bonifico bancario, assegno rivalutabile ex

lege secondo gli indici ISTAT a decorrere dal giorno della costituzione in giudizio avvenuta il 9 ottobre 2015 e fino a quando non avrà reperito una stabile attività lavorativa, oltre al pagamento integrale delle spese mediche non coperte dal SSN, salvo l’urgenza, nonchè di istruzione (tasse per istituto pubblico o privato, materiale didattico, viaggi studio concordati );

I.iv. XXX provvederà al mantenimento della moglie nella misura di €.4.000,00 mensili da corrispondersi entro il giorno 5 di ogni mese tramite bonifico bancario, assegno rivalutabile ex lege secondo gli Indici ISTAT a decorrere dal giorno della costituzione in giudizio avvenuta il 9 ottobre 2015 e fino a quando la stessa non avrà reperito un’attività lavorativa adeguata alla propria professionalità e che le garantisca di sostenere da sola lo stile di vita consono alla stessa dopo venti anni di matrimonio con il dott. XXX, oppure attraverso la corresponsione in un’unica soluzione di una somma determinata in base ai parametri di cui all’art.5 n.6 della legge 1.12.1970 n.898 e ritenuta equa dal Tribunale;

  1. in via subordinata:

respingere tutte le domande ex adverso formulate con la conseguente conferma delle condizioni previste nella sentenza di separazione n.6364/2014.

III. In via istruttoria ….

….Omissis….

  1. Ordinare la cancellazione delle frasi offensive rivolte dalla difesa avversaria nei confronti della signora YYY, come specificato nella memoria di costituzione e risposta ai sensi degli artt.166 e 167 cpc paragrafo 2. pagina 7 e seguenti di parte YYY; e tenuto conto delle modalità difensive svolte dalla difesa avversarie e tenuto conto delle norme deontologiche in vigore nonché dei protocolli accettati dagli avvocati esercenti con attività prevalente il diritto di famiglia, condannare il ricorrente ai sensi dell’art.96 1° e 3° comma cpc ad una somma ritenuta equa dal Tribunale;
  2. In ogni caso e, comunque, con condanna alle spese legali del presente procedimento nonché di ogni onere relativo alla CTU tecnica contabile.” ********************************************************************************

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Con ricorso depositato in data 14 aprile 2015 ritualmente notificato XXX chiedeva a questo Tribunale di dichiarare lo scioglimento del matrimonio civile contratto in …. in data ….. (trascritto presso gli atti dello Stato civile del Comune di …., anno …., n. …., Parte …, e presso gli atti dello Stato Civile del Comune di ….., n. …, anno …., parte …, serie), con YYY e dalla quale si era separato con sentenza n. 6364/2014 del Tribunale di Milano emessa in data 19 marzo 2014. Parte ricorrente chiedeva, più nello specifico, oltre alla pronuncia dello scioglimento del matrimonio civile contratto tra i coniugi, che venisse disposto a suo carico il mantenimento diretto del figlio WWW, con lo stesso convivente, nonché il versamento di un assegno pari ad € 1.000,00 mensili quale contributo al mantenimento indiretto del figlio ZZZ oltre al pagamento del 100% delle spese straordinarie relative al medesimo, come previsto dalla sentenza di separazione; chiedeva, altresì, di dare atto che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento alla moglie di un assegno divorzile e che venisse revocato per l’effetto l’obbligo di corrispondere l’assegno di € 700,00 stabilito in favore della medesima in sede di separazione e solo, in subordine, che venisse disposta la riduzione dell’assegno medesimo nella misura di Euro 300,00 al mese.

Con memoria difensiva si costituiva YYY che aderiva alla domanda di divorzio e formulando domande riconvenzionali chiedeva la conferma del mantenimento del figlio WWW integralmente a carico del padre, l’aumento del contributo al mantenimento del figlio ZZZ a carico del padre nella misura di € 1.300,00 oltre al pagamento del 100% delle spese straordinarie relative al medesimo, nonché il versamento di un assegno divorzile a suo favore pari ad € 4.000,00.

All’udienza presidenziale del 20 ottobre 2015, il Presidente, sentite le parti comparse personalmente, esperito senza esito il tentativo di conciliazione, verbalizzate le dichiarazioni delle medesime, confermando le statuizioni della sentenza di separazione, pronunciava ordinanza ex art. 708 c.p.c. come di seguito riportata:

