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Dimissioni dopo una minaccia di licenziamento: sono valide?

3 Lug 2017


Dimissioni dopo una minaccia di licenziamento: sono valide?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Lug 2017



Le dimissioni rassegnate per evitare un licenziamento per giusta causa sono valide solo se sussistono le giustificate ragioni per procedere al provvedimento.

Le dimissioni dal lavoro, rassegnate dal dipendente “sotto minaccia”, da parte del capo, di un – altrimenti certo – licenziamento disciplinare, sono valide a condizione che le ragioni del licenziamento siano effettive e reali. Viceversa, se la prospettazione della perdita del lavoro è solo un modo per intimorire il lavoratore e coartarlo ad andare via, le dimissioni sono illegittime. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Per spiegare se le dimissioni dopo una minaccia di licenziamento sono valide ricorreremo a un esempio.

È lecito minacciare il dipendente per spingerlo a dimettersi. Ma le contestazioni devono essere vere

Immaginiamo un dipendente che, intrufolatosi di nascosto nel magazzino dell’azienda, si appropri di merce invenduta. Il capo si accorge del furto e, intenzionato a licenziarlo, gli notifica una contestazione disciplinare. Il lavoratore – cui vengono dati cinque giorni per difendersi, come legge vuole – chiede di essere ascoltato di persona per fornire giustificazioni a propria discolpa. I capi, però, non gli credono. Ciò nonostante, in via del tutto eccezionale, gli offrono un’àncora di salvezza: per non infangare la propria “reputazione lavorativa” gli consentono di presentare le dimissioni. In tal modo, è vero che perderà l’assegno di disoccupazione (concesso solo a chi viene licenziato), ma è anche vero che i suoi colleghi non verranno mai a conoscenza delle ragioni del licenziamento. Non spargendosi la voce del “fattaccio”, per lui sarà più facile trovare un nuovo lavoro. L’uomo accetta, suo malgrado, l’offerta e si dimette. Dopo un po’, però, parlando con il suo avvocato, viene a scoprire che il licenziamento era tutt’altro che certo: innanzitutto l’azienda doveva provare il furto; inoltre, per oggetti di scarso valore, è prevista solo una sanzione meno grave. Così impugna il licenziamento sostenendo, davanti al giudice, che gli è stato estorto sotto minaccia. L’azienda si difende sottolineando l’effettiva volontà di procedere al licenziamento, avendo i filmati delle telecamere di sicurezza come prove del furto. Chi ha ragione?

Secondo la Cassazione, sono valide le dimissioni rassegnate dal lavoratore per evitare un licenziamento giusto. Soltanto se la minaccia del licenziamento è ingiusta le dimissioni possono essere annullate per vizio della volontà; ma in tal caso è il dipendente (e non l’azienda) che deve dimostrare l’invalidità delle stesse. In pratica, il lavoratore deve provare che il licenziamento sarebbe stato illegittimo per assenza di presupposti della giusta causa e che l’addebito contestatogli era insussistente.

Quindi, nel caso di specie, ha ragione l’azienda perché sussistevano le condizioni per procedere al licenziamento e l’alternativa fornita al lavoratore di consentirgli le dimissioni era da considerarsi non già una minaccia, bensì un favore.

Con terminologia più tecnica e articolata, la Suprema Corte ha ricordato che:

  • in tema di annullamento di dimissioni del lavoratore, la minaccia del licenziamento per giusta causa costituisce prospettazione di un male ingiusto – e non una minaccia a far valere un proprio diritto – quando è insussistente il diritto del datore di lavoro al licenziamento, per assenza di valide contestazioni addebitabili al dipendente [2];
  • non sono invalide le dimissioni rassegnate dal lavoratore per evitare un licenziamento giusto e soltanto se la minaccia del licenziamento è ingiusta le dimissioni possono essere annullate per vizio della volontà. Ma in tal caso l’onere di fornire la prova dell’invalidità delle stesse è a carico del lavoratore che propone l’azione di annullamento e non dell’azienda [3];
  • le dimissioni, pur consistendo in un atto unilaterale, sono annullabili per vizio della volontà qualora siano determinate dal comportamento del datore di lavoro che ingeneri nel dipendente una rappresentazione alterata della realtà [4].

note

[1] Cass. sent. n. 14321/17 dell’8.06.2017.

[2] Cass. sent. n. 12127/98.

[3] Cass. sent. n. 8298/12.

