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Come difendersi dalla pubblicazione di notizie senza diritto di replica?

8 luglio 2017


Come difendersi dalla pubblicazione di notizie senza diritto di replica?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 luglio 2017



Come posso difendermi da giornali e giornalisti che pubblicano notizie senza darmi diritto di replica? Posso chiedere il risarcimento?

Prima di rispondere al quesito formulato, occorre premettere che, come si dirà in seguito, al fine di valutare la liceità o meno degli scritti giornalistici è indispensabile conoscerne ogni dettaglio, in particolar modo l’esatto contenuto.

Il reato di diffamazione a mezzo della stampa [1], che punisce chiunque con il mezzo della stampa offenda l’altrui reputazione, è fattispecie che richiede una valutazione dei fatti particolarmente complessa e delicata. Nei giudizi che investono fatti di ritenuta diffamazione per mezzo di articoli giornalistici occorre, infatti, operare un bilanciamento fra due contrapposti diritti, entrambi tutelati dalla Costituzione: da una parte vi è il diritto alla riservatezza e a conservare il proprio onore, dall’altra parte il contrapposto diritto di cronaca e/o di critica. Negli anni successivi all’approvazione della Costituzione, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero [2] e pertanto i connessi diritto di cronaca e critica, la giurisprudenza ha elaborato un corposo elenco di principi che guida nel corretto bilanciamento fra i suddetti diritti contrapposti e che rilevano anche nel caso che riguarda il lettore. Sebbene la funzione sociale, costituzionalmente tutelata, della stampa imponga che il diritto all’onore e alla riservatezza possa cedere il passo di fronte al diritto del pubblico all’informazione e al connesso diritto del giornalista a rendere noti i fatti di cronaca e, eventualmente, a formulare commenti critici, tali ultimi diritti non godono di una possibilità espansiva infinita, ma possono valere ad esimere il giornalista da responsabilità penale soltanto entro certi limiti. Uno scritto pubblicato sulla stampa che offenda l’altrui reputazione è lecito a condizione che:

  • la notizia pubblicata sia vera;
  • esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti in relazione alla rilevanza dei fatti stessi;
  • siano rispettati i limiti in cui tale interesse sussiste, mantenendo l’informazione entro i confini dell’obiettività [3].

Quanto alla verità dei fatti, sul giornalista incombe il dovere di rendere un’informazione completa e di effettuare tutti i possibili controlli necessari per verificare la veridicità delle notizie ricevute, prima di pubblicarle. Nel caso di un processo penale, spetta al giornalista o al direttore responsabile che vogliano invocare il diritto di cronaca provare la veridicità dei fatti narrati [4].

Quanto alla recente notizia di un processo penale a carico del lettore per truffa, è pertanto evidente che se tale informazione è falsa o comunque inesatta la pubblicazione costituisce diffamazione e lui ha il diritto di chiedere la rettifica e il risarcimento dei danni, tanto in sede civile, attraverso un’azione di risarcimento danni da illecito, quanto in sede penale attraverso la proposizione di una querela nei confronti del giornalista e del direttore responsabile del periodico e la successiva costituzione di parte civile nel processo. Se, invece, la notizia è vera e correttamente esposta, occorrerà valutare se sussiste ed entro quali limiti l’interesse pubblico a ricevere tale informazione. L’interesse alla diffusione della notizia deve essere pubblico ed oggettivo, sicché esso va valutato con riguardo tanto al contenuto della notizia, quanto al pubblico cui essa è rivolta. Ne consegue che qualora le sue controversie con le persone che sono suoi concorrenti abbiano un rilievo soltanto privato, non sussiste evidentemente alcun interesse pubblico a tale informazione. Se, invece, queste vicende sono connesse con attività rivolte al pubblico e che concernono anche rapporti con enti e istituzioni (ad esempio, finanziamenti pubblici), l’interesse pubblico alla diffusione di queste informazioni appare senza dubbio sussistente.

Trattandosi, tuttavia, di vicende che – per quel che il quesito pare indicare – riguardano un territorio comunque limitato (locale o regionale), il diritto di cronaca possa valere soltanto riguardo alla specifica città, provincia o regione ove i fatti sono accaduti e le cui istituzioni pubbliche sono coinvolte. La diffusione della notizia anche fuori dalla regione in cui il lettore vive, qualora la sua attività imprenditoriale non coinvolga in qualche modo anche questo territorio, potrebbe pertanto apparire finalizzata al solo discredito della sua reputazione e, quindi, integrare il reato di diffamazione.