“letti ed esaminati gli atti e i documenti di causa;

sentite personalmente le parti e i loro difensori;

rilevato che con riferimento al ricorrente non sono state documentate significative modifiche peggiorative della sua situazione reddituale e patrimoniale, rispetto a quanto fotografato al momento della sentenza di separazione (peraltro di poco più di un anno fa) che riportava una capacità reddituale netta di circa € 58.000, poi € 68.000 e infine € 61.000, con redditi percepiti sostanzialmente corrispondenti a quanto emerso nell’ultima dichiarazione dei redditi 2014 (dove emerge un reddito lordo di € 78.995.000 circa) e dalla dichiarazione dei redditi dei redditi 2015 riferita agli anni di imposta 2014 (dove emerge un reddito lordo annuo di € 81.437,000 circa) e dove però devono calcolarsi le detrazioni per l’assegno di mantenimento per il coniuge (9.000 per il PF 2014 e 9.300 per il PF2015) in assenza altresì delle dichiarazioni fiscali integrali precedenti riportate in sentenza;

rilevato altresì, quanto alla resistente, che in sentenza, dopo aver dato atto della mancanza di dichiarazioni fiscali aggiornate, si evidenziava come dalle dichiarazioni più risalenti nel tempo i redditi della medesima risultavano essersi attestati intorno agli € 6.700-10.000 annui, a fronte di una capacità mensile indicata dalla sentenza della Corte di Appello di Milano del 23.02.2012 di € 808,00 euro come documentata all’epoca;

rilevato, più nello specifico che dalle ultime dichiarazioni fiscali prodotte dalla resistente risulta che la medesima ha percepito nel 2011 (PF 2012) un reddito lordo di € 13.240 pari ad un reddito netto di circa € 11.600; nel 2012 (PF 2013) un reddito lordo di € 22.968 pari ad un reddito netto di circa € 18.830 circa; nel 2013 (PF 2014) un reddito lordo di € 23.143 pari ad un reddito netto di circa € 25.800 circa; nel 2014 (PF 2015), pur dovendo in tali dichiarazioni tenersi in conto dell’assegno di mantenimento tra i redditi, ritenendo ragionevole l’indicazione dello stipendio netto mensile indicato dalla Corte di Appello conformemente a quanto ammesso dalla parte in udienza;

osservato, altresì che a fronte di una documentata capacità reddituale la medesima ha dichiarato di essere disoccupata dal gennaio 2014 non essendole stato rinnovato dalla società AAA s.a.s. il contratto scaduto il 31.12.2014 e non percependo alcuna indennità di disoccupazione;

osservato, in proposito, che la resistente, su sollecitazione del difensore di controparte che chiedeva di produrre visura ordinaria della Siva s.a.s. dalla quale emergeva la cessione della quota quale socia accomandante ai figli della coppia, ammetteva che era stata concordata tale operazione per evitare azioni esecutive da parte di un debitore e che continuava comunque a collaborare con tale società percependo compensi sia pure saltuariamente;

rilevato, altresì, che la resistente ha pure ammesso di aver dovuto vendere alla madre la casa dove vivono, sia pure fittiziamente in quanto asseritamente già alla stessa intestata con un’operazione simulata;

rilevato, pertanto, alla luce della situazione relativa alla resistente come emergente dalle dichiarazioni e dai documenti versati in atti, invero non del tutto chiara e dovendo essere eventualmente meglio approfondita, che – pur avendo certamente la medesima dimostrato di godere di una buona capacità professionale e di essersi saputa inserire proficuamente nel mondo del lavoro, con peraltro una fondata e ammessa aspettativa di essere reintegrata nella società AAA – permane una significativa disparità reddituale tra i coniugi, per cui deve essere confermata la

statuizione della sentenza che prevedeva il riconoscimento in suo favore di un assegno di mantenimento nella misura come ivi stabilita, non sussistendo però allo stato, sulla base dei sopra indicati dati contradditori offerti dalla resistente, presupposti per aumentare tale assegno; osservato, altresì che anche quanto al mantenimento e alla distribuzione degli oneri per i due figli, in relazione ai quali il ricorrente ha chiesto la conferma delle statuizioni della separazione, non essendo state in alcun modo allo stato documentate significative sopravvenienze né modifiche delle modalità di visita e/o permanenza presso uno dei due genitori che possono in qualche nodo incidere significativamente sulle spese sostenute, debbono essere confermati gli oneri imposti dalla sentenza di separazione, non potendosi quindi accogliere in questa fase il richiesto aumento per il figlio ZZZ né una diversa partecipazione a carico del padre per le spese mediche di WWW, non ravvisandone comunque la ragionevolezza.

P.Q.M.

1)- Conferma integralmente le statuizioni della sentenza di separazione n. 6364/14 emessa dal Tribunale di Milano in data 19.03.2014 passata in giudicata in data 11.03.2015 quanto ai punti nn. 3, 4, 5, 6.”

Nominava sé stesso Giudice Istruttore e fissava udienza di comparizione e trattazione in data 3 marzo 2016, ove lette le memorie integrative venivano concessi i richiesti termini di cui all’art. 183, 6° comma nn. 1, 2 e 3 c.p.c..

Alla successiva udienza del 30 giugno 2016, il Giudice fissava un termine a parte ricorrente che si impegnava a produrre la documentazione attestante la sua situazione patrimoniale (dichiarazione di successione a seguito del decesso della madre del ricorrente, movimenti e saldo finale di tutti i conti correnti/postali, depositi o dossier titoli intestati al XXX e/o cointestati per il periodo da gennaio 2014 fino alla data dell’acquisizione) e, dando atto della nuova occupazione lavorativa della signora YYY, ammetteva le prove orali per testi come dedotte dalla parte attrice nella seconda memoria ex art. 183, comma 6° c.p.c., limitatamente ad alcuni capitoli di prova, non ammettendo i restanti capitoli e non ammettendo le prove orali per testi e interpello dedotte dalla parte convenuta, in parte perché relative a circostanze irrilevanti e superflue, in parte perché documentali o documentabili, in parte perché generiche o valutative oltre che non contestate.

