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Come dimostrare una vendita falsa

29 Aprile 2018
Come dimostrare una vendita falsa

Simulazione: non ci sono limiti di prova per eredi, creditori e terzi al fine di dimostrare che la vendita è fittizia e, in realtà, nasconde una donazione.

Spesso si finge di vendere una casa quando invece la si sta solo donando. Ciò perché è molto più difficile impugnare una vendita – a fronte della quale c’è stato un passaggio di denaro e, quindi, sorge l’esigenza di tutelare anche il terzo acquirente in buona fede – che una donazione. In altri casi, addirittura, il passaggio di proprietà è solo formale e “sulla carta” mentre, nella sostanza, nulla cambia rispetto alla situazione precedente in merito all’utilizzo del bene. In questi casi come dimostrare una vendita falsa? È quello che scopriremo in questo articolo.

Cos’è una simulazione e perché viene effettuata?

Si può voler “simulare” una vendita falsa per le più svariate esigenze: si pensi al debitore che vuole spogliarsi della titolarità dei propri beni per non farli pignorare ai creditori; oppure ad un padre che vuol donare, ad uno solo dei figli, la propria casa, ma teme che tale atto possa essere impugnato, un giorno, dagli altri eredi perché visto come un’anticipazione della quota ereditaria.

In tutte queste ipotesi, le parti realizzano quella che giuridicamente viene chiamata «simulazione» ossia un atto che, in realtà, ne nasconde un altro (cosiddetta «simulazione relativa»: si pensi alla vendita al posto di una donazione) oppure un atto che cela la reale intenzione di non modificare la titolarità del bene e, quindi, di non concludere un bel niente (ad esempio: il padre dona la casa al figlio, conservandone l’usufrutto; in realtà, lo scopo è solo quello di modificare la titolarità dell’immobile nei pubblici registri, mentre la disponibilità dello stesso resta comunque in capo al donante). Ma come si può dimostrare una vendita falsa? Se, ad esempio, uno degli eredi vuol provare che, dietro la vendita della casa che il padre ha fatto ad uno dei figli si nasconde una donazione per privare gli altri delle quote di eredità legittima, come può tutelarsi in tribunale? Di tanto si sono occupati, di recente, il Tribunale di Padova e la Cassazione [1].

Qual è la prova della vendita falsa?

Prima però di spiegare come dimostrare una vendita falsa, dobbiamo ricordare cosa prevede la legge. Il codice civile [2] stabilisce un grosso limite per le parti che prima acconsentono alla simulazione e dopo ci ripensano: per dimostrare l’effettiva intenzione negoziale non si possono usare testimoni. Dunque, la prova della simulazione può essere costituita solo da documenti. Se, ad esempio, il beneficiario di una casa vuol far rilevare al giudice che il passaggio di proprietà è frutto di una donazione e non di una vendita non può ricorrere a testimoni che abbiano assistito ai discorsi tra le parti e che confermino l’intento simulatorio. Deve tirare fuori dal cassetto una scrittura privata da cui tutto ciò sia facilmente argomentabile.

Questo limite però vale solo per i firmatari dell’atto. Non vale invece per i terzi e i creditori, che possono dimostrare la vendita falsa con qualsiasi tipo di prova, anche con testimoni o con indizi (le cosiddette «presunzioni»).

Per comprendere meglio come fare per dimostrare una vendita falsa ricorriamo a un esempio. Immaginiamo che un uomo, prima di morire, lasci ai propri due figli una casa. Uno di loro, però, prima che il padre morisse, aveva ricevuto da questi, in vendita, una villetta in campagna. Il fratello, sospettando che dietro tale vendita di nascondesse una donazione simulata, lo cita in tribunale per avere la metà dell’immobile. L’acquirente si difende producendo l’atto notarile, in cui si dà atto del versamento del prezzo. Chi dei due ha ragione?

Secondo la giurisprudenza, al di là di ciò che è scritto sull’atto relativo al passaggio di proprietà, è sempre possibile dimostrare che questo, in realtà, nasconda una diversa intenzione delle parti e che, quindi, dietro una vendita falsa si nasconda una donazione. La prova di ciò può essere fornita con diversi elementi come testimoni o indizi. Indizi che possono essere:

  • l’assenza di tracce del pagamento del prezzo dell’immobile: se non vi è dimostrazione del passaggio di denaro tra il venditore e l’acquirente è verosimile che si sia trattato di una donazione;
  • il valore di vendita dell’immobile, per come indicato in contratto, nettamente inferiore a quello effettivo: le parti potrebbero aver concordato un prezzo irrisorio per facilitare il pagamento del prezzo e la sua restituzione “a mani” (ad esempio: una casa del valore di 200 mila euro venduta a 10mila euro);
  • il fatto che il genitore non abbia bisogno di denaro visti i consistenti risparmi accumulati in banca;
  • il fatto che il venditore abbia continuato a vivere nella casa pur dopo averla venduta.

Tali fattori sono sufficienti – scrivono i giudici padovani – a provare la volontà delle parti di non prevedere corrispettivi per la cessione.

Il prezzo irrisorio non dimostra la vendita simulata

Secondo una recente sentenza della Cassazione [3] l’irrisorietà del prezzo non è sufficiente a provare la simulazione di una compravendita. Non lo è neanche il parziale pagamento del prezzo pattuito. Ad esempio, immaginiamo che una persona venda a un’altra un immobile a un prezzo più basso del mercato e l’acquirente versi solo un terzo del corrispettivo senza che il venditore esiga il resto. Si può parlare di una vendita falsa ossia di una simulazione? La risposta della cassazione è negativa: non può essere dichiarata la simulazione di una vendita convenuta a prezzo irrisorio, né tanto meno a fronte di un pagamento solo parziale. E questo perchè il primo elemento non è determinante di per sé, specie in assenza di una dimostrazione convincente (non offerta dalla ricorrente) del valore reale della quota alienata, mentre il secondo non è probante ma piuttosto riconducibile ad un inadempimento contrattuale.

È reato la simulazione di una vendita per non pagare le tasse?

Spesso si simula una vendita per non pagare le cartelle esattoriali o per sfuggire a un accertamento fiscale. La legge prevede però il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle tasse per chi compie atti volti a depauperare il proprio patrimonio se il debito con l’erario è superiore a 50 mila euro e l’imposta evasa è l’Irpef o l’Iva. Il reato non scatta per le altre imposte. Né c’è illecito penale se, al posto della donazione, viene eseguita una vendita in quanto questa non diluisce il patrimonio del contribuente. Difatti, a fronte della vendita c’è sempre un corrispettivo. È chiaro però che se il fisco riesce a dimostrare la simulazione della vendita, che in realtà nasconde una donazione, allora si rientra nei confini dell’illecito penale.

Simulazione e imposta di registro

Il contratto simulato (ad esempio una compravendita immobiliare) è soggetto a registrazione e ad imposizione secondo la disciplina ordinaria degli atti di vendita e di donazione, anche ove, in un secondo momento, la simulazione venga accertata in giudizio e da essa derivi la “nullità” dell’atto di vendita.

Infatti la nullità dell’atto non esclude l’obbligo di registrazione e di pagamento dell’imposta di registro. Pertanto, l’accertata simulazione non fa venir meno l’obbligo di registrazione del contratto simulato.

L’imposta di registro pagata sull’atto simulato non può essere rimborsata, atteso che, nel caso della simulazione, l’annullamento è “imputabile” alle parti medesime.

Interposizione fittizia di persona

Si parla di interposizione fittizia di persona quando la simulazione relativa dà luogo ad una falsa rappresentazione dei soggetti dell’atto. Più precisamente, tale fattispecie ricorre quando il contratto simulato viene stipulato, ad esempio, tra A e B, ma entrambi sono d’accordo che gli effetti si producano nei confronti nei confronti di C. L’interposizione fittizia si distingue dalla interposizione reale che si verifica ogni qual volta un soggetto non volendo figurare come “parte” del contratto incarica un altro di trattare e concludere il contratto.

note

[1] Trib. Padova sent. n. 832/17 del 28.03.2017. Cfr. anche Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza n. 12317/19; depositata il 9 maggio.