Infine, la notizia di un fatto vero deve essere esposta dal giornalista con obiettività. Ciò significa che essa deve essere riportata in modo completo, senza esasperare o travisare i fatti emersi da un procedimento giudiziario. Il giornalista può invocare, oltre che il diritto di cronaca, anche quello di critica, laddove intenda, oltre che esporre la notizia, fornire ai lettori una propria interpretazione o un giudizio di valore. Tuttavia la critica, per restare nel limite del lecito, non può concretizzarsi in una ricostruzione volontariamente distorta dei fatti e preordinata esclusivamente ad attirare l’attenzione negativa dei lettori su di una persona, né risolversi in un attacco personale e gratuito al soggetto criticato.  È altresì onere del giornalista rendere palese al lettore che le proprie parole costituiscono una personale interpretazione dei fatti e non invece una mera informazione asettica e obiettiva. Qualora anche una sola delle suddette condizioni di liceità dovesse difettare negli scritti giornalistici che ledono la reputazione del lettore, tali scritti integrerebbero senza dubbio il reato di diffamazione.

Il primo strumento giuridico a tutela dei diritti del lettore è certamente la proposizione di una querela nei confronti dei giornalisti che hanno sottoscritto gli articoli e dei direttori responsabili degli organi di stampa. Nell’ambito del processo penale che eventualmente si avvierà, il lettore potrà costituirsi parte civile chiedendo il risarcimento di ogni danno subito, oltre ad un’ulteriore somma pecuniaria a titolo di riparazione [5]. La querela, per essere valida, deve essere proposta entro il termine di novanta giorni da quando l’articolo è stato pubblicato o da quando il lettore ne ha avuto conoscenza. In alternativa, potrà proporre azione civile nei confronti del giornalista, del direttore responsabile e dell’editore per il risarcimento dei danni. In ogni caso, può chiedere al direttore responsabile la pubblicazione di una rettifica entro due giorni dalla richiesta, se il periodico è un quotidiano, o per i periodici non quotidiani non oltre due numeri successivi alla settimana in cui è pervenuta la richiesta. In caso di inottemperanza alla richiesta, se fondata, il lettore potrà proporre azione [6] affinché il giudice ordini urgentemente la pubblicazione. Quanto infine agli articoli più risalenti nel tempo eventualmente ancora disponibili online, il lettore potrà esercitare il cosiddetto “diritto all’oblio”. Di recente, la Cassazione [7] ha stabilito il dovere, in capo alla testata giornalistica, di rispettare il diritto all’oblio del cittadino, cancellando il contenuto di pagine risalenti nel tempo. La Suprema Corte lascia comunque aperta la possibilità al giornale di conservare la pagina web all’interno del proprio archivio, curandone tuttavia l’eliminazione del relativo link dai motori di ricerca, in modo che il nome del soggetto interessato non venga più “pescato” dai motori e, quindi, non sia indicizzato insieme al fatto di cronaca pregiudizievole. La sottrazione della pagina all’indicizzazione di Google (e degli altri motori) avviene attraverso l’eliminazione dei cosiddetti “tag”, operazione che, sebbene non debba necessariamente comportare la materiale cancellazione della pagina in sé, fa sì che la stessa non sia più reperibile attraverso una consultazione sulla stringa del motore di ricerca. Il problema principale del diritto all’oblio è che, non avendo ancora ricevuto regolamentazione a livello normativo, non esiste una precisa quantificazione del tempo oltre il quale la notizia possa definirsi “non più attuale” e, pertanto, oltre il quale poter obbligare il giornale alla cancellazione del contenuto o alla sua deindicizzazione. Il che significa che, di norma, ci si deve rimettere a valutazioni casistiche, che tengano conto dell’importanza del fatto di cronaca, degli effetti successivi che la notizia ha prodotto, e dell’eventuale dibattito pubblico che ne è scaturito. Per la “cancellazione” dei contenuti dall’indicizzazione dei motori di ricerca era necessario, prima della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014 procedere contro i singoli giornali interessati, inizialmente con atti stragiudiziali e poi, se del caso, con un’azione giudiziale, anche in via d’urgenza. Oggi, invece, la Corte Europea ha rivoluzionato e capovolto l’impostazione, stabilendo che Google è titolare dei dati personali degli utenti che vengono indicizzati sulle pagine del motore di ricerca ed è, pertanto, responsabile anche del correlativo diritto all’oblio. Il suggerimento è pertanto quello di tentare la diffida contro Google (che, però, potrebbe non essere ancora pronto a gestire gli effetti della sentenza della Corte di Lussemburgo o, addirittura, potrebbe presentare ulteriori ricorsi) nonché contattare e diffidare le singole testate giornalistiche interessate, per il tramite di uno studio legale, al fine di chiedere la cancellazione della pagina o l’eliminazione dei tag.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Andrea Iurato

note

[1] Art. 595 cod. pen. e art. 13 l. n. 4 del 26.02.1948.

[2] Art. 21 Cost.

[3] Cass., SS. UU., sent. n. 8959 del 23.10.1984.

[4] Cass., sent. n. 10964 dello 08.03.2013.

[5] Art. 12 l. n. 4 del 26.02.1948.

[6] Ai sensi dell’art 700 cod. proc. civ.

[7] Cass. sent. n. 5525 dello 05.04.2012.

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