Veniva, infine, fissata successiva udienza per l’assunzione dei testi di parte ricorrente in ordine alle circostanze ammesse in data 26 gennaio 2017 ove il Giudice, escussi i testi, all’esito dell’attività istruttoria espletata, ritenuta del tutto superflua l’ulteriore attività istruttoria chiesta da parte convenuta e ritenuta conseguentemente la causa matura per la decisione rinviava per la precisazione delle conclusioni all’udienza già fissata del 23 febbraio 2017.

A detta udienza il Giudice invitava le parti a precisare le conclusioni in ordine a tutte le domande e le istanze avanzate e previa assegnazione dei termini di cui all’articolo 190 c.p.c. per il deposito di memorie conclusionali e memorie di replica, tratteneva la causa in decisione per poi rimetterla al Collegio.

In data 1 marzo 2017 venivano acquisite le conclusioni del Pubblico Ministero.

Osserva in via preliminare il Tribunale che il materiale probatorio agli atti è idoneo e sufficiente a fondare una motivata decisione su tutte le domande svolte dalle parti, ritenendo il Collegio sufficientemente istruita la causa a seguito dell’attività probatoria espletata e ritenendo per l’effetto di confermare le determinazioni istruttorie assunte dal Giudice Istruttore all’udienza del 30 giugno 2016, risultando parte delle istanze probatorie dedotte da parte attrice e le domande di prova dedotte da parte convenuta in parte relative a circostanze irrilevanti e superflue in parte documentali o documentabili e in parte generiche o valutative oltre che non contestate.

Ciò premesso, la domanda principale di scioglimento del matrimonio civile è fondata e deve, pertanto, trovare accoglimento.

I coniugi, che hanno contratto matrimonio civile in …. in data ….. (trascritto presso gli atti dello Stato civile del Comune di …, anno .., n. .., Parte .., e presso gli atti dello Stato Civile del Comune di …., n. …, anno …., parte …, serie …), in regime di separazione dei beni, si sono separati con sentenza n. 6364/2014 del Tribunale di Milano emessa in data 19 marzo 2014.

Dall’unione coniugale sono nati ZZZ (…) ed WWW (…), entrambi maggiorenni.

Essendosi protratto lo stato di separazione tra gli stessi per il periodo previsto dalla legge, non essendo stata eccepita un’intervenuta riconciliazione ed avendo la parte ricorrente dato atto che da allora non è ripresa la convivenza né una comunione di vita, ricorrono gli estremi previsti dall’art. 3 n. 2 lett. b) L. 898/70 e successive modifiche (L. 55/2015) per la pronuncia dello scioglimento del matrimonio civile, dovendosi ritenere accertato che la comunione materiale e spirituale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita.

Va, pertanto, pronunciato lo scioglimento del matrimonio civile contratto tra le parti.

Deve essere, quindi, decisa la domanda concernente il mantenimento dei figli a carico del padre, avendo entrambe le parti chiesto la conferma, in punto di mantenimento del figlio WWW, della sentenza di separazione che prevedeva l’integrale mantenimento diretto di quest’ultimo a carico del padre con lui convivente; mentre, con riferimento a ZZZ (anche egli maggiorenne ma non economicamente indipendente), convivente con la madre, il padre ha chiesto parimenti la conferma dell’assegno già previsto in sede di separazione nella misura di € 1.000 mensili oltre al pagamento integrale delle spese straordinarie, la madre ha chiesto l’aumento ad euro € 1.300 oltre al pagamento integrale delle spese straordinarie.

In diritto, come è noto, la Suprema Corte ha così statuito sul tema in questione: “L’obbligo dei genitori di concorrere ex art. 148 c.c. al mantenimento dei figli non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma continua invariato finché il genitore interessato non provi che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica oppure che è stato posto nella concreta posizione di poter essere autosufficiente, ma non ne abbia tratto profitto per sua colpa; ne consegue che il genitore, il quale contesta la sussistenza del proprio obbligo di mantenimento nei confronti di figli maggiorenni che non svolgono attività lavorativa retribuita, è tenuto a fornire la prova della condotta colpevole del figlio che persista in un atteggiamento d’inerzia nella ricerca di un lavoro compatibile con le sue attitudini e la sua professionalità ovvero di rifiuto di corrispondenti occasioni di lavoro” (Cass., 03.04.2002 n. 4765; Sez. 1, Sentenza n. 19589 del 26/09/2011).

Ciò posto in diritto, si osserva quanto segue.