[2] Art. 1417 cod. civ

[3] Cass. sent. n. 5843/2018.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 6 novembre 2018 – 9 maggio 2019, n. 12317

Presidente D’Ascola – Relatore Tedesco

Fatti di causa

La Corte d’appello di Catanzaro, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Castrovillari ha ordinato la divisione dei beni ereditari di D.G.P.V. , il quale era deceduto ab intestato il 9 agosto 1983, lasciando i figli nati dal primo patrimonio D.G.P. e A. , il coniuge G.G. e i figli nati dal matrimonio con questa D.G.F. e A. (n. il …).

La causa era stata proposta dai figli nati dal primo matrimonio contro i coeredi e nel giudizio fu richiesto che i figli in secondo nozze conferissero in collazione dei terreni in Castrovillari loro donati dal de cuius con atto del 23 luglio 1990.

I medesimi attori iniziavano poi un’altra causa al fine di ottenere l’accertamento che la vendita per notaio M. del 23 settembre 1957, con la quale il de cuius aveva venduto a G.G. , all’epoca ancora nubile, altro appezzamento di terreno in Castrovillari, simulava una donazione soggetta a collazione.

Gli attori sostenevano che l’obbligo di collazione di quanto simulatamente donato doveva essere esteso ai figli della G. , ai quali la donataria aveva a sua volta donato il bene.

La corte d’appello rilevava, quanto alla donazione fatta ai figli in seconde nozze, che essa era stata fatta con dispensa da collazione, per cui la liberalità non doveva costituire oggetto di conferimento.

Quanto alla vendita intercorsa fra il de cuius e il futuro coniuge G.G. nel 1957, la corte rilevava che gli attori non avevano dedotto in giudizio la lesione della loro quota di legittima, nè avevano proposto l’azione di riduzione. Conseguentemente essi non potevano giovarsi delle agevolazioni probatorie concesse al legittimario, avendo agito come eredi del de cuius ai fini della ricostituzione dell’asse ereditario.

La corte, quindi, concludeva che la divisione dovesse farsi solo sui beni relitti, costituiti da un terreno in Castrovillari e dalla la quota di 1/2 di un fabbricato in (omissis) , sui quali i legittimari dovevano comunque intendersi chiamati, in applicazione dell’art. 553 c.c., per quota non inferiore a quella di riserva determinata sulla base della riunione fittizia del relictum al donatum, costituito dalla donazione effettuata in vita dal de cuius in favore dei figli del secondo matrimonio con l’atto del 1990.

Contro la sentenza D.G.P. e D.G.A. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

Il ricorso è stato notificato a D.G.A. e D.G.F. anche in qualità di eredi della G.G. , nel frattempo deceduta.

D.G.A. ha resistito con controricorso, mentre D.G.F. è rimasto intimato.

Ragioni della decisione

1. In considerazione della morte di G.G. , contumace nel giudizio d’appello, il ricorso è proposto contro D.G.F. e D.G.A. , parti costitute nel giudizio d’appello, sia nella loro qualità originaria, sia nella loro qualità di eredi della G. .

Il ricorrente ha quindi provveduto alla notifica del ricorso a D.G.A. e D.G.F. sia nel domicilio eletto per il giudizio d’appello, sia personalmente nella qualità di eredi della madre deceduta.

La notificazione personale è stata fatta ai due eredi a mezzo del servizio postale, tuttavia è stato prodotto l’avviso di ricevimento della sola notificazione eseguita al controricorrente D.G.A. e non anche quella a D.G.F. , rimasto intimato nel giudizio di cassazione.

In relazione a tale carenza non occorre disporre la rinnovazione della notificazione, dovendo trovare applicazione il principio secondo cui “(…) qualora una medesima persona fisica cumuli in sé la qualità di parte in proprio e quale erede di altro soggetto, non è necessario provvedere all’integrazione del contraddittorio nei suoi confronti, quale erede, ove la stessa sia già costituita in proprio, ravvisandosi nella specie l’unicità della parte in senso sostanziale (Cass. n. 6844/2012; conf. n. 13411/2008; n. 1613/2003).

Il principio, benché letteralmente riferito all’erede già costituito in proprio, è applicabile anche nel caso in esame.

Si ribadisce che il ricorso, proposto contro D.G.F. , nella duplice qualità, è stato a costui notificato presso il difensore nel domicilio eletto. Una ulteriore notificazione nella qualità di erede sarebbe superflua e contraria al principio di ragionevole durata del processo, in quanto riferita a un atto del quale il destinatario ha già avuto legale conoscenza (Cass. n. 1613/2003 cit.).

2. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1417 c.c..

Si sostiene che, ai fini della prova della simulazione degli atti compiuti dal de cuius, deve riconoscersi la veste di terzo anche all’erede legittimo che chieda, nei confronti del coerede, l’accertamento della simulazione al fine della collazione.

Tale facoltà è stata ingiustamente negata dalla Corte d’appello, in base al rilievo che la qualità di terzo compete solo al coerede quando agisca quale legittimario ai fini del recupero o della reintegrazione della quota di riserva.

Il secondo motivo, coordinato con il precedente, denuncia violazione degli art. 3 e 24 Cost..

Se fosse vero che l’erede che fa valere la simulazione al fine di ottenere la collazione della donazione dissimulata è soggetto ai limiti probatori imposti ai contraenti, il principio sarebbe irragionevole, non avendo l’erede alcuna possibilità di provare diversamente la simulazione orchestrata in suo danno.

3. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.

La corte ha fatto applicazione di un principio consolidato nella giurisprudenza di questa Suprema Corte. Agli effetti della prova della simulazione di atti posti in essere da de cuius, bisogna distinguere fra la situazione del legittimario che agisce a tutela della quota di riserva e quella del legittimario che propone una mera istanza di collazione. Nel primo caso il legittimario, anche se chiamato a una quota di eredità, ha la veste di terzo, purché, congiuntamente con la domanda di simulazione, proponga, nello stesso giudizio, un’azione diretta a far dichiarare che il bene fa parte dell’asse ereditario e che la quota a lui spettante va calcolata tenendo conto del bene stesso. Nel secondo caso il legittimario agisce come successore a titolo universale del de cuius per l’acquisizione al patrimonio ereditario del bene oggetto del contratto simulato: egli, pertanto, si trova nella medesima posizione giuridica del dante causa ed è quindi soggetto ai limiti imposti ai contraenti per la prova della simulazione (Cass. n. 7134; /2001; n. 2093/2000; nello stesso senso Cass. n. 7237/2017; n. 3932/2016).

4. Mentre l’azione di riduzione riflette un’autonoma legittimazione del legittimario ad agire contro la volontà del defunto (e ciò appunto giustifica la qualità di terzo rispetto al negozio simulato posto in essere dal de cuius), la collazione trova il suo fondamento nella presunzione (conforme alla corrente valutazione sociale) che il de cuius, facendo in vita donazioni al coniuge e ai figli, abbia semplicemente voluto compiere delle attribuzioni patrimoniali gratuite in anticipo sulla futura successione (Cass. n. 989/1995).

In questo senso funzione della collazione è di conservare fra gli eredi la proporzione stabilita nel testamento o nella legge, permettendo ai coeredi, che siano il coniuge o il discendente, di conteggiare il valore della quota non solo sui beni relitti, ma anche sui beni donati a taluno di loro. Il criterio di ripartizione, tenuto dal testatore o stabilito dalla legge, è operante anche in sede di collazione (Cass. n. 21896/2004).

La quota di riserva è riservata al legittimario da norme cogenti, mentre le norme sulla collazione sono derogabili: una diversa volontà del de cuius, manifestata attraverso un atto di dispensa formalmente valido (Cass. n. 1843/1961), trova unico limite nella intangibilità dei diritti dei legittimari (Cass. n. 836/1973). La dispensa dalla collazione sottrae il donatario del conferimento, ma non importa l’esclusione del bene donato dalla riunione fittizia ai fini della determinazione della porzione disponibile (Cass. n. 74/1967). La dispensa da collazione non sottrae la donazione dalla riduzione se essa sia lesiva della legittima altrui (Cass. n. 13660/2017).