[4] Cass. sent. n. 874/12, n. 16179/04.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente

Dott. MANNA Antonio – Consigliere

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20031-2013 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SRL, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 225/2013 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 12/03/2013 R.G.N. 805/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/04/2017 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza n. 225/2013 la Corte di appello di Ancona ha confermato la pronuncia emessa in data 24.5.2012 dal Tribunale di Ancona con la quale erano state respinte le domande di annullamento per violenza o dolo delle dimissioni con incentivo, sottoscritte il 2.10.2009 da (OMISSIS), responsabile del reparto uomo della (OMISSIS) srl presso il punto vendita di (OMISSIS), sul presupposto che il consenso fosse stato estorto.

2. La originaria pretesa era fondata sull’assunto che, dopo l’applicazione di due sanzioni conservative, convocato d’urgenza presso la sede centrale di (OMISSIS), alla presenza di quattro dirigenti, il (OMISSIS) sarebbe stato minacciato di licenziamento qualora non si fosse dimesso immediatamente, accettando lo scioglimento del rapporto a fronte di un incentivo di Euro 10.000,00.

3. A sostegno della decisione i giudici di seconde cure hanno evidenziato che: 1) il (OMISSIS) non aveva contestato ne’ gli inadempimenti, sanzionati in precedenza, ne’ quelli piu’ recenti, oggetto di lettere predisposte e mostrate durante la riunione, sebbene ritenesse che non integrassero alcuna delle previsioni contrattuali collettive relative alle infrazioni sanzionabili con il licenziamento; 2) tali condotte, stante la non trascurabile rilevanza del ruolo svolto dal dipendente e anche in considerazione della loro reiterazione e della protrazione di un atteggiamento negligente ed indifferente, erano tali da giustificare il licenziamento per giusta causa di talche’ non era ravvisabile alcuna violenza morale ne’ rivestiva importanza la versione diversa fornita dal datore di lavoro circa lo svolgimento della riunione ovvero in ordine ad altre circostanze che riguardavano il dipendente ed il di lui padre; 3) esclusa la falsa rappresentazione della realta’ in ordine alla sussistenza dei presupposti per il licenziamento, non poteva darsi rilevanza neanche alla pretesa violazione degli obblighi di buona fede e correttezza; 4) non era condivisibile la tesi dell’appellante secondo cui le dimissioni si inserivano in un piu’ ampio contesto negoziale implicante rinunzia a diritti indisponibili del lavoratore, come per esempio al posto di lavoro, al preavviso, alla difesa nel procedimento disciplinare, a far valere ogni suo credito e, in ogni caso, prima di porsi la questione della indisponibilita’ di tali diritti, andava considerato che il rapporto di lavoro non e’ oggetto di rinuncia ma di risoluzione consensuale; 5) non rilevavano i richiami giurisprudenziali dell’appellante alle pronunce di legittimita’ in materia di incapacita’ naturale posto che tale situazione non era stata dedotta cosi’ come la domanda di annullamento ex articolo 428 c.c.

4. Per la cassazione propone ricorso (OMISSIS) affidato a nove motivi.

5. Resiste con controricorso (OMISSIS) srl.

6. Le parti hanno depositato memorie ex articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c. e conseguente violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 225 CCNL, sottoscritto da Confcommercio, Filcams CGIL, Fisascat Cisl, e Uiltucs Uil, nonche’ la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, articolo 7. Sostiene che la Corte territoriale non si era pronunciata sulla riconducibilita’ o meno delle condotte contestate al lavoratore all’interno delle previsioni contrattuali, in cui l’articolo 225 del CCNL citato prevedeva la sanzione del licenziamento disciplinare unicamente per mancanze tassativamente indicate: tipizzazione vincolante alla luce della L. n. 183 del 2010 e della L. n. 92 del 2012 cosicche’ era erronea l’argomentazione secondo cui a nulla avrebbero rilevato le previsioni del CCNL ai fini della legittimita’ o meno del licenziamento.

2. Con il secondo motivo si censura la violazione e falsa applicazione degli articoli 1434, 1435 e 1439 c.c., per avere la Corte di appello erroneamente ritenuto che il licenziamento minacciato, in quanto astrattamente irrogabile, non potesse essere qualificato come “male ingiusto” e per avere escluso la configurabilita’ del dolo sul presupposto che il richiamo alle previsioni contrattuali non avrebbe eliminato l’incidenza di condotte sul rapporto di fiducia tra le parti che si sarebbe incrinato tanto da non consentire la protrazione dello svolgimento del rapporto e, quindi, giustificare il licenziamento per giusta causa.