ZZZ (nato in data 10.11.1992), da tempo maggiorenne – sulla base delle dichiarazioni convergenti rese dalle parti medesime – risulta aver terminato da giugno 2015 il percorso di studi ad indirizzo musicale (per cui il padre pagava € 2.000,00 annuali di retta scolastica); vive da sempre con la madre e la nonna. Ad oggi risulta stia incidendo brani musicali, senza aver ancora trovato – secondo quanto confermato da entrambi i genitori – un’attività lavorativa regolare che gli fornisca una stabile fonte di reddito; lo stesso ha comunque espresso la volontà di trasferirsi all’estero per rendersi autonomo. Pur dovendosi ragionevolmente presumere che presto riuscirà ad inserirsi nel mondo occupazionale in ipotesi anche interrompendo la convivenza con la madre, al momento non è in grado di provvedere da solo al proprio mantenimento. Il ricorrente ha comunque manifestato la sua disponibilità a continuare a versare l’assegno di mantenimento indiretto, già stabilito in sede di separazione, evidentemente al fine di aiutarlo per il suo auspicabile prossimo inserimento nel mondo di uno specifico settore (quello musicale) e per avviarlo in un difficile e particolare campo lavorativo, non particolarmente remunerativo almeno per i primi tempi.

Quanto ad WWW (nato in data 13.10.1995), lo stesso vive dal tempo della separazione con il padre. Anch’egli è giunto, nel giugno 2016, al termine del percorso di studi musicali conclusosi presso un’accademia musicale, peraltro sempre pagata integralmente dal padre nella misura di € 2.000,00 annuali per tre anni.

Essendo le domande delle parti convergenti in punto di mantenimento di WWW a carico del padre con esso convivente, non sono state dedotte nè approfondite ulteriori circostanze, dovendosi presumere che lo stesso si stia inserendo adeguatamente e proficuamente nel mondo occupazionale, non sostenendo peraltro alcun onere locativo. Il padre ha – come sopra evidenziato – reiterato la sua disponibilità a continuare a provvedere al suo integrale mantenimento, pur dovendosi ritenere che lo stesso – che ha concluso gli studi – sia in grado di attivarsi efficacemente per reperire presto un’attività lavorativa che lo renda del tutto autonomo.

Alla luce pertanto di quanto sopra rilevato, tenuto conto delle dichiarazioni delle parti e dei dati versati in atti, stante la convergenza delle domande deve essere in primo luogo confermato l’obbligo a carico del padre del mantenimento integrale di WWW.

Relativamente al contributo di mantenimento indiretto per YYY, le domande convergono sull’”an”, divergendo invece con riferimento al “quantum”, peraltro in misura limitata. Quanto all’importo del contributo, tenuto conto che YYY comunque da tempo ha concluso gli studi e che deve comunque attivarsi per reperire presto un’attività lavorativa, in mancanza peraltro di alcuna deduzione (invero da entrambe le parti) in ordine ai tentativi eventualmente in concreto posti in essere dal ragazzo e/o a esperienze lavorative anche solo saltuarie che ragionevolmente lo stesso può aver intrapreso dando così prova di un’inerzia non colpevole, in difetto altresì del benché minimo riscontro probatorio della resistente – gravando evidentemente sulla medesima l’onere di provare il fondamento della richiesta di aumento, avendo peraltro le parti di fatto mantenuto la stessa situazione patrimoniale e reddituale rispetto al momento della separazione (come meglio si vedrà in prosieguo) – ritiene il Collegio all’esito del giudizio di confermare le statuizioni della sentenza di separazione anche in punto di mantenimento del figlio YYY, conformemente all’offerta del padre medesimo.

Tale assegno dovrà essere ancora corrisposto alla madre, stante ancora la convivenza e quindi la piena legittimazione attiva della medesima e in mancanza della specifica richiesta del figlio. Si richiama sul punto come: ”La mancata richiesta, da parte del figlio maggiorenne non indipendente economicamente, di corresponsione diretta dell’assegno di mantenimento giustifica la legittimazione a riceverlo da parte del genitore con lui convivente, il quale anticipa le spese per il suo mantenimento e le programma d’accordo con lui, e, di conseguenza, il genitore obbligato non ha alcuna autonomia nella scelta del soggetto nei cui confronti adempiere. (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 24316 del 28/10/2013).

Passando, quindi, alla richiesta di assegno divorzile avanzata per sé dalla signora YYY, a fronte delle opposte prospettazioni in fatto e in diritto, sono necessarie, ad avviso del Collegio, alcune preliminari considerazioni in punto di diritto in relazione all’assegno divorzile alla luce del recente pronunciamento della Corte di Cassazione con la innovativa sentenza 10.05.2017 n. 11504 del 10.02/10.05.2017.

In questo specifico panorama interpretativo, non possono infatti non essere richiamati nel caso di specie i nuovi criteri interpretativi enunciati con assoluta chiarezza dalla prima sezione della Corte di Cassazione con tale sentenza – peraltro invocata da parte attrice nella comparsa di replica – che ribaltando il richiamato orientamento giurisprudenziale in merito ai presupposti per il riconoscimento dell’assegno di divorzio, si è discostata dalle pronunce precedenti ritenute pietre miliari fino ad oggi (cfr. Sezioni Unite nn. 11490 e 11492 del 29 novembre 1990), mettendo in evidenza gli effetti per i coniugi conseguenti al matrimonio e all’estinzione del vincolo (differentemente rispetto alla pronuncia della separazione), in un contesto sociale profondamente mutato rispetto al passato.