5. Si osserva che in quanto la collazione obbliga i coeredi accettanti a conferire nell’asse ereditario i beni ricevuti con atti di liberalità, essa può raggiungere il risultato di eliminare le eventuali lesioni di legittima realizzati attraverso tali atti, senza necessità del ricorso alla tutela apprestata dalla legge per la quota di legittima (Cass. n. 1521/1980). Tuttavia l’eventualità che la collazione, tramite il rientro del bene donato nella massa da dividere, possa sortire l’effetto di porre rimedio a una lesione di legittima non significa che la collazione debba essere intesa come strumento per reintegrare la legittima (Cass. n. 22097/2015).

Senza che sia necessario indugiare sulle molteplici differenza fra collazione e azione di riduzione, agli effetti che qui rilevano è sufficiente considerare che non ogni donazione soggetta a collazione, in quanto fatta al coniuge e al discendente, è contemporaneamente soggetta a riduzione e viceversa.

Ex art. 559 c.c. le donazioni non si riducono proporzionalmente come le disposizioni testamentarie, ma “cominciando dall’ultima e risalendo via via alle anteriori” (art. 559 c.c.).

Tale norma consente al legittimario di aggredire la donazione meno recente solo quando la riduzione della donazione più recente non sia stata sufficiente a reintegrare la quota di riserva (cfr. 22632/2009; n. 3500/1975). Ma se tanto il legittimario quanto il donatario sono coeredi discendenti (o il coniuge) del defunto, il fatto che la donazione anteriore non superi la disponibile, non sottrae la liberalità dalla collazione. Infatti, per la collazione non esiste differenza tra disponibile e indisponibile e il riferimento che a tali concetti fa l’art. 737 c.c. non rende rilevante la distinzione ai fini della collazione, ma costituisce applicazione del principio stabilito dall’art. 556 c.c., giacché la dispensa da collazione non può mai risolversi in una lesione dell’altrui legittima: il che peraltro non significa che se il valore della donazione dispensata eccede la disponibile, l’eccedenza è soggetta a collazione, ma piuttosto che il donatario è esposto, per l’eccedenza, all’azione di riduzione (Cass. n. 711/1966).

6. Insomma le donazioni fatte al coniuge e ai discendenti sono indistintamente soggette a collazione, salvo che il defunto non abbia espresso una volontà contraria, ma sono nello stesso tempo soggette a riduzione solo quelle che, per essere ultime in ordine di tempo, abbiano intaccato la legittima.

Quando il legittimario sia nello stesso tempo, e con riguardo a una medesima donazione, legittimato in collazione e in riduzione, occorre comunque considerare che la collazione attribuisce al coerede un concorso sul valore della donazione, di regola realizzato attraverso un incremento della partecipazione sul relictum (artt. 724 e 725 c.c.), laddove, nella misura della lesione di legittima, il legittimario ha diritto alla reintegrazione in natura (Cass. n. 1809/1969). Non sempre quindi il meccanismo della collazione è idoneo a far conseguire al legittimario la legittima nella sua integrità anche qualitativa. Si giustifica pertanto l’opinione che ammette il concorso dell’azione di riduzione con l’azione di collazione: nella misura occorrente per integrare la legittima soccorre l’azione di riduzione (Cass. n. 22097/2015), mentre la collazione interverrà in un secondo tempo, dopo che la legittima sia stata integrata, per la redistribuzione del valore della liberalità che eccede l’ammontare di quello espresso con la indisponibile.

7. L’ammissibilità, con riferimento a una medesima donazione, del concorso fra collazione e azione di riduzione non significa che il legittimario, concorrente nella successione con coeredi tenuti al conferimento ai sensi dell’art. 737, non possa accontentarsi della tutela offerta dalla collazione e limitarsi a chiedere solo questa, senza ricorrere alla specifica tutela apprestata dall’azione di riduzione (Cass. n. 2196/1953).

A un attento esame, diversamente da quanto ventilato dal ricorrente con il secondo motivo di ricorso, è solo in relazione a questa eventualità che potrebbe sorgere il dubbio se le agevolazioni probatorie, accordate al legittimario che agisce a tutela della quota di riserva con l’azione di riduzione, siano da riconoscere anche in funzione della mera istanza di collazione della donazione dissimulata.

8. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, al fine di riconoscere al legittimario lo svincolo dalle limitazioni di prova, “non è certo sufficiente la mera allegazione della qualità di legittimario”, ma occorre che “sia prospettata la lesione, e che si agisca per la reintegrazione della porzione legittima” (Cass. n. 1244/1977). Nella giurisprudenza successiva la medesima condizione – propriamente riferita al caso in cui il negozio sia impugnato per simulazione assoluta oppure, nel caso di simulazione relativa, il negozio dissimulato non risponda ai requisiti di forma e di sostanza: in tal caso, infatti, i beni fanno parte non del donatum, ma del relictum e quindi, in ipotesi la simulazione sia provata, destinati a essere recuperati all’asse ereditario per intero, non con l’azione di riduzione, ma con la petitio hereditatis (Cass. n. 24134/2009; n. 19468/2005; n. 14562/2004) – è espressa dicendo che “il legittimario ha la veste di terzo ai fini della prova della dedotta simulazione purché la lesione della quota di riserva assurga a causa petendi, accanto al fatto della simulazione, e condizioni l’esercizio del diritto alla reintegra” (Cass. n. 5947/1986; n. 24134/2009; n. 26262/2008; n. 13706/2007).

Consegue da tali principi che il dubbio espresso alla fine del paragrafo precedente, se le agevolazioni probatorie debbano essere riconosciute anche al legittimario che agisce in collazione, potrebbe avere soluzione positiva solo quando l’accertamento della simulazione sia richiesto in base ai medesimi presupposti. In altre parole, posto che la collazione (diversamente dall’azione di riduzione) non è uno strumento di tutela della legittima, occorrerebbe pur sempre che, accanto al fatto della simulazione, “sia prospettata la lesione, e che si agisca per la reintegrazione della porzione legittima” (Cass. n. 1244/1977 cit.), seppure con un mezzo diverso dalle azioni di reintegrazione in senso proprio.

Al contrario si legge in proposito nella sentenza impugnata “gli appellanti non hanno mai dedotto la lesione della loro quota di legittima (…), ma sia in primo grado che in appello hanno chiesto la collazione al solo fine di ricostituire l’asse ereditario e procedere alla divisione”.

In relazione all’indicata ed esclusiva finalità della domanda, che non ha costituito oggetto di censura, la corte di merito ha fatto corretta applicazione del principio, cui si intende dare incondizionata continuità, che l’erede legittimario, il quale fa valere il proprio diritto alla collazione al fine della formazione della massa in funzione della divisione, agisce per l’attuazione di un diritto derivato dal defunto, soggetto a tutti i limiti da lui costituiti, fra i quali il limite della simulazione, la cui prova potrà essere data solo con i mezzi di cui disponeva il de cuius (Cass. n. 536/2018; n. 402/2007; n. 7134/2001; n. 2093/2000; n. 4024/1998).

Il dubbio di costituzionalità ventilato con il secondo motivo non ha pertanto ragion d’essere.

9. Il terzo motivo denuncia violazione dell’art. 1417 c.c..

La sentenza è censurata nella parte in cui la corte di merito ha affermato che “con riguardo alla formazione delle quote occorre procedere alla riunione fittizia fra il relictum e quanto donato a d.G.F. ed A. (classe XX) da P. con il rogito del 1990, al fine di stabilire la quota spettante agli appellanti e ferma restando l’inattaccabilità delle donazioni effettuate”.

