Donna e famiglia Depressione post partum: quanto tempo posso assentarmi dal lavoro?

Donna e famiglia Pubblicato il 3 luglio 2017

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Quali sono i diritti della lavoratrice che non riesce a lavorare e sta male? Quanto tempo può assentarsi dal lavoro? C’è una normativa? L’astensione dal lavoro è retribuita?

Finalmente mamma: in genere si pensa che partorire un figlio significhi vivere uno stato di grazia e che un piccolo sia la massima espressione d’amore tra uomo e donna. Peccato che a volte non è affatto così: improvvisamente la donna si sente triste, ansiosa, piange per niente e il bambino viene visto come un impiccio quando la sola cosa che si vorrebbe è restare a letto a piangere. In parole molto semplici, è questa la depressione post partum, un disturbo di natura psicologica che non sempre si riesce a riconoscere – perché i sintomi possono essere vari – e a curare. In questo articolo ci concentreremo su alcuni aspetti pratici del problema e, cioè, i diritti della mamma lavoratrice che soffra di questo disturbo, iniziando col porci una domanda precisa: quanto tempo posso assentarmi dal lavoro in caso di depressione post partum?

A volte la nascita di un figlio crea problemi alla madre

Depressione post partum: ci sono regole?

Partiamo col dire che, ad oggi, non ci sono regole specifiche che chi soffre di depressione post partum debba rispettare. In sostanza, questo significa che tale problema deve essere trattato come una qualunque malattia che possa affliggere la lavoratrice. Ciò che è davvero importante è quando viene diagnosticata: occorre distinguere, cioè, se la donna si ammala nel periodo di maternità (cioè in quel periodo in cui deve astenersi obbligatoriamente dal lavoro – di solito da due mesi precedenti alla data presunta del parto e fino al terzo mese dopo il parto) o nella fase di astensione facoltativa, usufruendo dei cosiddetti congedi parentali (si tratta di quei periodi in cui la madre può assentarsi dal lavoro, oltre alla maternità, per assistere il figlio).

Il periodo di assenza cambia a seconda di quando ci si ammala

In maternità

Partiamo dal primo caso: la depressione post partum sorge nel periodo di maternità. La donna, per tutto il periodo del congedo, ha diritto ad un’indennità giornaliera pari all’80% della retribuzione. La legge [1] ci dice che questa cifra comprende ogni altra indennità spettante per malattia: tradotto significa qualunque patologia si verifichi in questa fase non incide sul periodo complessivo di astensione dal lavoro, né occorre comunicarla al datore di lavoro. Quindi, la mamma che soffre di depressione post partum potrà assentarsi dal lavoro per un periodo non superiore alla maternità, pari a 5 mesi totali (di solito i due mesi precedenti la data presunta del parto e i tre mesi dopo il parto oppure un mese prima e quattro dopo a seconda della scelta che la lavoratrice decide di fare se ritiene di poter continuare a lavorare fino a gravidanza inoltrata).

Nei periodi di congedo parentale

Nel secondo caso, invece – nei periodi di congedo parentale – la lavoratrice può decidere di sospendere la fruizione del congedo parentale (per cui si ha diritto, fino al sesto anno di vita del figlio, ad un’indennità giornaliera pari al 30% della retribuzione) per ottenere l’indennità per malattia, cioè la retribuzione che il lavoratore riceve in busta paga in caso di assenza giustificata sul lavoro per problemi di salute. La cifra è dovuta dall’Inps – ma versata come anticipo dall’azienda – a partire dal quarto giorno consecutivo di malattia e varia a seconda della categoria professionale e del periodo di malattia previsto dal certificato medico: per i lavoratori dipendenti equivale al 50% della retribuzione giornaliera, per il periodo che intercorre tra il 4° e il 20° giorno di malattia. Dal 21° giorno al 180°, è pari al 66,66%. In tal caso, la donna potrà assentarsi 3 o 6 mesi (in base all’anzianità di servizio, se inferiore o superiore ai 10 anni).

A tal fine, è necessario informare il proprio datore di lavoro, procedendo, per tramite del proprio medico di base, all’invio del certificato medico per via telematica: ciò serve perché il periodo di assenza venga considerato assenza per malattia invece che come astensione facoltativa. La lavoratrice madre deve essere reperibile nella propria abitazione per le cosiddette visite fiscali ed i periodi di malattia si calcolano ai fini del raggiungimento del periodo di comporto (si tratta del limite massimo di assenze per malattia, superato il quale, il datore di lavoro può intimare il licenziamento).

note

[1] Art. 22, co. 2, d.lgs. n. 151 del 26.03.2001.


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