Come noto il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto ai sensi dell’art. 5, comma 6 Legge 898/70, in seguito all’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi economici del coniuge economicamente più debole per far fronte alle proprie esigenze.

Fino ad ora, secondo la giurisprudenza costante, il parametro al quale rapportare il giudizio di adeguatezza dei mezzi economici del richiedente l’assegno, era il tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio.

La Suprema Corte nell’enunciare il cambiamento di orientamento, ha ripercorso con logicità e precisione quanto in precedenza affermato sia prima che dopo le fondamentali sentenze delle Sezioni Unite nn. 11490 e 11492 del 29 novembre 1990, ritenendo quindi non più attuale e non in linea con i tempi siffatto precedente consolidato indirizzo secondo cui il parametro di riferimento – al quale rapportare l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei “mezzi” del richiedente – è stato costantemente individuato nel “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio” (così la sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990).

La Corte ha ritenuto tale orientamento, a distanza di così tanti anni, non più attuale nè applicabile nel nuovo contesto sociale e legislativo, risolvendosi altrimenti in una “locupletazione illegittima” in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza di un rapporto matrimoniale ormai estinto ed inoltre di durata tendenzialmente sine die.”

Più nello specifico ha segnatamente osservato come “Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso – sulla base dell’accertamento giudiziale, passato in giudicato, che “la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste dall’art. 3” (cfr. artt. 1 e 2, mai modificati, nonchè la L. n. 898 del 1970, art. 4, commi 12 e 16) -, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali (art. 191 c.c., comma 1) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art. 143 c.c., comma 2), fermo ovviamente, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale,

con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi (cfr. art. 317 c.c., comma 2, e da artt. 337-bis a 337-octies c.c.).”

Ancorare il parametro di riferimento al quale rapportare l’adeguatezza /inadeguatezza dei mezzi del richiedente al tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio – come finora fatto – determina a parere dei Supremi Giudici una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all’una o all’altra fase, debbono per ciò stesso essere effettuati secondo l’ordine progressivo normativamente stabilito.

Come noto infatti dalla piana lettura dell’art. 5, comma 6 L. 898/70 già da tempo era stato evidenziato come l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio per sua stessa stessa “struttura” prefigurasse un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, “il cui oggetto è costituito, rispettivamente, dall’eventuale riconoscimento del diritto (fase dell’an debeatur) e – solo all’esito positivo di tale prima fase – dalla determinazione quantitativa dell’assegno (fase del quantum debeatur)”.

Secondo la Corte, esplicitando le premesse svolte, alla luce di tali considerazioni utilizzare il parametro del “tenore di vita” per individuare l’adeguatezza/inadeguatezza dei mezzi del richiedente l’assegno nonchè la possibilità/impossibilità dello stesso di procurarsi, nella prima necessaria fase dell’an debeatur, “collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, come già osservato (supra, sub n. 2.1), con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale – a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 cod. civ. -, sicchè ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo sia pure limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto – in una indebita prospettiva, per così dire, di “ultrattività” del vincolo matrimoniale.”

Nel portare avanti il ragionamento con l‘innovativo indirizzo, nella recente pronuncia viene quindi evidenziato come già le Sezioni Unite, nella sentenza n. 11490 del 1990, si erano poste il problema “di evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto personale sciolto”, prevedendo la necessità di “utilizzare in maniera prudente, in una visione ponderata e globale, tutti i criteri di quantificazione, che sono idonei ad evitare siffatte rendite ingiustificate “.

A parere della Corte, in un passaggio significativo della sentenza, l’esigenza, che era stata sentita in quegli anni, di non rompere attraverso nuovi indirizzi interpretativi con la tradizione, in linea evidentemente con il costume sociale dell’epoca caratterizzati da modelli più tradizionali di matrimonio dove il ruolo della donna era di certo socialmente più circoscritto, ”si è molto attenuata nel corso degli anni, essendo ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonchè come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile … Ed è coerente con questo approdo sociale e legislativo l’orientamento di questa Corte, secondo cui la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell’assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte dell’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. le sentenze nn. 6855 del 2015 e 2466 del 2016).

Evidenzia quindi la Corte:” Un’interpretazione delle norme sull’assegno divorzile che producano l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico- patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell’individuo (cfr. Cass. n. 6289/2014) che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu (art. 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 9).”

In questo diverso panorama interpretativo, alla luce del nuovo contesto sociale e storico, dove con determinazione e forza, anche (e soprattutto) in altri Paesi, viene rivendicato dalle donne stesse il ruolo delle donne in tutti gli ambiti lavorativi, sociali e familiari con la richiesta di pari diritti e corrispondenti aspettative, stante l’univoca funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile, non è più per la Suprema Corte attuale nè tutelabile giuridicamente un interesse dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale, in un’ottica di riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi per tanto tempo ritenute sbilanciate a sfavore della donna, bensì l’interesse al raggiungimento della indipendenza economica, avendo attenzione alle condizioni del creditore e non a quelle dell’obbligato.

