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Lo sai che? Ho perso una causa contro il fisco: che posso fare?

Lo sai che? Pubblicato il 4 luglio 2017





> Lo sai che? Pubblicato il 4 luglio 2017

Nel caso in cui si sia perso un giudizio contro l’Agenzia delle Entrate è possibile ripetere il primo grado grazie al giudizio di revocazione senza dover fare appello.

 

La revocazione ordinaria è uno strumento processuale a cui il contribuente può ricorrere quando si accorge che i giudici, nell’esame della controversia, hanno commesso un errore macroscopico.

La revocazione è peraltro molto utile se si considera che evita di perdere un grado di giudizio, con tutto ciò che ne consegue anche in termini di maggiori spese e tempo. Difatti la revocazione è una ripetizione del primo grado (concessa a determinate condizioni che vedremo a breve), che così non consuma la possibilità di un successivo ed eventuale appello. In questo modo si raddoppiano le possibilità per il contribuente di spuntarla nonostante l’iniziale sconfitta.

Dato che i giudici, della Commissione Tributaria Provinciale, o della Commissione Tributaria Regionale (o anche della stessa Cassazione) potrebbero aver preso una vera e propria svista, grazie alla revocazione il contribuente può evitare di dover appellare la sentenza di primo grado, o addirittura ricorrere in Cassazione (se questo fosse possibile, dato che in tale sede si può contestare la sentenza solo per motivi di diritto, senza rimettere in discussione i fatti di causa), facendo notare, a giudici diversi da quelli che hanno emesso la sentenza sbagliata, che la decisione presa si basa in realtà su un errore di fatto, che ha completamente stravolto l’esito del giudizio.

Secondo la Corte di Cassazione l’errore che consente di richiedere la revocazione della sentenza deve essere evidente, risultante dagli atti del giudizio e tale da avere indotto i giudici a fondare la propria decisione sulla supposta ed erronea inesistenza (o esistenza) di un fatto, che invece, laddove fosse stato esattamente percepito, avrebbe determinato una diversa valutazione.

L’errore di fatto deve inoltre essere stato decisivo.

Dall’altra parte, un’inesatta valutazione delle prove non può mai costituire motivo di revocazione. E l’errore deve avere quale oggetto la percezione di fatti e non la valutazione giuridica di essi, sindacabile invece con gli ordinari mezzi di impugnazione (appello, ricorso per cassazione).

Per essere più chiari facciamo degli esempi.

Immaginiamo che il contribuente vinca davanti alla Commissione Tributaria Provinciale, che ritiene l’atto di accertamento tardivo. Dato che l’avviso era tardivo, i giudici di primo grado non dicono niente sugli altri motivi di censura dell’avviso di accertamento, che il contribuente aveva comunque avanzato nel proprio ricorso. L’Agenzia delle Entrate fa appello e il giudice di secondo grado dà torto al contribuente, dicendo che l’avviso di accertamento era in realtà tempestivo e che, non essendo stati riproposti dal contribuente, in secondo grado, i motivi di impugnazione già proposti nel ricorso, questi non possono essere più esaminati. Le questioni ed eccezioni non accolte nella sentenza della Commissione Tributaria Provinciale, infatti, non devono essere riproposte in secondo grado con appello incidentale, ma, se il contribuente vuole che siano esaminate dal giudice di appello, devono essere comunque riproposte con la costituzione in giudizio.

Peccato però che, a differenza di quanto erroneamente ritenuto dalla Commissione Tributaria Regionale, il contribuente avesse puntualmente riproposto nella sua costituzione in giudizio le questioni già avanzate in primo grado.

Ecco allora che ci troveremmo di fronte ad un errore di fatto, risultante dagli atti del giudizio, facilmente rilevabile e decisivo.

E dunque, senza essere costretti ad andare in Cassazione (con tutti i costi che ne conseguono), il contribuente potrà proporre revocazione ed ottenere il grado di giudizio che gli è stato ingiustamente negato.

Non bisogna però incorrere nell’errore di chiedere la revocazione quando non ve ne sono i presupposti.

Immaginiamo, per esempio, che il giudice di primo grado abbia ritenuto sufficienti gli elementi probatori evidenziati dall’Ufficio sulla residenza abituale in Italia di un contribuente.

E che questo contribuente affermi tuttavia che la Commissione è incorsa in errore di fatto, avendo posto a base della propria decisione circostanze non veritiere e contraddette dai documenti prodotti in giudizio.

Tra questi, per esempio, le circostanze relative all’iscrizione a scuola dei figli, alla dimora abituale per più della metà dell’anno, all’esecuzione di prelievi bancari e all’assunzione di lavoratori domestici.

Un inesatto apprezzamento o valutazione delle prove, però, non può mai costituire motivo di revocazione, in quanto non presenta quel carattere di immediatezza e rilevabilità richiesti dalla norma.


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