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La bolletta della luce fa scattare l’accertamento fiscale

4 luglio 2017


La bolletta della luce fa scattare l’accertamento fiscale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 luglio 2017



Legittimo l’accertamento per maggiori ricavi sulla base del consumo di energia elettrica.

I giorni di apertura dell’esercizio commerciale, certificati dalla bolletta della luce, fanno presumere che il contribuente abbia guadagnato di più di quanto dichiarato al fisco. Pertanto è legittimo l’accertamento basato sulla fattura elettrica. Lo ha chiarito la Commissione Tributaria Regionale di Potenza con una recente sentenza [1]. Ma perché mai la bolletta della luce fa scattare l’accertamento fiscale? Cerchiamo di comprenderlo qui di seguito.

Avallata dalla giurisprudenza, l’Agenzia delle Entrate si vale spesso di alcuni indicatori di spesa al fine di accertare i maggiori ricavi del contribuente. Uno di questi indicatori è il consumo di energia elettrica per lo svolgimento dell’attività. Non vi è dubbio che la bolletta può quantomeno far risalire ai giorni di apertura e, conseguentemente, ai costi sostenuti per il lavoro dipendente (se il locale è aperto, è necessario che vi sia qualcuno a ricevere i clienti). Come per le spese relative al lavaggio di tovaglie e tovaglioli nei ristoranti (cosiddetto «tovagliometro»), anche la bolletta della luce può dunque diventare per il fisco un indicatore di maggiori ricavi. Un «indizio» sufficiente a far scattare l’accertamento tramite gli studi di settore al titolare del ristorante sulla base dei giorni di apertura, dei costi sostenuti per i dipendenti e, appunto, della corrente utilizzata nei locali.

Ma attenzione: si tratta di «indizi», o meglio – per usare una terminologia giuridica – di «presunzioni», le quali devono essere «gravi, precise e tra loro concordanti» (quindi devono essere più di una). E neanche queste bastano. L’Agenzia delle Entrate ha poi l’obbligo di inviare una richiesta di chiarimenti al contribuente con un termine per difendersi presentando documenti o altri elementi utili per dimostrare la correttezza dei dati forniti al fisco con la dichiarazione dei redditi. Solo all’esito della valutazione di tale difesa (cosiddetto contraddittorio stragiudiziale) si può poi decidere se far partire o meno l’accertamento.

La Corte ricorda che «la procedura di accertamento standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza nasce in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente».

note

[1] Ctr Potenza, sent. n. 195/17


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