Fatte queste analitiche premesse la Corte, alla luce del richiamato principio di autoresponsabilità e ricavando una base normativa dall’art. 337 septies, 1° comma c.c. (che riconosce un assegno ai figli maggiorenni “non indipendenti economicamente), individua pertanto come nuovo parametro al quale rapportare – nella prima fase dell’an debeatur – l’”adeguatezza-inadeguatezza” dei “mezzi” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e la “possibilità-impossibilità per ragioni oggettive dello stesso di procurarseli” – l’“indipendenza economica” (normativamente equivalente a quello di “autosufficienza economica).

Soltanto nella successiva fase del “quantum debeatur” è legittimo procedere ad un “giudizio comparativo” tra le rispettive “posizioni” personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli specifici criteri dettati dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, per tale fase del giudizio.

Ciò premesso, secondo la Suprema Corte i principali “indici” per accertare, nella fase di giudizio sull’an debeatur, la sussistenza, o no, dell’indipendenza economica” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio – e, quindi, l’adeguatezza”, o no, dei “mezzi”, nonchè la possibilità, o no “per ragioni oggettive”, dello stesso di procurarseli vengono così individuati:

1)- il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza (“dimora abituale”: art. 43 c.c., comma 2) della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Con questa storica e innovativa sentenza che ha cercato di dare una veste interpretativa più aderente ad una realtà sociale in continua evoluzione, riducendo lo iato tra diritto e società concreta, pur con tutti i necessari adattamenti ai diversi casi concreti che dovranno portare i giudici a calare i nuovi criteri interpretativi entro le diverse situazioni del caso di specie, sì da non creare inique rendite o ingiusti dinieghi, la Corte di Cassazione dopo aver svolto le summenzionate considerazioni, individuando i principali indici di riferimento per determinare la sussistenza o meno dell’indipendenza economica dell’ex coniuge ha enunciato il seguente principio di diritto in parte integrativo e in parte sostitutivo del precedente orientamento giurisprudenziale: “Il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui all’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, come sostituito dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

A)- deve verificare, nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell’autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di «mezzi adeguati» o, comunque, impossibilità «di procurarseli per ragioni oggettive»), con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;

B)- deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della «solidarietà economica» dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[….] condizioni dei coniugi, [….] ragioni della decisione, [….] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [….] reddito di entrambi [….]»), e “valutare” «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 cod. civ.).”

Al lume dei principi sopra illustrati, condividendo questo Collegio e recependo il nuovo orientamento della Cassazione, che è giudice della nomofilachia (uniformità di interpretazione delle leggi), ampiamente orientata ad una visione al passo con i tempi, vanno letti i dati fattuali emergenti dalla piattaforma probatoria emersa al fine di valutare, nel caso di specie, nella prima fase dell’an debeatur se sussista il diritto della signora YYY all’eventuale riconoscimento di un assegno divorzile, necessariamente prodromica alla successiva fase di determinazione del quantum di detto assegno.

Orbene da tutto quanto emerso in udienza, dalla documentazione versata in atti e dalle testimonianze escusse in fase istruttoria a parere di questo Collegio può ritenersi univocamente che la signora YYY goda certamente di mezzi idonei a garantirle l’autosufficienza economica o perlomeno sia nelle condizioni di poterseli procurare, non avendo comunque in alcun modo assolto l’onere probatorio sulla medesima gravante.

Risulta infatti, sia per tabulas che per univoche risultanze probatorie, che la YYY sia persona dotata di specifica capacità lavorativa e competenza professionale in un determinato settore; ha sempre lavorato sin dal 2005 presso la AAA S.a.s. operante nel settore della consulenza medica, dichiarando di aver percepito fino a dicembre 2014 circa € 800,00 netti mensili, allorquando ha dichiarato di esser stata licenziata.

Invero dalle testimonianze rese all’udienza del 26 gennaio 2017 dal signor …. (titolare della AAA S.a.s.) e dal signor ….. (collaboratore/cliente della società) e per stessa successiva ammissione della parte è emerso che la medesima abbia continuato a collaborare con la AAA S.a.s. fino a dicembre 2015 senza soluzione di continuità, svolgendo le medesime mansioni e percependo dei compensi, che tuttavia non risultano dall’ultima dichiarazione dei redditi prodotta (730 del 2016). Il teste ha riferito che la YYY ha ricevuto redditi non dichiarati di circa € 1.200 complessivi per alcuni mesi.

