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Contratto a progetto fittizio: che fare?

1 luglio 2017


Contratto a progetto fittizio: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 luglio 2017



Nel 2013 sono stata assunta a progetto. Non venivano rispettati i turni previsti nel contratto e lavoravamo senza misure di sicurezza. Possiamo ancora fare qualcosa?

Dalla prospettazione dei fatti non si ravvisa alcuna violazione datoriale di specifiche norme in materia di sicurezza sul lavoro. Purtroppo, da questo punto di vista non si può fare nulla, se non insistere (forse inutilmente) nel chiedere all’azienda l’affiancamento di almeno due collaboratori per ciascun turno.

Il contratto sottoscritto dalla lettrice non prevede peraltro, con riferimento all’orario di lavoro ed alle modalità di turnazione tra collaboratori, alcunché di specifico.

Il rapporto di lavoro della lettrice è stato contrattualmente qualificato come collaborazione a progetto. Trattasi pertanto di un rapporto di lavoro parasubordinato, caratterizzato dalla previsione contrattuale di un progetto, un risultato specifico da raggiungere, dall’autonomia del prestatore di lavoro, non assoggettato – differentemente dal lavoratore subordinato – al potere direttivo e disciplinare datoriale e da una stretta collaborazione tra il lavoratore e l’azienda in favore della quale la prestazione viene eseguita. La prestazione assegnata non deve necessariamente essere svolta presso i locali aziendali, né secondo un orario prestabilito dalle parti: ciò che conta è il raggiungimento da parte del collaboratore del risultato finale contrattualmente pattuito. Dalle informazioni da fornite appare, invece, che il rapporto di collaborazione abbia assunto, fin dall’inizio, caratteri ben diversi. Risulta, infatti, che a alla lettrice e ai suoi colleghi siano stati assegnati orari di lavoro ben precisi, una sede di lavoro prestabilita, mansioni e compiti che ciascuno doveva diligentemente svolgere. Pare evidente altresì l’assenza di una collaborazione stretta e “alla pari” con l’azienda datrice di lavoro, dalla quale provenivano invece precise direttive che ciascun collaboratore era tenuto a seguire. Ciò posto, può ravvisarsi nel caso di specie, un rapporto di collaborazione meramente fittizio, volto a celare un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato. La lettrice e i suoi colleghi, infatti, come detto, erano assoggettati a ben precisi ordini datoriali (e pertanto al cosiddetto potere direttivo tipico del datore di lavoro nell’ambito della subordinazione), a specifici turni stabiliti ed autorizzati con la supervisione di un responsabile aziendale, erano, infine, assegnati ad una precisa sede di lavoro. Tali caratteri possono interpretarsi, quindi, quali chiari indici di un rapporto di lavoro subordinato.

Conseguentemente sarebbe possibile intraprendere un’azione giudiziaria nei confronti dell’azienda, volta all’accertamento del carattere subordinato a tempo determinato del rapporto di lavoro con la medesima intercorrente, chiedendo la condanna dell’azienda al pagamento delle differenze retributive e contributive maturate fino alla scadenza del termine contrattualmente pattuito.

Essendo anche i colleghi nella medesima situazione della lettrice, sarebbe possibile ed importante provare le circostanze prospettate attraverso le loro testimonianze.

Ovviamente intraprendere un’azione giudiziaria nel confronti dell’azienda avrà costi ben precisi e tempi abbastanza lunghi, pertanto starà alla lettrice valutare i pro ed i contro di una tale decisione.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Valentina Azzini


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