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Che rischia chi accetta un pagamento in nero?

28 giugno 2017


Che rischia chi accetta un pagamento in nero?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 giugno 2017



Per l’evasione fiscale scattano sanzioni – amministrative e non penali – in capo al solo venditore e non anche a chi versa il denaro in contanti.

Quando si concorda il prezzo della parcella con un professionista, la spesa per le ristrutturazioni in casa con una ditta di lavori o il corrispettivo dovuto a qualsiasi altro lavoratore autonomo per una prestazione da questi erogata, capita spesso di sentirsi dire: «Hai bisogno della fattura?». È chiaro che la domanda contiene in sé una tacita proposta in frode alla legge: chi accetta di pagare in nero riceve uno sconto che, a volte, può essere anche sostanzioso (fino al 30-40%). Ed è chiaro che, in queste occasioni, prima di accogliere l’invito, ci si chieda che rischia chi accetta un pagamento in nero?

In realtà, emettere la fattura non è una facoltà, ma un obbligo per il contribuente, cui non si può sottrarre neanche col consenso altrui. L’unica alternativa concessa dalla legge, a seconda delle esigenze del cliente, è tra lo scontrino e la fattura; ma, alla fine, un documento fiscale va sempre emesso.

Anche se questo non vuol essere un invito ai patti illeciti, chi non ha bisogno della fattura perché non può scaricare la spesa dalle tasse, né ha bisogno dello scontrino come prova di acquisto per far valere un’eventuale garanzia, accetterà di buon grado l’offerta e, quindi, consegnerà la somma in contanti. Inutile dare a questa operazione nomi diversi e dal suono più tecnico di ciò che effettivamente sono: si tratta di evasione fiscale che, sebbene – come vedremo – quasi mai è punita penalmente, costituisce comunque un illecito sanzionato dalla nostra legge. Ma che rischia chi accetta un pagamento in nero? Il problema, almeno in astratto, si presenta sia per chi eroga la prestazione, sia per chi la riceve: entrambi sono infatti partecipi di un accordo che viola la legge. Quali sanzioni o pene sono previste in questi casi? Cerchiamo di chiarire come stanno le cose.

Cosa rischia chi riceve un pagamento in nero?

Iniziamo dal lato del “venditore” o professionista o autonomo che accetta un pagamento in contanti senza emettere la fattura o lo scontrino. Chi accetta un pagamento in nero può sempre emettere la fattura nell’arco di un mese, anche se con data successiva a quella in cui ha ricevuto materialmente il pagamento. Un ritardo ulteriore, invece, lo obbliga a corrispondere le sanzioni all’erario: sanzioni che sono parametrate al tempo che decorre tra l’emissione del documento fiscale e il ricevimento del denaro. In ogni caso, come ha detto la Cassazione qualche giorno fa, non si può emettere più la fattura una volta che sia decorso un anno dal pagamento; nel caso di assegno, l’anno decorre non la data di versamento in conto, ma quella del rilascio materiale del titolo al suo prenditore (leggi Si può emettere la fattura un anno dopo il pagamento?). Dopo i 365 giorni può scattare l’accertamento fiscale.

Ma cosa rischia chi accetta un pagamento in nero? Socialmente questo comportamento viene considerato un’evasione fiscale, ma non per la legge che lo classifica non già come un reato ma come illecito tributario. In buona sostanza, non si subisce un procedimento penale (né tantomeno il carcere), ma una semplice sanzione amministrativa di natura pecuniaria (senza implicazioni quindi sul casellario giudiziario o sulla fedina), che aumenta a seconda del ritardo nella regolarizzazione dell’evasione: tanto più passa il tempo, tanto più elevata è la sanzione. Attenzione però: il reato scatta quando l’evasione è particolarmente elevata. In particolare, si apre un procedimento penale per «dichiarazione infedele» quando l’evasione è superiore a 150mila euro; inoltre i redditi non dichiarati devono superare il 10% del totale o comunque i 3milioni di euro. La pena prevista per tale condotta è la reclusione da 1 a 3 anni.

Chi non riceve la fattura o lo scontrino può sempre denunciare il venditore, il professionista o il lavoratore autonomo all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza. Lo può fare anche in anonimato, anche se, in tale caso, l’avvio del procedimento di verifica non è obbligatorio e i poteri delle autorità sono più limitati (leggi Come mandare un accertamento fiscale). Deve però essere consapevole che:

  • se è passato meno di un anno dal ricevimento del pagamento, chi ha ricevuto il pagamento in nero può sempre regolarizzarsi ed emettere la fattura con data successiva;
  • se si tratta di piccole somme, l’unica conseguenza sono sanzioni di carattere tributario e non penale. Non è ad esempio prevista la chiusura dell’attività o il sequestro dei beni.

Cosa rischia chi effettua un pagamento in nero?

Consideriamo ora il lato di chi esegue il pagamento in nero e si chiede cosa rischia se non pretende la fattura o lo scontrino. Riguardo allo scontrino, di recente, la Guardia di Finanza ha chiarito che alcuna sanzione può essere irrogata al consumatore che, fermato all’uscita del negozio, non sia in possesso dello scontrino  (leggi Che rischia l’acquirente se non ha lo scontrino?). La norma che prevedeva la sanzione in capo a quest’ultimo è stata infatti abrogata.

Da un punto di vista fiscale, chi effettua un pagamento in nero non rischia alcunché neanche se non richiede la fattura come, nell’esempio di poc’anzi, per ricevere uno sconto sul prezzo. Benché quindi questi sia compartecipe dell’accordo in frode alla legge e ne riceve un utile, su di lui non può scattare alcuna conseguenza.

C’è però da considerare che, in assenza di fattura e in occasione di un pagamento in nero, difficilmente si potrà dimostrare, in futuro, l’avvenuta estinzione dell’obbligazione con il versamento del prezzo. Pertanto, qualora dovessero intervenire contestazioni tra le parti e il venditore dovesse asserire di non aver ricevuto alcunché si potrebbe essere costretti a pagare una seconda volta. Pertanto chi accetta di eseguire un pagamento in nero, farà bene a farsi quantomeno rilasciare una ricevuta o una quietanza (sostanzialmente è la stessa cosa): sebbene tale documento, da un punto di vista fiscale, non ha alcun valore, sotto un profilo civilistico invece dimostra la consegna dei soldi e mette al riparo da successive e ulteriori richieste di pagamento.

Anche la ricevuta o la quietanza può essere utilizzata, in futuro, per dimostrare l’esistenza di un contratto tra le parti e far valere così eventuali contestazioni (si pensi a dei lavori non eseguiti a regola d’arte che mostrino delle imperfezioni dopo qualche mese o a una causa andata male che inchiodi l’avvocato alle sue responsabilità per negligenza).

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