È poi pacifico e documentale che da dicembre 2015 la YYY sia stata assunta dalla BBB S.r.l. operante nel medesimo settore; il teste … ha quindi riferito di essere stato informato dalla stessa YYY di questo cambio di lavoro presso la nuova società, presso cui la resistente gli aveva riferito di aver trasferito la propria clientela acquisita nel tempo presso la AAA S.a.s., con ciò evidentemente anche giustificandosi l’asserito mancato riconoscimento di un trattamento di fine lavoro o qualsivoglia indennità ovvero dovendosi ritenere che si tratti di società riconducibili al medesimo gruppo. La resistente ha dichiarato di lavorare presso questa società part-time e di percepire circa € 750,00 (come si evince dai cedolini prodotti cfr. doc. nn. 120-123), senza peraltro aver in alcun modo allegato alcunché in ordine alla possibilità e/o ai tentativi di aumentare le ore lavorative. Inoltre la resistente è rimasta socia della società AAA per la quota del 20% fino a maggio 2015, avendo dichiarato di aver in seguito ceduto senza contropartita la sua quota ai due figli, che risultano peraltro, dalle testimonianze acquisite, non aver mai assunto alcun ruolo nella società, dovendosi così ragionevolmente pensare ad una mera operazione simulata posta in essere al fine di evitare procedure esecutive nei suoi confronti, avendo all’epoca un contezioso con la precedente proprietaria di casa (per canoni omessi), come d’altronde poi ammesso dalla stessa resistente in udienza. Di certo, anche a volere dar credito alle dichiarazioni della resistente, questa circostanza riferita evidenzierebbe che la stessa era nelle condizioni economiche di compiere una siffatta operazione, senza alcuna apparente giustificazione e senza necessità di avere un corrispettivo.

Ma non solo. La signora YYY oltre a svolgere attualmente un’attività lavorativa conforme alle sue capacità professionali acquisite nel tempo, gode anche della piena e stabile disponibilità di una casa di abitazione (sita ad …., ………. n. ….), ove convive con il figlio maggiore e la di lei madre, la quale peraltro contribuisce con la propria pensione al pagamento delle spese ordinarie e del mutuo acceso per l’acquisto di detto immobile.

Più nello specifico tale immobile, seppur formalmente intestato alla signora ….. (madre di lei) deve ritenersi riconducibile direttamente o indirettamente alla stessa YYY e comunque nella sua piena disponibilità. La stessa infatti ha ammesso in udienza – su insistenti domande del giudice – che tale immobile, acquistato dalla medesima nel 2013, era stato alienato alla madre attraverso un’operazione dichiaratamente fittizia e simulata – senza pertanto ricevere alcun corrispettivo – al solo fine di spogliarsi di qualsiasi bene aggredibile, onde evitare l’esercizio dell’azione esecutiva da parte della precedente proprietaria di casa, pur mantenendo peraltro l’intestazione del mutuo acceso per l’acquisto.

Peraltro non risulta assolutamente attendibile neppure quanto sostenuto in merito al denaro utilizzato per l’acquisto di suddetta abitazione. La ricorrente ha infatti asserito inizialmente che la casa era stata acquistata in parte con i soldi della madre ricavati dalla vendita di una casa di proprietà esclusiva di quest’ultima e in parte accendendo un mutuo.

La circostanza è stata successivamente smentita dalla documentazione prodotta dal ricorrente (cfr visura catastale doc. nn. 17 e 18) da cui si evince che la casa di esclusiva proprietà della madre, che asseritamente sarebbe stata venduta, risulta ancora di proprietà di quest’ultima. Solo in comparsa conclusionale la YYY ha dovuto ammettere – di fronte alle emergenze processuali – che effettivamente la vendita non è avvenuta e che la medesima abitazione è stata ipotecata dalla Banca a garanzia dell’obbligazione di pagamento delle rate di mutuo contratto per l’acquisto dell’immobile dove attualmente risiedono. La resistente ha dichiarato che il prezzo di € 300.000,00 di quest’abitazione è stato pagato per € 100.00,00 tramite assegni circolari a firma …. e per € 200.000,00 tramite assegno circolare della ………, a seguito del rilascio a favore di YYY e ………. dell’atto di mutuo e di costituzione di ipoteca. La YYY ha infine dichiarato che ad oggi deve corrispondere rate mensili di mutuo dell’importo pari € 1.179,30, rivisto successivamente dal piano di ammortamento.

A fronte di quanto rilevato la signora YYY certamente può fare affidamento sulla disponibilità diretta dell’abitazione (anche in una prospettiva futura come erede), sull’entrata reddituale dichiarata che ben comunque potrebbe essere aumentata, data la sua professionalità indiscussa, potendo altresì contare anche per il pagamento del mutuo sulla pensione della madre (che la convenuta ha dichiarato di essere pari a € 1.000) e sull’entrata reddituale potenziale derivante dalla locazione dell’appartamento di proprietà esclusiva della madre non venduto, tenuto altresì conto che l’assunzione di un onere economico importante come l’accensione del mutuo di cui sopra risulta francamente poco compatibile con l’asserita ridotta disponibilità economica dichiarata dalla convenuta.

Alla luce pertanto dei nuovi criteri ermeneutici introdotti con la sentenza della Corte di Cassazione sopra riportata, ritiene il Collegio evidente e pacifica l’attuale indipendenza economica della YYY o perlomeno la capacità e la possibilità per la medesima di procurarsi i mezzi adeguati. Ciò tenuto conto della competenza professionale acquisita nell’ambito del suo settore lavorativo nonché della clientela accumulata e mantenuta nel corso del tempo, considerato altresì che la medesima lavora part-time e che per incrementare il proprio reddito ben avrebbe potuto e ben potrebbe in futuro implementare le ore lavorative rivolgendosi anche ad altre aziende, non avendo dedotto e documentato alcun impedimento in tal senso e risultando libera ormai da tempo da qualsiasi impegno relativo ai figli nonché avendo la stabile disponibilità di una casa di abitazione diretta.