Si sostiene che in applicazione di tale criterio la corte doveva conteggiare nella riunione fittizia anche il bene donato nel 1957 al futuro coniuge con atto mascherato da compravendita, previa riconoscimento del diritto dell’erede legittimo di provare la simulazione anche per presunzioni, in qualità di terzo.

10. Il motivo è fondato.

La corte è partita dalla considerazione che la donazione in favore dei due figli del de cuius nati dal secondo matrimonio non era soggetta a collazione, in quanto c’era la dispensa. Conseguentemente i donatari erano esonerati dal conferimento del donatum; tuttavia, sempre secondo la corte di merito, ciò non conduceva al rigetto della domanda di divisione, dovendosi comunque procedere alla divisione dei beni relitti, costituiti da un terreno in Castrovillari e dalla quota indivisa di 1/2 di un fabbricato in (omissis) .

In ordine al criterio da applicare nella divisione la corte ha richiamato il principio di Cass. n. 1521 del 1980: “In base all’art. 553 c.c., anche nel caso in cui i successori siano tutti legittimari, il legittimario, essendo chiamato alla successione ab intestato sul relictum in una quota non inferiore alla sua quota di riserva, non ha alcun bisogno, per ottenere quanto riservatogli, di ricorrere all’azione di riduzione delle donazioni ai sensi dell’art. 555 c.c., qualora il relictum sia sufficiente a coprire la quota predetta quale risulta dalla riunione fittizia tra relictum e donatum, operazione che, non essendo finalizzata soltanto all’attuazione della riduzione, deve essere compiuta non solo quando si debba procedere a tale azione ma in ogni caso di concorso di legittimari nella successione, per determinare la quota di riserva spettante a ciascuno di essi. Ne consegue che, nel caso di successione di figli legittimi, la dispensa dalla collazione relativa alle donazioni effettuate in favore di uno dei coeredi, se importa che la successione e la divisione (secondo le quote previste dall’art. 566 c.c.) debbano essere limitate al relictum, senza che a detta dispensa, nel caso di prescrizione dell’azione di riduzione, possa più opporsi il limite costituito dall’intangibilità della legittima, non esclude che la porzione spettante sul relictum al coerede donatario debba essere ridotta di quanto necessario ad integrare la quota di riserva spettante (in base all’operazione predetta) agli altri coeredi, ferma peraltro – in forza della prescrizione dell’azione di riduzione – l’inattaccabilità delle donazioni anche nel caso in cui il relictum non sia sufficiente all’integrazione della quota di riserva”.

In applicazione di tale principio la Corte d’appello calabrese ha affermato che, in considerazione della dispensa da collazione contenuta nella donazione del 1990 ai figli del primo matrimonio, la divisione aveva per oggetto solo i beni relitti. Nondimeno, con riguardo alla formazione delle quote, ha riconosciuto che occorreva procedere “alla riunione fittizia fra il relictum e quanto donato a D.G.F. e A. da P. con il rogito del 1990, al fine di stabilire la quota spettante agli appellanti e ferma restando l’inattaccabilità della donazione effettuata”.

11. L’art. 553 c.c. presuppone implicitamente che il de cuius abbia disposto di parte dei suoi beni per donazione o testamento, e pertanto che la successione legittima si apra su una parte soltanto del patrimonio (inteso come comprensivo del relictum e del donatum). In questi casi può accadere che la quota attribuita ai legittimari dalle norme sulla successione legittima risulti inferiore a quella loro riservata dalle norme relative alla successione necessaria: così nel caso di concorso del coniuge con un fratello, la quota spettante al primo in base all’art. 582 c.c. (che è di due terzi, ma calcolati sui soli beni devoluti ab intestato) può essere talvolta inferiore di quella riservata dall’art. 540 c.c. (che è di metà, ma computata sulla somma dell’intero relictum con il donatum).

Tale premessa spiega il contenuto del primo inciso dell’art. 553 in esame, secondo il quale, quando, sui beni del defunto, si apra (in tutto o in parte) la successione legittima e vi siano altri successibili, in concorso con legittimari, le porzioni che spetterebbero a quei primi vanno ridotte proporzionalmente, e nei limiti in cui è necessario per integrare la quota riservata agli eredi legittimi, che siano anche legittimari.

È stato rilevato che il termine riduzione è inesatto, in quanto tale norma comporterebbe una automatica compressione delle quote stabilite dalle norme sulla successione legittima, che non presuppone l’esercizio dell’azione di riduzione, ma avviene di diritto, attraverso il coordinamento delle norme, dispositive, dettate per la successione legittima, con quelle, cogenti, dettate per i legittimari: il non legittimario non succede nella quota in astratto predisposta, che viene successivamente compressa in rapporto a quanto spetti ancora al legittimario, ma succede subito nella quota che risulterà spettante in concreto. In caso di contestazioni, la sentenza ha sul punto funzione di mero accertamento di un effetto giuridico già prodotto.

Si deve però convenire che, perché un tale effetto si produca, è comunque necessaria una dichiarazione di volontà dei legittimari, i quali debbono domandare che la loro quota sia calcolata a norma dell’art. 556 c.c. attraverso il procedimento di riunione fittizia; se i legittimari non chiedono la riunione fittizia, l’eredità si devolve secondo le quote stabilite per la successione legittima.

A sua volta una tale domanda implica una deduzione specificamente rivolta a tal fine, non essendo sufficiente una generica istanza di collazione. Questa, di per sé, non prelude al procedimento di riunione fittizia, rappresentando, “in entrambe le forme in cui e prevista dalla legge (in natura o per imputazione), un mezzo giuridico preordinato alla formazione della massa ereditaria da dividere, in guisa che, nei reciproci rapporti tra determinati coeredi, siano assicurati, in senso relativo, l’equilibrio e la parità di trattamento, al fine che non venga alterato il rapporto di valore fra le varie quote e sia garantito a ciascuno degli eredi stessi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota” (Cass. n. 2453/1976).

Con l’art. 553 c.c. si dà base testuale al principio che l’azione di riduzione contro i destinatari di donazioni o disposizioni testamentarie non è ammessa, nel caso in esame, se non quando – e nella misura in cui – la riduzione di diritto delle quote degli altri eredi legittimi non sia sufficiente per reintegrare la riserva dei legittimari. L’azione di riduzione potrà essere esperita solo per ovviare a quella parte di lesione che sopravviva nonostante il sacrificio totale delle porzioni dei coeredi non legittimari.

12. Secondo Cass. n. 1521 del 1980 l’art. 553 c.c. è espressione di un principio generale, applicabile anche al concorso fra legittimari.

In base a tale principio, in presenza di una donazione per la quale sia prevista la dispensa da collazione, la norma importa che le quote della successione intestata si applicano solo se la ripartizione che ne deriva non sia lesiva della quota di riserva. In caso contrario la donazione fatta con dispensa è comunque imputata nella quota del donatario nella misura occorrente per soddisfare la legittima altrui, mentre la donazione sarebbe soggetta a riduzione solo in caso di insufficienza del relictum e nei limiti di tale insufficienza (sempre che l’azione di riduzione sia ammissibile e sia stata in concreto proposta).

13. La corte di merito con la sentenza impugnata ha condiviso il principio circa l’applicabilità dell’art. 553 c.c. anche al concorso fra legittimari.

La relativa statuizione non ha costituito oggetto di impugnazione; analogamente non ha costituito oggetto di impugnazione la scelta della corte di riconoscere d’ufficio l’effetto previsto dall’art. 553 c.c., pur se i legittimari non avevano domandato che la loro quota fosse calcolata a norma dell’art. 556 c.c. con il procedimento di riunione fittizia.

È quindi un dato oramai acquisito della controversia che la quota spettante ai legittimari nella divisione deve essere determinata con il procedimento di riunione fittizia del relictum al donatum.

Proprio in questa fase della decisione si innesta l’errore commesso dalla corte d’appello, nella parte in cui ha limitato il donatum alle sole donazioni palesi, nonostante vi fosse una specifica domanda volta a fare accertare la simulazione dell’atto per notaio M. del 23 settembre 1957, con il quale il de cuius, sotto l’apparenza del negozio oneroso, avrebbe donato al futuro coniuge G.G. un terreno in Castrovillari.

