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Licenziamento: l’accesso ai documenti aziendali è un diritto?

29 giugno 2017


Licenziamento: l’accesso ai documenti aziendali è un diritto?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 giugno 2017



Il lavoratore che subisce il licenziamento disciplinare ha diritto a visionare solo quei documenti aziendali necessari alla sua difesa.

In caso di licenziamento disciplinare, il diritto del dipendente di visionare i documenti interni all’azienda su cui si basano le contestazioni a lui mosse riguarda solo le “carte” strettamente necessarie a improntare una difesa. Questo perché lo Statuto dei lavoratori non attribuisce all’interessato un accesso agli atti assoluto e incondizionato. Lo ha chiarito una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1] che stabilisce il confine tra diritto alla difesa e riservatezza aziendale. Ma procediamo con ordine e vediamo quando, al sopraggiungere di un licenziamento, il lavoratore ha diritto di accesso ai documenti aziendali. Per comprendere il principio formulato dalla Corte facciamo un esempio.

Immaginiamo che un dipendente sia incaricato di ritirare, presso alcuni punti vendita dell’azienda ove lavora, i resi di magazzino rimasti invenduti. Ogni volta che preleva la merce deve riportarlo su un palmare che gli è stato fornito per l’occasione. Senonché, falsificando tali attestazioni, si appropria di alcuni prodotti. Il datore lo scopre e lo licenzia. L’uomo allora chiede di poter vedere i documenti interni all’azienda su cui si basano le contestazioni mossegli ed elenca una sfilza di ricevute, bolle di accompagnamento, fatture, tabulati e carte. Il datore però gli fa vedere solo una minima parte di queste. Così, il dipendente impugna il licenziamento e adisce il giudice: ritenendo leso il proprio diritto alla difesa, per non essergli stata concessa la possibilità di accedere agli atti interni, a suo dire il provvedimento è illegittimo. Di contro, l’azienda sostiene che la documentazione richiesta era interna ai magazzini, difficilmente reperibile e, comunque, coperta da privacy. Chi dei due ha ragione?

Il dipendente ha diritto ad accedere solo agli atti necessari alla sua difesa

La Cassazione ha stabilito che la consultazione dei documenti interni all’azienda può essere rifiutata se non lede il diritto di difesa del dipendente. Ciò perché nessuna norma dello Statuto dei lavoratori [2] prevede, nell’ambito del procedimento disciplinare, l’obbligo per il datore di lavoro di mettere a disposizione del lavoratore – nei cui confronti sia stata elevata una contestazione disciplinare – l’accesso alle “carte” interne della società. Il lavoratore può solo chiedere quei documenti aziendali il cui esame è strettamente necessario per comprendere le ragioni del provvedimento e di improntare un’adeguata difesa.

Resta inoltre ferma la possibilità, per il lavoratore, di ottenere, nel corso del processo di impugnazione del licenziamento, instaurato davanti al tribunale, un ordine del giudice di esibizione di tutta la documentazione necessaria a valutare la fondatezza delle contestazioni mossegli.

Se il dipendente sostiene che la mancata esibizione di documenti gli ha impedito di approntare una valida e consapevole difesa contro il licenziamento deve anche specificare il perché e quali documenti erano necessari per il predetto fine [3].

Dunque, in caso di licenziamento, l’accesso ai documenti aziendali è un diritto solo nella misura in cui è necessario al dipendente per impugnare il licenziamento e per dimostrare che le accuse rivoltegli sono infondate. Negli altri casi, il datore di lavoro può rifiutarsi di concedere l’accesso agli atti interni (ossia la visione dei documenti aziendali) quando la contestazione disciplinare ha già descritto in modo dettagliato e sufficiente le condotte contestate, specie se neanche il lavoratore ha chiarito quali sono le specifiche ragioni in forza delle quali la mancata consultazione dei documenti potrebbe compromettere il suo diritto di difesa.

note

[1] Cass. sent. n. 15966/2017 del 27.06.2017.

[2] Art. 7 L. n. 300/1970.

[3] Cass. sent.  n. 23304/10, n. 18288/07 e n. 6337/13.

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