A giudizio del Collegio, pertanto, alla luce di quanto sopra argomentato, tenuto conto dei dati versati in atti e delle univoche risultanze processuali, in mancanza peraltro del benchè minimo riscontro probatorio da parte della resistente di segno contrario, non può essere accolta la domanda di assegno divorzile avanzata dalla medesima. Deve essere, per l’effetto, revocato, a far data dalla pubblicazione della presente sentenza l’assegno di mantenimento pari ad € 700,00 a carico del marito, avente peraltro natura e funzione distinta.

Nessun’ulteriore considerazione deve formularsi con riferimento agli altri criteri previsti dalla citata norma, attinenti alla seconda ed eventuale fase relativa al quantum.

Infondata, da ultimo, oltre che del tutto genericamente formulata la domanda avanzata da parte resistente di cancellazione di non meglio precisate frasi offensive rivolte nel primo atto introduttivo nei confronti della signora YYY dalla difesa di parte ricorrente, rientrando le deduzioni articolate e le affermazioni contenute nel legittimo esercizio del dritto di difesa, in nulla contrastanti con le norme deontologiche in vigore. Tale domanda e conseguentemente quella di condanna al risarcimento del danno deve pertanto essere respinta.

Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta al Tribunale essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti per la definizione del procedimento: gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Giudice ritenuti non rilevanti ai fini della decisione.

La natura necessaria del giudizio, il tenore della decisione, con la risoluzione di questioni interpretative che hanno visto un improvviso e recentissimo “overulling” giurisprudenziale, la maggiore soccombenza della parte convenuta, costituiscono giustificato motivo per compensare tra le parti nella misura di 1/3 le spese di lite e condannare la signora YYY a rifondere XXX dei residui 2/3. Esse sono liquidate direttamente in dispositivo tenendo conto della natura e del valore della controversia, della qualità e quantità delle questioni trattate e dell’attività complessivamente svolta dai difensori, sulla base della normativa applicabile in materia.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, Sezione IX civile, in composizione collegiale, definitivamente pronunciando nella causa fra le parti di cui in epigrafe, ogni altra domanda anche istruttoria, istanza ed eccezione disattesa, così decide:

1)- DICHIARA lo scioglimento del matrimonio civile contratto tra XXX e YYY in …. in data ………… (trascritto presso gli atti dello Stato civile del ………, anno …, n. …, Parte .., e presso gli atti dello Stato Civile del Comune di …., n. .., anno …, parte…, serie …);

2)- PONE a carico di XXX , quale contributo al mantenimento indiretto del figlio ZZZ, il pagamento della somma mensile di € 1.000,00 (annualmente rivalutabile secondo gli indici ISTAT prima rivalutazione aprile 2015) e da corrispondersi a YYY in via anticipata entro il giorno 5 di ogni mese per dodici mensilità all’anno, oltre al rimborso del 100% delle spese mediche e dentistiche non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale, delle spese di istruzione (tasse e rette per istituto, materiale didattico, viaggi studio concordati) e di quelle sportive, preventivamente concordate (fatta eccezione per le spese mediche urgenti, in ordine alle quali il rimborso sarà dovuto anche in assenza di preventivo accordo fra i genitori) ed adeguatamente documentate;

3)- PONE a carico di XXX il mantenimento integrale del figlio WWW con il medesimo convivente;

4)- RIGETTA la domanda di assegno divorzile avanzata per sé da YYY e revoca, per l’effetto, a far data dalla pubblicazione della presente sentenza, l’assegno di mantenimento posto a carico di XXX .

5)- RIGETTA ogni altra domanda avanzata da YYY ;

6)- COMPENSA nella misura di 1/3 le spese di lite tra le parti e condanna YYY a rifondere XXX dei residui 2/3, che liquida in complessive (nella misura già calcolata) € 4.800,00 per compenso professionale, oltre il 15% per rimborso forfettario spese generali, Iva e Cpa, come per legge;

7)- SENTENZA provvisoriamente esecutiva ex lege, ad eccezione del capo 1);

Tribunale di Milano – Sez.IX Civile Il Giudice Rel. Est. Dott.ssa Maria Laura Amato

8)- MANDA alla cancelleria perché trasmetta copia autentica del dispositivo della presente sentenza, limitatamente al capo 1), al passaggio in giudicato, all’Ufficiale di Stato Civile del Comune di …. e del Comune di …. perché provveda alle annotazioni ed ulteriori incombenze di legge;

Così deciso nella camera di consiglio del 17 maggio 2017.

Il Giudice Relatore est.

Dott.ssa Maria Laura Amato

Il Presidente

Dott.ssa Laura Maria Cosmai

Tribunale di Milano – Sez.IX Civile Il Giudice Rel. Est. Dott.ssa Maria Laura Amato


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