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte: “l’erede legittimario che chieda la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal de cuius, diretta a dissimulare, in realtà, una donazione, agisce per la tutela di un proprio diritto ed è terzo rispetto alle parti contraenti, sicché la prova testimoniale e per presunzioni è ammissibile senza limiti quando, sulla premessa che l’atto simulato comporti una diminuzione della sua quota di riserva, proponga contestualmente all’azione di simulazione una domanda di riduzione della donazione dissimulata, diretta a far dichiarare che il bene fa parte dell’asse ereditario e che la quota a lui spettante va calcolata tenendo conto del bene stesso” (Cass. n. 19912/2014; n. 6632/2006).

In altre pronunce il principio è formulato in termini più ampi, in modo da ricomprendere l’ipotesi del legittimario che impugni il negozio di simulazione assoluta oppure il negozio dissimulato sia nullo per difetto di forma. È stato già chiarito che, in questo caso, il legittimario integra la legittima sul bene oggetto della vendita assolutamente simulata mediante la petitio hereditatis contro il simulato acquirente, non con l’azione di riduzione.

“L’erede legittimario che chieda la dichiarazione di simulazione di una vendita compiuta dal de cuius siccome celante una donazione, assume la qualità di terzo rispetto ai contraenti – con conseguente ammissibilità della prova testimoniale o presuntiva senza limiti o restrizioni – quando agisca a tutela del diritto, riconosciutogli dalla legge, all’intangibilità della quota di riserva, proponendo in concreto una domanda di riduzione, nullità o inefficacia della donazione dissimulata. In tale situazione, infatti, la lesione della quota di riserva assurge a causa petendi accanto al fatto della simulazione ed il legittimario – benché successore del defunto – non può essere assoggettato ai vincoli probatori previsti per le parti dall’art. 1417 c.c.; nè assume rilievo il fatto che egli – oltre all’effetto di reintegrazione riceva, in quanto sia anche erede legittimo, un beneficio dal recupero di un bene al patrimonio ereditario, non potendo applicarsi, rispetto ad un unico atto simulato, per una parte una regola probatoria e per un’altra una regola diversa” (Cass. n. 24134/2009).

14. A un attento esame l’esatta comprensione del fenomeno impone la formulazione di un principio di ancora più ampia portata: la qualità di terzo compete al legittimario alla sola condizione che l’accertamento della simulazione sia richiesto in funzione del pieno conseguimento della quota legittima, il che non implica necessariamente che, insieme alla domanda di simulazione, sia stata in concreto proposta “una domanda di riduzione, nullità o inefficacia della donazione dissimulata” (così Cass. n. 24134/2009), essendo a tal fine sufficiente, anche sotto il profilo dell’interesse ad agire, che la simulazione sia stata fatta valere in funzione di un effetto dipendente dalla riunione fittizia (cfr. Cass. n. 2620/1951), qual è certamente quello previsto dall’art. 553 c.c..

15. È stato già chiarito che le quote ab intestato, in presenza di donazioni, non garantiscono al legittimario il conseguimento della quota riservata. Questa, a differenza della prima, non è calcolata solo sul relictum, ma anche sul donatum. La quota devoluta al legittimario ex lege potrebbe quindi risultare talvolta di valore inferiore alla quota di riserva. È quindi evidente il pregiudizio che si verificherebbe, in danno del legittimario, se tale quota riservata fosse calcolata senza conteggiare nella massa il bene oggetto di una donazione dissimulata. D’altronde è acquisito nella giurisprudenza di questa Corte che la riunione fittizia (in quanto diretta a ricostruire l’intero patrimonio del de cuius, che la legge considera come termine di riferimento per la determinazione della quota disponibile e di riflesso per quella delle quote di riserva) non è legata necessariamente alla proposizione dell’azione di riduzione, ponendosi come un prius indispensabile alle operazioni divisionali quando vi sia concorso di eredi legittimari (Cass. n. 74/1967; n. 837/1986).

16. La corte di merito, da un lato, ha negato ai legittimari attori la veste di terzi in quanto non avevano speso la relativa qualità, ma avevano agito “al solo scopo di ricostituire l’asse ereditario e procedere alla divisione”: ha quindi negato l’ammissibilità della prova per presunzioni con riferimento alla simulazione relativa della vendita stipulata dal de cuius e il futuro coniuge nel 1957; dall’altro, con insanabile contraddizione, ha riconosciuto che, ai fini della divisione dei beni relitti, la misura della partecipazione degli appellanti doveva essere determinata con il procedimento di riunione fittizia, in applicazione dell’art. 553 c.c. Solo che, una volta postasi d’ufficio su questa via, la corte non avrebbe potuto circoscrivere il donatum alle sole donazioni palesi, ma avrebbe dovuto coerentemente riconoscere la facoltà dei legittimari di provare, nella veste di terzi, la simulazione relativa della vendita del 1957, con le possibili conseguenze già esaminate qualora tale prova fosse stata fornita.

17. Va pertanto accolto il terzo motivo di ricorso e in sede di rinvio il giudice di merito dovrà attenersi al seguente principio: “Il legittimario è ammesso a provare la simulazione di una vendita fatta del de cuius nella veste di terzo per testimoni e per presunzioni, senza soggiacere ai limiti fissati dagli artt. 2721 e 2729 c.c., a condizione che la simulazione sia fatta valere per una esigenza coordinata con la tutela della quota di riserva tramite la riunione fittizia. In questo senso il legittimario deve essere considerato terzo anche quando l’accertamento della simulazione sia preordinato solamente all’inclusione del bene, oggetto della donazione dissimulata, nella massa di calcolo della legittima, e così a determinare la eventuale riduzione delle porzioni dei coeredi concorrenti nella successione ab intestato in conformità a quanto dispone l’art. 553 c.c.”.

18. In conclusione, rigettati il primo e il secondo motivo, accolto il terzo, la sentenza deve essere cassata con rinvio alla Corte d’appello di Catanzaro in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

rigetta il primo e il secondo motivo; accoglie il terzo; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte d’appello di Catanzaro in diversa composizione anche per le spese del giudizio di legittimità.


Tribunale Padova, Sezione 1 civile Sentenza 28 marzo 2017, n. 832

In tema di eredità, l’erede legittimario che chieda la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal de cuius diretta a dissimulare, in realtà, una donazione, agisce per la tutela di un proprio diritto ed è terzo rispetto alle parti contraenti. In tali casi, con riguardo alla domanda di riduzione – formulata in via subordinata nel caso di specie – la stessa non è assoggettata ai limiti di prova previsti per le parti dagli artt. 1417 e 2722 e seguenti c.c..

Integrale

Eredità – Eredi – Eredi legittimari – Donazione – Vendita – Simulazione – Domanda di riduzione – Limiti di prova

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SEZIONE PRIMA CIVILE

Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Federica Sacchetto Presidente

dott. Lucia Martinez Giudice

dott. Federica Fiorillo Giudice Relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA NON DEFINITIVA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 138/2012 promossa da:

SI.MA. (…), con il patrocinio dell’avv. GI.GI., elettivamente domiciliata in VIA (…) 35100 PADOVA presso il difensore

attrice

contro

PA.MA. (…), con il patrocinio dell’avv. TA.GI., elettivamente domiciliala in VIA (…) 35031 ABANO TERME presso il difensore AL.TA. (…), con il patrocinio dell’avv. PI.BI., elettivamente domiciliato in GALLERIA (…) PADOVA presso il difensore

convenuti

Oggetto: domande di annullamento di un contratto di compravendita per incapacità naturale; domande di annullamento di un contratto di compravendita per vizi della volontà; domande di accertamento della simulazione di un contratto di compravendita e nullità per difetto di forma: domande di accertamento della consistenza dell’asse ereditario e scioglimento della comunione ereditaria; domande subordinate di riduzione di una donazione e scioglimento della comunione ereditaria.