3. Con il terzo motivo il ricorrente eccepisce la violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articolo 5 e dell’articolo 112 c.p.c. per avere la Corte distrettuale erroneamente ritenuto che l’onere della prova sulla sussistenza della giusta causa non spettasse al datore di lavoro e per non avere considerato che la societa’ aveva sempre contestato la circostanza della minaccia di immediato licenziamento.

4. Con il quarto motivo il (OMISSIS) si duole della violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c. con riferimento al vizio ex articolo 1438 c.c. per non essersi la Corte territoriale pronunciata sulla configurabilita’ o meno, nel caso di specie, della minaccia di far valere un diritto per ottenere vantaggi ingiusti ex articolo 1438 c.c..

5. Con il quinto motivo si deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 2113 c.c. per non avere ritenuto i giudici di seconde cure applicabile nel caso in esame tale norma nonostante il lavoratore avesse posto in essere la rinuncia al posto di lavoro e ad altri diritti posti da norme inderogabili, ed avesse poi, impugnato l’atto di dimissioni (risoluzione consensuale entro il termine di sei mesi): cio’ sull’erroneo presupposto che i “diritti oggetto di rinunzia o transazione debbano essere indisponibili nonostante l’articolo 2113 c.c. parli invece di “diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi””.

6. Con il sesto motivo si contesta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c., con riferimento agli articoli 1175 e 1375 c.c. per non essersi la Corte territoriale pronunciata sulla violazione, da parte della societa’, dei principi di correttezza e buona fede al rispetto dei quali le parti sono obbligate all’osservanza anche nella fase di esecuzione del contratto.

7. Con il settimo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c. per omessa pronuncia, da parte dei giudici di appello sulla inattendibilita’ dei testi e sulla utilizzabilita’ della prova presuntiva.

8. Con l’ottavo motivo si censura l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, rappresentato dall’estorsione delle dimissioni e dalla risoluzione consensuale per violenza mediante minaccia di far valere un diritto.

9. Con il nono motivo, sotto altro profilo rispetto al settimo, il ricorrente si duole dell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione, rappresentato sempre dalla non attendibilita’ dei testimoni e dalla inutilizzabilita’ della prova presuntiva.

10. Il primo motivo e’ infondato.

11. Si intende dare continuita’ al principio, affermato da questa Corte (Cass. 12.2.2016 n. 2830; Cass. 7.5.2015 n. 9223), secondo cui l’elencazione delle ipotesi di giusta causa di licenziamento contenuta nei contratti collettivi ha, al contrario che per le sanzioni disciplinari con effetto conservativo, valenza meramente esemplificativa, sicche’ non preclude un’autonoma valutazione del giudice di merito in ordine alla idoneita’ di un grave inadempimento o di un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile, a far venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore.

12. In tema di licenziamento, infatti, la nozione di giusta causa e’ nozione legale ed il giudice non e’ vincolato alle previsioni integranti giusta causa contenente nei contratti collettivi; tuttavia cio’ non esclude che ben possa il giudice fare riferimento ai contratti collettivi e alle valutazioni che le parti sociali compiono in ordine alla valutazione della gravita’ di determinati comportamenti rispondenti, in linea di principio, a canoni di normalita’ (Cass. 14.2.2005 n. 2906).

13. L’unico limite e’ costituito dal fatto che il datore di lavoro non puo’ irrogare un licenziamento per giusta causa quando questo costituisca una sanzione piu’ grave di quella prevista dal contratto collettivo in relazione ad una determinata infrazione (Cass. 29.9.2005 n. 19053): ipotesi che, pero’, non e’ stata dedotta dal ricorrente.

14. Orbene, nella fattispecie in esame, la Corte distrettuale si e’ attenuta ai principi sopra esposti e, con apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimita’ perche’ congruamente motivato, ha ritenuto che gli inadempimenti non contestati, sia oggetto dei richiami verbali, che oggetto delle lettere predisposte e mostrate durante la riunione, fossero tali da non consentire la protrazione del rapporto di lavoro, anche in considerazione della non trascurabile rilevanza del ruolo di responsabile di reparto rivestito dal (OMISSIS) e, cio’, a prescindere dalle previsioni di cui all’articolo 225 CCNL.

15. Il secondo, terzo, quarto e sesto motivo, che per la loro sovrapponibilita’ e connessione logico-giuridica, possono essere esaminati congiuntamente, sono anche essi infondati.

