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Posso portare via gli avanzi dal ristorante?

5 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 luglio 2017



La Cassazione: il cliente ha diritto ad usare la doggy bag, la borsa del cane, per portare a casa il cibo non mangiato ma comunque pagato alla cassa.

Una volta si diceva: «Finisci la roba che hai nel piatto, ho lavorato duro per portarla a casa». Si imparava così il valore del cibo, non solo il valore economico ma anche quello etico: buttare via la roba da mangiare, oltre che uno spreco, è uno schiaffo alla miseria.

Lo stesso dovrebbe succedere al ristorante. Ciò che non si mangia, perché deve essere buttato nella spazzatura? Quindi, come cliente, posso portare via gli avanzi dal ristorante?

La risposta è sì. Perché? Perché è un mio diritto. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una sentenza [1] in cui ha dato ragione al cliente di un albergo trentino che voleva portare via i suoi avanzi da un ristorante ma si era sentito dire di no.

L’uso del doggy bag non è una moda ma un diritto

Portare via gli avanzi dal ristorante è una pratica in uso da qualche tempo ma da poche persone. Forse perché ci si vergogna di chiedere il cibo non consumato, forse perché «tanto ho lasciato poca roba sul piatto». Va da sé che l’utilizzo della doggy bag, cioè della cosiddetta «borsa del cane» dove infilare gli avanzi di cibo, non è obbligatorio. Ma nemmeno vietato, anzi: è un diritto del cliente chiedere di portare a casa quello che non ha consumato ma che, comunque pagherà alla cassa. Che poi mangi lui quegli avanzi il giorno dopo scaldati al microonde o che decida di darli al cane, è una scelta che al ristoratore non deve interessare.

Avanzi al ristorante: porto via quello che pago

Perché il fatto è che, oltre alla questione etica – senz’altro importante – c’è anche una questione di principio. Se ordino una bottiglia di vino ma ne consumo metà, perché devo lasciarla al ristoratore se la pagherò intera? Se ordino una fiorentina ma ne lascio quasi la metà, perché devo darla da buttare nel secchio dei rifiuti se la pagherò come se l’avessi mangiata tutta? Alcuni locali – chi scrive ne è testimone – fanno, ad esempio, pagare il vino che si consuma. Il ristoratore mette sul tavolo un fiasco di rosso e, quando il cliente va a pagare, il titolare vede quanto ne manca. Se il fiasco da un litro – ipotesi – costa 10 euro (il locale, oltre ad essere carino e offrire buon cibo era anche economico) e il cliente lo lascia a metà, pagherà 5 euro.

Più difficile fare questo ragionamento, ad esempio, con un piatto di spaghetti (a meno che vengano ordinati a numero: «Mi porti 30 spaghetti alla carbonara, per favore»). Più facile, invece, con le polpette: basta contarle quando vengono servite.

Perché portare via gli avanzi è un diritto

E c’è chi si impunta e pretende di portare via gli avanzi dal ristorante. Come l’anziano del Trentino che è finito di fronte alla Cassazione perché l’albergo in cui era ospite si era rifiutato di riempire una vaschetta con i suoi avanzi, destinati al suo cane. 76 anni aveva quest’uomo quando, di fronte al rifiuto di riempire la sua doggy bag, ha fatto qualche reclamo di troppo prendendosi una querela per ingiuria (ai tempi era ancora reato). Condannato, ha deciso di andare avanti con le sue pretese fino ad arrivare alla Suprema Corte. La quale gli ha dato ragione: per la Cassazione, negare ad un cliente il diritto a portare via gli avanzi dal ristorante equivale ad una provocazione, oltre che «una replica all’imposizione di regole non irragionevolmente pretestuose ed ingiuste». Inoltre, aggiungono i giudici supremi, «fa ormai parte delle norme comunemente accettate nella civile convivenza permettere ai clienti dei ristoranti di portare via il cibo che hanno avanzato». Chiunque lo mangi in un secondo momento.

note

[1] Cass., V sez. pen., sent. n. 29942/2014.