CONCISA ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con ano di citazione ritualmente notificato l’attrice Ma.Si. citava in giudizio la sorella Ma.Pa. ed il nipote Ta.Al. (figlio di Ma.Pa.) al fine di:

– sentir accertare la propria qualità di erede legittima per la quota del 50% della madre Ni.Am., deceduta ah intestato il 10/1/2007, apparentemente senza lasciare beni da dividere tra le figlie chiamate all’eredità;

– veder annullato o sentir dichiarato nullo per incapacità naturale, vizi del volere o simulazione il contratto di compravendita stipulato in data 10/5/2004 con cui la de cuius aveva ceduto, al prezzo di Euro 74.000,00 che dichiarava di aver già ricevuto, al nipote Ta.Al. la piena proprietà del fabbricato ad uso abitazione con garage in comune di Padova, via (…) censito al NCEU, Comune di Padova, sezione C, foglio (…), part (…) ed al CT, Comune di Padova foglio (…) e (…);

– sentir accertare per l’effetto l’appartenenza all’asse ereditario di Ni.Am. di tale complesso immobiliare:

– sentir accertare la consistenza dell’asse ereditario di Ni.Am. come composto dal bene immobile citato, oltre che dal contenuto di un conto corrente, di un conto deposito titoli e di libretto nominativo di deposito tutti cointestati con la figlia Ma.Pa. e gli ultimi due estinti nell’anno 2002. di eventuali depositi presso le poste italiane, dei preziosi di proprietà della de cuius e di ogni altro bene mobile o immobile di cui fosse stata accertata l’esistenza;

– ottenere lo scioglimento della comunione ereditaria con assegnazione all’attrice di un assegno divisionale di valore corrispondente ad un mezzo dell’asse;

– in via subordinata, anche previo accertamento della simulazione relativa del contratto di compravendita del 10/5/2004 dissimulante un donazione ed accertata la lesione della quota di riserva legittima dell’attrice, vedere ridotte le donazioni effettuate in vita dalla de cuius con restituzione all’attrice dei beni e delle somme di denaro sino alla concorrenza del valore di 1/3 dell’asse ereditario.

Esponeva al riguardo l’attrice che dalla fine degli anni novanta la signora Nicchio aveva iniziato a soffrire di gravi problemi di salute (nel 1999 era stata colpita da ictus cerebri cui era seguita una sindrome depressiva associata a deterioramento cognitivo e accompagnata da numerose gravi limitazioni fisiche, tanto da essere dichiarata invalida al 100% già nel 2002); che il contratto di compravendita era stato stipulato dieci giorni dopo le dimissioni dall’ospedale e due giorni prima di un nuovo ricovero e che non era stata rinvenuta traccia del pagamento nella documentazione bancaria acquisita; che il prezzo dichiarato era da ritenersi vile in relazione al valore dell’immobile ammontante ad Euro 550.000.00; che la signora Nicchio era titolare di diversi rapporti di conto corrente e di deposito titoli, tutti cointestati alla figlia Pa. (il conto deposito titoli n. (…) presso la Ca.Ri., filiale di Brusegana, che al 31.12.2001 portava un valore stimato di 170.000,00 Euro, e che veniva movimentato a mezzo di libretto di deposito esso pure cointestato, risultando che a febbraio 2002 tutti i titoli erano venuti a scadere e i relativi importi accreditati nel libretto di deposito, dal quale erano state effettuate importanti uscite prive di causale fino all’estinzione del conto deposito e del libretto a due giorni di distanza uno dall’altro nell’ottobre 2002; il conto corrente n. (…) presso la Ba.An., filiale di Brusegana, ove la de cuius riceveva la sua pensione di vecchiaia, la reversibilità della pensione del marito, nonché l’indennità di accompagnamento, trovato anch’esso sostanzialmente vuoto al momento del decesso); che a seguito di denuncia – querela presentata dall’attrice, la Procura della Repubblica aveva aperto un’indagine nei confronti dei convenuti conclusasi con l’archiviazione in ragione della brevità del termine prescrizionale dei reati di circonvenzione di incapace ed appropriazione indebita.

Si costituiva la convenuta Ma.Pa. chiedendo, in via principale, il rigetto delle domande attoree in quanto infondate e, in via subordinata alla denegata ipotesi di accoglimento, di considerare, nella determinazione dei cespiti del compendio ereditario, il credito spettante alla convenuta in ragione delle somme erogate e delle spese sostenute per l’assistenza prestata alla madre, tenendo conto anche dell’attività di assistenza direttamente svolta dalla convenuta. Rappresentava che la de cuius non aveva mai sofferto di carenze di ordine psichico, avendo sempre mantenuto lucidità mentale e autonomia di scelta; che la madre aveva sostenuto ingenti spese per il pagamento della badante, nei confronti della quale avrebbe compiuto anche numerosi atti di generosità, oltre che per acquistare generi alimentari e capi di vestiario per cui avrebbe avuto una debolezza (golfini), per la manutenzione della casa e per le cure mediche; che le somme ed i valori contenuti nei rapporti cointestati sarebbero appartenuti per la gran parte alla convenuta, quale corrispettivo del prezzo per la cessione di immobili avvenuta negli anni ’90; che la cessione dell’immobile, avvenuta previa perizia di stima che dava atto di un valore del bene inferiore rispetto al prezzo concordato, sarebbe stata frutto della consapevole volontà della de cuius anche al fine di beneficiare il nipote per l’attenzione e la disponibilità manifestate nei suoi riguardi.

Si costituiva il convenuto Ta.Al. chiedendo di respingere tutte le domande svolte dall’attrice nei suoi confronti in quanto infondate. Deduceva che la nonna al momento della stipulazione della compravendita era pienamente consapevole del significato dell’atto; che il valore dell’immobile era stato accertato con un’apposita perizia di stima; che non ricorreva alcuna ipotesi di dolo, errore o violenza morale: che nel 2002, anche a seguito del rifiuto opposto dall’attrice e dalla figlia della stessa di prestare assistenza alla de cuius, egli era stato per quattro mesi a totale disposizione della nonna trasportandola ogni giorno in ospedale per le relative medicazioni, così come assieme al padre aveva curato la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’immobile, avendo pertanto la nonna motivi di riconoscenza nei suoi confronti; che comunque egli aveva pagato il prezzo della cessione, aiutato dai genitori, corrispondendolo in contanti in più rate e modi prima del rogito notarile, non avendo all’epoca il convenuto ancora aperto alcun rapporto con istituti bancari.

La causa veniva istruita documentalmente, a mezzo dell’assunzione di prove per lesti su di un capitolo di prova formulato da parte attrice in relazione al fatto che la convenuta avrebbe convinto la madre a stipulare la compravendita dicendo che altrimenti l’avrebbe abbandonata e non si sarebbe più occupata di lei, attraverso l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio medico – legale finalizzata all’accertamento della sussistenza della capacità di intendere e volere della de cuius al momento del compimento dell’atto, attraverso l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio finalizzata alla stima del valore dell’immobile ceduto al momento dell’atto ed al momento dell’apertura della successione, nonché mediante ordini di esibizione della documentazione bancaria (quelli relativi al conto deposito titoli ed al libretto di deposito non ottemperati per mancanza della relativa documentazione in quanto non conservata oltre il decennio). Quindi, all’udienza del 25/11/2017, veniva trattenuta in decisione sulle conclusioni sopra epigrafate.

Preliminarmente, avendo le parti convenute riproposto in sede di precisazione delle conclusioni le istanze di prova orale già formulate nelle rispettive memorie istruttorie, va confermata nella presente sede l’ordinanza pronunciata all’udienza del 9/5/2013 che ha rigettato le stesse in quanto vertenti su J circostanze generiche, ininfluenti ai fini della decisione o già risultanti dalla documentazione medica dimessa. 0

Nel merito, vanno esaminate innanzitutto le varie domande di accertamento dell’invalidità del contratto di compravendita formulate da parte attrice.