16. E’ opportuno ricordare che: a) in tema di annullamento di dimissioni del lavoratore, la minaccia del licenziamento per giusta causa si configura come prospettazione di un male ingiusto di per se’, invece che come minaccia a far valere un diritto, ove si accerti l’inesistenza del diritto del datore di lavoro al licenziamento, per l’insussistenza della inadempienza addebitabile al dipendente (cfr. tra le altre Cass. 28.11.1998 n. 12127); b) non sono invalide le dimissioni rassegnate dal lavoratore per evitare un licenziamento giusto e soltanto se la minaccia del licenziamento e’ ingiusta le dimissioni possono essere annullate per vizio della volonta’, ma in tal caso l’onere di fornire la prova dell’invalidita’ delle stesse e’, in applicazione dei principi generali, a carico del lavoratore che propone l’azione di annullamento e non dell’azienda (cfr. Cass. 25.5.2012 n. 8298); c) le dimissioni, pur consistendo in un atto unilaterale, sono annullabili per vizio della volonta’ qualora siano eterodeterminate dal comportamento di parte datoriale che ingeneri nel prestatore una rappresentazione alterata della realta’ (cfr. in termine, relativamente al rapporto di agenzia, Cass. 23.1.2012 n. 874; Cass. 18.8.2004 n: 16179).

17. La Corte territoriale, adeguandosi a tali orientamenti, accertata – come detto – la sussistenza di ragioni giustificative di un eventuale recesso per giusta causa, in ossequio alle regole sull’onere della prova in materia, ha escluso sia l’esistenza di vizi del consenso, tali da determinare una falsa rappresentazione della realta’, sia conseguentemente una violazione degli obblighi di correttezza e buona fede da parte del datore di lavoro: il tutto con motivazione congrua e giuridicamente corretta, ove sono stati presi in considerazione e valutati gli aspetti denunciati nelle censure mosse alla gravata sentenza.

18. Il quinto motivo presenta, invece, profili di inammissibilita’ e di infondatezza.

19. E’ inammissibile perche’, non essendo stato riportato il testo della lettera di dimissioni, e’ precluso a questa Corte l’esame del contenuto alla luce delle peculiari e particolari censure denunciate.

20. E’ infondato perche’, come statuito piu’ volte in sede di legittimita’ (Cass. 26.2.2007 n. 4391; Cass. 12.5.2004 n. 9046) le dimissioni del lavoratore costituiscono un atto unilaterale recettizio idoneo a determinare la risoluzione del rapporto nel momento in cui pervengono a conoscenza del datore di lavoro, indipendentemente dalla volonta’ di quest’ultimo e, in quanto riferibili ad un diritto disponibile del lavoratore sono sottratte alla disciplina dell’articolo 2113 c.c. (Cass. 21.8.2003 n. 12301; Cass. 8.1.2009 n. 171; Cass. 13.8.2008 n. 18285) a meno che non siano contenute in un contesto negoziale complesso in cui la clausola delle dimissioni sia strettamente interdipendente ai diritti inderogabili transatti noti e specificati (in termini Cass. 21.8.2003 n. 12301).

21. Nel caso in esame, invece, la Corte distrettuale, con accertamento in fatto insindacabile in questa sede (anche perche’, come sopra specificato, non e’ stato riportato il testo della lettera di dimissioni), ha escluso, in sostanza, la sussistenza di un piu’ ampio contesto negoziale, avvalorando, quindi, la autonomia della clausola delle dimissioni e, conseguentemente, l’inapplicabilita’ dell’articolo 2113 c.c..

22. Il settimo, ottavo e nono motivo, da trattarsi congiuntamente per il legame che li avvolge, sono inammissibili in quanto la consistenza delle doglianze si sostanzia non gia’ in un’omessa pronuncia su domande ed eccezioni (integrante violazione dell’articolo 112 c.p.c. da fare valere in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4) ovvero in una omissione di fatti storici decisivi, bensi’ in una contestazione della valutazione probatoria e dell’accertamento in fatto della Corte territoriale non piu’ ammissibile soprattutto ai sensi del novellato articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis in considerazione della data di pubblicazione dell’impugnata sentenza, che consente un sindacato sulla ricostruzione del fatto nei limiti in cui la motivazione manchi del tutto ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni ed argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. 9.6.2014 n. 12928).

23. I giudici di secondo grado hanno, invece, sul punto ritenuto assorbente la circostanza della non contestazione degli inadempimenti da parte dell’odierno ricorrente e la sussistenza di una giusta causa di licenziamento, di talche’ i vizi denunciati (sulla inattendibilita’ dei testi e sulla utilizzabilita’ della prova presuntiva) non rilevano per mancanza di decisivita’.

24. In conclusione, il ricorso deve essere respinto.

25. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimita’ che si liquidano come da dispositivo. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimita’ che liquida in Euro 4.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.


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