Autore immagine: 123rf.com

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 8 luglio 2014, n. 29942

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente

Dott. PISTORELLI Lu – rel. Consigliere

Dott. POSITANO Gabriel – Consigliere

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo – Consigliere

Dott. LIGNOLA F. – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 15/5/2013 della Corte d’appello di Trento;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Luca Pistorelli;

udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. VOLPE Giuseppe che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per la parte civile l’avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo che il ricorso venga dichiarato inammissibile.

RITENUTO IN FATTO

  1. La Corte d’appello di Trento confermava la condanna di (OMISSIS) per il reato di ingiuria commesso nel corso di un diverbio con i gestori dell’albergo di cui era ospite e del cui servizio lamentava l’insufficiente qualita’, mentre, in parziale riforma della pronunzia di primo grado, lo assolveva da quello di diffamazione a mezzo stampa ad oggetto le analoghe doglianze manifestate ad un giornale locale e da quest’ultimo riportate in un articolo, ritenendo la sua condotta espressione del legittimo esercizio del diritto di critica e provvedendo conseguentemente alla rimodulazione del trattamento sanzionatorio e dell’entita’ della provvisionale liquidata in prime cure in favore delle parti civili.
  2. Avverso la sentenza ricorre l’imputato deducendo la contraddittorieta’ della motivazione e il mancato riconoscimento dell’esimente della provocazione. Sotto il primo profilo osserva il ricorrente come, tanto nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa, come nel corso del diverbio con gli albergatori, il (OMISSIS) avesse fatto ricorso ad espressioni in tutto identiche (sostanzialmente concentratesi nel definire uno “schifo” il servizio offerto dall’hotel) che la Corte distrettuale, con motivazione per l’appunto illogica e contraddittoria, aveva valutato in maniera opposta ai fini della configurabilita’ del legittimo esercizio del diritto di critica. Non di meno, pur riconoscendo che l’istruttoria dibattimentale avesse dimostrato l’effettivita’ dei disservizi denunciati dall’imputato, del tutto immotivatamente avrebbe escluso l’operativita’ della disposizione di cui all’articolo 599 c.p., comma 2.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso e’ fondato nei limiti di seguito esposti.In realta’ infondata ai limiti dell’inammissibilita’ e’ la prima doglianza, giacche’ la Corte distrettuale ha esaurientemente illustrato le ragioni per cui l’utilizzo del medesimo epiteto nei due differenti contesti dovesse portare a differenti conclusioni in ordine alla valutazione della penale rilevanza della condotta dell’imputato, precisando come nei confronti diretti con l’albergatore il (OMISSIS) non si fosse limitato alla specifica critica delle modalita’ di erogazione del servizio di ristorazione, bensi’ avesse trasceso in una piu’ generale e gratuita aggressione verbale nei confronti della persona offesa e della struttura da lui gestita. Argomentazioni queste che non risultano manifestamente illogiche e con le quali il ricorrente non si e’ effettivamente confrontato con la dovuta specificita’.

Il ricorso coglie invece nel segno nella critica al mancato riconoscimento dell’esimente della provocazione, nonostante i giudici d’appello avessero ammesso che la condotta ingiuriosa addebitata costituisse l’effettiva e sostanzialmente immediata reazione ai disservizi subiti dal (OMISSIS) ed all’imposizione di regole (divieto di asportare i residui del cibo per costituire il cd. “doggy bag”, riempire la propria borraccia dalla bottiglia servita a tavola) non irragionevolmente ritenute pretestuose ed ingiuste dall’imputato.

In realta’ la fattispecie descritta in sentenza integra effettivamente quella tipizzata dall’articolo 599 c.p., comma 2 atteso che il fatto ingiusto altrui puo’ essere costituito anche dalla lesione di regole comunemente accettate nella civile convivenza (Sez. 5, n. 9907/12 del 16 dicembre 2011, P.C. in proc. Conti, Rv. 252948), mentre la motivazione – invero assai generica – resa per escludere l’operativita’ dell’esimente si rivela intrinsecamente contraddittoria sul punto, una volta contestualizzata all’interno del complessivo discorso giustificativo del provvedimento.

La sentenza deve dunque essere annullata senza rinvio per essere l’imputato non punibile ai sensi dell’articolo 599 c.p., comma 2 avendo agito nello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio per essere l’imputato non punibile ai sensi dell’articolo 599 c.p., comma 2.

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