Viene in rilevo al riguardo in primo luogo l’esito della ctu medico legale depositata in data 28-2-2014, le cui conclusioni si condividono in quanto chiare e circostanziate, fondate sulla documentazione medica della de cuius (in particolare relativa ai ricoveri da questa subiti in prossimità della stipulazione dell’atto di compravendita) esaminata nel contraddittorio con i consulenti tecnici di parte, e scevre da contraddizioni o incongruenze logiche. Ebbene, il consulente d’ufficio ha concluso nel senso che la de cuius fosse affetta all’epoca da un lieve decadimento cognitivo ad andamento fluttuante, legato agli scompensi cardiaci subiti che avevano determinato i ricoveri sia antecedenti che successivi al compimento dell’atto, ma non tale, sotto il versante psicopalologico, da aver avuto riflessi sulla carenza di comprensione dell’atto e delle sue conseguenze giuridiche. Va quindi escluso che la de cuius si trovasse in stato di incapacità di intendere e volere ai momento del compimento dell’atto.

Nemmeno sono emersi vizi della volontà da parte della de cuius che possano aver inficiato la validità dell’atto di compravendita. Il riferimento va in particolare alla violenza morale, considerato che l’attrice avrebbe voluto provare che la de cuius si sarebbe determinata a cedere l’immobile al nipote in quanto minacciata di abbandono dalla figlia Pa.. Dalle testimonianze orali non sono emerse tuttavia prove sufficienti al riguardo, essendo risultato soltanto che la de cuius avrebbe riferito, nel corso di una cena tenutasi nel periodo di “Natale 2005 alla presenza di Ma.Si., le sue due figlie ed i relativi mariti e compagni, e del marito della convenuta, di aver lasciato tutto alla figlia Pa. perché altrimenti l’avrebbe abbandonata (si confrontino in particolare le testimoniante di Me., di Mo. e Ra.Cl. rese all’udienza del 7/11/2013). Trattasi infatti di un’affermazione generica che, quand’anche rispondente a verità, potrebbe al più costituire l’indizio di un elemento di condizionamento nella determinazione alla stipulazione del contratto da parte della de cuius (di per sé irrilevante con riferimento alla validità del contratto), ma non di una minaccia posta in essere dalla convenuta. Nessuna prova è poi emersa in relazione alla sussistenza di errore o dolo, tanto più tenuto conto degli esiti della ctu medico – legale.

Deve invece osservarsi come l’istruttoria svolta abbia consentito di far emergere una serie di elementi che. congiuntamente valutati, inducono a ritenere il carattere simulato della compravendita posta in essere in data 10/5/2004. A questo riguardo va precisato come l’attrice, avendo agito in qualità di terza rispetto al negozio simulato in relazione alla domanda di riduzione formulata in via subordinata, non sia assoggettata ai limiti di prova previsti per le parti dagli artt. 1417 e 2722 e seguenti c.c. (si confrontino al riguardo, ex multis, tra le più recenti, Cass. Sez. 2, Sentenza n. 20960 del 17/10/2016 e Cass. Sez. 2, Sentenza n. 19912 del 22/09/2014, secondo cui “l’erede legittimario che chieda la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal “de cuius”, diretta a dissimulare, in realtà, una donazione, agisce per la tutela di un proprio diritto ed è terzo rispetto alle parti contraenti, sicché la prova testimoniale e per presunzioni è ammissibile senza limiti quando, sulla premessa che l’atto simulato comporti una diminuzione delta sua quota di riserva, proponga contestualmente all’azione di simulazione una domanda di riduzione della donazione dissimulala, diretta a far dichiarare che il bene fa parte dell’asse ereditario e che la quota a lui spettante va calcolata tenendo conto del bene stesso, nello stesso senso Cass. Sez. 3, Sentenza n. 6632 del 24/03/2006; Sez. 2, Sentenza n. 20868 del 28/10/2004: etc.).

Trattasi dei seguenti elementi:

– il convenuto Ta.Al. non ha fornito alcuna prova relativa al pagamento del prezzo di Euro 74.000.00 convenuto nel contratto, pagamento che

Lex24 – Gruppo 24 ORE Pagina 3 / 5

appare inverosimile, considerato che all’epoca del compimento dell’atto egli era ventiquattrenne, non risulta che lavorasse o comunque disponesse di v propri mezzi economici tanto da aver affermato di non aver avuto nemmeno la titolarità di un conto corrente, ed apparendo inconsistenti le difese fornite sul punto (egli avrebbe corrisposto l’importo, in parte fornitogli dai genitori, in contanti in più rate e più modi):

– il valore dei beni ceduti dichiarato nell’atto di compravendita ( Euro 74.000,00) è risultato di molto inferiore rispetto a quello effettivo (nella ctu svolta in corso di causa e depositala in data 6/5/2014 è stato stimato in complessivi Euro 205.000.00 circa, con motivazione congrua basata sullo stato dell’immobile, la destinazione urbanistica ed i valori di mercato esistenti all’epoca del compimento dell’atto);

– l’immobile di cui la de cuius ha ceduto la piena proprietà rappresentava la propria casa di abitazione, nella quale ha continuato a risiedere anche successivamente al compimento dell’atto, dovendosi escludere che abbia ceduto il bene al nipote affinché questi vi si potesse trasferire;

– la de cuius disponeva di una propria pensione ed aveva accumulato nel corso degli anni consistenti risparmi (nel conto deposito cointestato erano presenti, antecedentemente alla chiusura, avvenuta due anni prima dell’atto di compravendita, titoli per un controvalore ammontante ad Euro 170.859,40 sulla base dell’ultimo estratto conto disponibile prodotto da parte attrice di cui al doc. 13), non necessitando di procedere alla vendila del proprio unico immobile, nel quale risiedeva;

– la circostanza dedotta da tutte le parti in causa (sia pure in relazione a diverse motivazioni) secondo cui ad occuparsi dell’assistenza della de cuius fosse unicamente il gruppo familiare riconducibile alla figlia Pa. e la verosimile sussistenze di ragioni di riconoscenza da parte della de cuius, cui entrambi i convenuti hanno fatto riferimento, o di timore di non essere più accudita (come emerso in sede di prove orali, sulla base delle testimonianze sopra richiamate).

Gli elementi gravi, specifici e concordanti richiamati depongono univocamente nel senso che in realtà le parti non abbiano voluto contemplare alcun corrispettivo per la cessione. Non può ritenersi invece.

come vorrebbe l’attrice in principalità, che non volessero effettuare alcun trasferimento e che l’alienazione fosse stata in realtà solo apparente concretando una simulazione assoluta, non risultando sufficienti prove sul punto. La stessa attrice d’altronde insiste nel ritenere che scopo dell’atto fosse quello di far uscire effettivamente il bene dal patrimonio della de cuius in modo da sottrarlo alla successione ereditaria, ciò presupponendo che le parti avessero voluto il trasferimento immobiliare, seppur a titolo gratuito e non oneroso. Alla cessione deve essere pertanto riconosciuto il carattere di liberalità, con conseguente accertamento che l’atto del 10/5/2004 integra una simulazione relativa dissimulante una donazione, come tale nulla per vizio di forma ai sensi degli artt. 782 c.c. e 1350 c.c., essendo stata stipulata in assenza di testimoni. Considerata la nullità per vizio di forma, diventa irrilevante accertare se l’intento di liberalità della de cuius riguardasse effettivamente il nipote o fosse invece diretto nei confronti della figlia Pa., come sostenuto dall’attrice, secondo la quale vi sarebbe anche simulazione per interposta persona.

All’accertamento che il contratto di compravendita concluso in data 10/5/2004 tra la signora Ni.Am. e il signor Ta.Al. Integra una simulazione relativa, dissimulante una donazione nulla per difetto di forma, consegue l’accertamento che i beni oggetto di tale contratto (abitazione con garage in comune di Padova, via (…) censito al NCEU Comune di Padova, sezione C, foglio (…), part (…), oltre ad area di pertinenza e terreno adiacente censiti al CT, Comune di Padova foglio (…)) fanno parte dell’asse ereditario delta signora Ni.Am.

Deve quindi passarsi ad esaminare le domande formulate dall’attrice in relazione ai beni mobili, ed in particolare ai rapporti bancari cointestati con la convenuta Ma.Pa.

Viene in rilievo al riguardo innanzitutto il conto corrente n. (…) presso la Ba.An. filiale di Brusegana, cointestato con la convenuta Ma.Pa. e trovato sostanzialmente vuoto successivamente al decesso della de cuius. Dall’estratto conto pervenuto dalla banca Mo.Pa. in ottemperanza all’ordine di esibizione risulta che in tale conto confluissero unicamente la pensione di vecchiaia della de cuius, la reversibilità della pensione del marito, nonché l’indennità di accompagnamento (importi complessivi di Euro 440,00 mensili fino a luglio 2005, di Euro 1.260 da agosto 2005 e di Euro 1.300,00 poco prima del decesso), essendo pertanto riconducibile la relativa provvista unicamente alla de cuius, nonostante la cointestazione con la figlia. Risultano inoltre costanti prelevamenti di importo sostanzialmente analogo, se non addirittura superiore, rispetto a quello della pensione mensilmente percepita, tino al giroconto di Euro 1.569.48 avvenuto pochi giorni dopo il decesso. Fatta eccezione per un bonifico di Euro 6.000.00 eseguilo in data 27/10/2003 in favore del nipote Talami Alberto e da ritenersi in mancanza di prova contraria effettuato in conformità alla volontà della de cuius (considerati anche gli esiti della ctu sulla capacità di intendere e volere), trattasi di vari prelevamenti mensili di importo compreso tra Euro 800,00 ed Euro 1.400,00, fino ad un massimo di Euro 2.000,00, da ritenersi utilizzati, direttamente o per il tramite della figlia cointestataria, per far fronte alle esigenze della de cuius, comprese quelle relative al pagamento della badante (assunta con contratto per Euro 451,00 mensili, oltre contributi), delle utenze, nonché successivamente al decesso per il pagamento delle spese funebri, spese che la convenuta Ma.Pa. avrebbe voluto conteggiare come proprio credito nei confronti dell’eredità.

Quanto invece al conto deposito titoli n. 9000/31345 presso la Ca.Ri., filiale di Brusegana, movimentato a mezzo del libretto di deposito nominativo n. 600/105645. entrambi cointestati con la convenuta Ma.Pa., dalla documentazione prodotta da parte attrice non emerge la provenienza della provvista necessaria all’acquisto dei vari titoli transitati nel conto. La convenuta non ha del pari dimostrato la circostanza affermata, in relazione alla quale tale provvista sarebbe appartenuta prevalentemente alla stessa quale corrispettivo del prezzo per la cessione di immobili di sua proprietà avvenuta negli anni ’90. con la conseguenza che, in ragione della cointestazione, i titoli presenti nel conto deposito fino al momento della chiusura del relativo rapporto devono ritenersi appartenuti ad entrambe le cointestatarie nella misura del 50% ciascuna. Ebbene, dai documenti 12 e 13 attorei risulta che al 31/12/2001, poco prima della chiusura del conto, le due cointestarie fossero titolari di titoli per un controvalore complessivo di Euro 170.859.40, lutti rimborsali o venduti tra il 4/3/2002 ed il 15/2/2002. Non essendo confluito l’importo di Euro 85.429,70, corrispondente al 50% di proprietà della de cuius, nel conto corrente di cui pure era titolare presso la Ba.An., deve presumersi che lo stesso sia rimasto nella disponibilità della convenuta, che d’altronde non ha formulato alcuna deduzione circa la sorte del denaro ricavato dal rimborso e della vendita dei titoli.

L’importo di Euro 85.429,70 va dunque conteggiato nell’asse ereditario.

Null’altro è emerso circa la titolarità in capo alla de cuius di rapporti postali o circa la proprietà di gioielli o altri preziosi.

Tenuto conto di tutte le considerazioni che precedono, va dunque accertato che l’asse ereditario di Ni.Am., da dividere tra le due figlie eredi per pari quote del 50% ciascuna, è costituito dagli immobili catastalmente censiti al NCEU, Comune di Padova, sezione C, foglio (…), Comune di Padova foglio (…) di valore pari al momento dell’apertura della successione a complessivi Euro 205.000,00 (secondo quanto risultante dalla ctu depositata in data 6/6/2014. in base alla quale il valore degli immobili al momento dell’apertura della successione sarebbe rimasto sostanzialmente immutato rispetto a quello stimato al momento del compimento dell’atto) e dal 50% del controvalore dei titoli depositati nel conto n. 9000/31345 presso la Ca.Ri. al 31/12/2001, pari ad Euro 85.429,70. Va rigettata la domanda formulata in via subordinata dalla convenuta Ma.Pa., di considerare il suo credito in ragione delle somme erogate e delle spese sostenute nella assistenza della madre, dovendosi presumere che a tali spese (documentate per circa Euro 8.000,00 complessivi) abbia fatto fronte la madre, direttamente o per il tramite della figlia, tramite gli importi mensilmente prelevati a partire dall’ottobre 2003 dal conto corrente n. (…) presso la Ba.An. (sulla base dei dati risultanti documentalmente dall’estratto conto fornito dalla banca a seguito dell’ordine di esibizione). Quanto all’attività di assistenza eventualmente direttamente svolta dalla convenuta, deve ritenersi spontaneamente prestata alla madre in esecuzione di un dovere morale con conseguente non configurabilità di alcun credito nei confronti dell’eredità ai sensi della disposizione di cui all’art. 2034 c.c.

La causa va rimessa pertanto in istruttoria al fine della verifica, previa stima all’attualità, della divisibilità degli immobili secondo le quote delle condividenti e l’eventuale formazione di un progetto divisionale.

Le spese di lite saranno regolate all’esito della decisione definitiva.

P.Q.M.

Il Tribunale, non definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1)- Accerta che l’attrice Ma.Si. è erede legittima per la quota del 50% della madre Ni.Am., deceduta ab intestato il 10/1/2007;

2)- Accerta che il contratto di compravendita concluso in data 10/5/2004 tra la signora Ni.Am. e il signor Ta.Al. integra una simulazione relativa, dissimulante una donazione nulla per difetto di forma;

3)- Accerta che l’asse ereditario di Ni.Am., da dividere tra le due figlie eredi Ma.Si. e Ma.Pa. per pari quote del 50% ciascuna, è costituito dagli immobili catastalmente censiti al NCEU, Comune di Padova, sezione C, foglio (…), di valore pari al momento dell’apertura della successione a complessivi Euro 205.000,00 e dal 50% del controvalore dei titoli depositati nel conto n. (…) presso la Ca.Ri. al 31/12/2001, pari ad Euro 85.429,70;

4)- Rimette la causa in istruttoria come da separata ordinanza. Così deciso in Padova il 4 marzo 2017.

Depositata in Cancelleria il 28 marzo 2017.


3 Commenti

  1. Buonasera,due mesi fa mio padre ancora vivente ha veduto uno dei due appartamenti di cui uno ci vive a uno dei quattro fratelli senza dire niente al altri sono venuta a sapere che mio fratello ha comperato l’appartamento sopra e sotto la nuda proprietà e una vendita fittizia ?grazie !

    1. buon giorno,facendo una visura catastale mi sono accorta che quattro anna fa, mio padre ha venduto tre appartamenti uno a mia sorella alla quale lo a intestato al figlio uno a mio fratello e uno alla moglie di mio fratello tutti con passaggi di soldi a cambiali con euro 5000 mensili per 10 mesi insomma ogni appartamento con la cifra di euro 50000,il valore di mercato e di euro 110000 a 130000 il valore catastale e circa euro 35000 come posso agire nei loro confronti grazie per una risposta se ce.

  2. buon giorno mio padre morto due mesi fa a fatto come vendita il negozio e la casa in donazione dove abita mio fratello senza dire niente agli altri eredi , come posso muovermi ? posso impugnare il tutto? grazie.

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