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Causa persa: posso chiedere i danni al mio commercialista?

8 luglio 2017


Causa persa: posso chiedere i danni al mio commercialista?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 luglio 2017



Posso chiedere i danni al mio commercialista per avermi fatto perdere un ricorso in commissione tributaria depositandolo in ritardo?

 

Il rapporto tra il professionista ed il cliente ha la natura di un contratto nel quale ognuno si obbliga alle rispettive prestazioni: svolgimento dell’incarico con la diligenza richiesta dalla particolare preparazione dell’incaricato e, dall’altro lato, pagamento dei compensi.

La responsabilità professionale del commercialista per mancata impugnazione dell’accertamento fiscale implica una situazione abbastanza semplice per quanto riguarda la prova della colpa: se il ricorso è tardivo, non c’è necessità di dimostrare altro. Presupposto dell’eventuale responsabilità, però, è che il cliente, cioè la lettrice, avesse conferito l’incarico, e lo avesse fatto nei termini giusti per poter impugnare l’atto del Fisco. In un eventuale giudizio per responsabilità deve essere provato di aver conferito la procura tempestivamente. La questione non è sibillina. Nel ricorso alla Commissione Tributaria deve essere allegata la procura del cliente: quale data porta? Se la data della procura, come spesso avviene, è quella in cui il ricorso è stato inviato, si potrebbe osservare che la lettrice ha conferito il mandato quando i termini per impugnare erano già trascorsi. Occorre in primo luogo verificare questa circostanza.

Altra questione è quella relativa alla fondatezza del ricorso: occorre, infatti, dimostrare che la lettrice lo avrebbe vinto e che l’avviso di accertamento sarebbe stato annullato. Solo nel caso in cui ella avesse la certezza di vincere il ricorso, si può parlare di danno per responsabilità del commercialista.

Come si capisce bene, non è una prova facile da fornire e, sinceramente, si tratta di una questione che dovrà essere attentamente valutata prima di avviare l’eventuale giudizio. Qui, per escludere l’obbligo di risarcirla, la controparte dovrebbe dimostrare che non v’erano probabilità di vittoria.

La Corte di Cassazione ha più volte affermato che la responsabilità del commercialista nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell’attività professionale presuppone la prova del danno e del nesso causale fra la condotta del professionista e il pregiudizio del cliente e, in particolare, nel caso di mancata presentazione di un ricorso fiscale, implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole del ricorso, che avrebbe dovuto essere proposto e diligentemente seguito [1]. È ciò che abbiamo detto prima: occorre valutare se, proposto tempestivamente il ricorso, esso sarebbe stato accolto.

Una sentenza della Cassazione molto interessante, anche se abbastanza datata [2], ricollega il diritto al risarcimento, non alla certezza della vittoria del ricorso, ma al concetto di perdita di chances. Cioè alle “probabilità” di vittoria. In sostanza, secondo quell’orientamento, la quantificazione del risarcimento dovrebbe essere adeguata alle concrete possibilità di vincere il ricorso. Più esse sono alte, più alto è il risarcimento dovuto. In tema di responsabilità professionale (nella specie, di un dottore commercialista), la negligenza del professionista che abbia causato al cliente la perdita della “chance” di intraprendere o di proseguire una lite in sede giudiziaria determina un danno per il quale non può, di regola, porsi alcun problema di accertamento sotto il profilo dell'”an” – una volta accertato l’inadempimento contrattuale sotto il profilo della ragionevole probabilità che la situazione lamentata avrebbe subito, per il cliente, una diversa e più favorevole evoluzione con l’uso dell’ordinaria diligenza professionale – ma solo, eventualmente, sotto quello del “quantum”, dovendo tale danno liquidarsi in ragione di un criterio prognostico basato sulle concrete e ragionevoli possibilità di risultati utili, ed assumendo, come parametro di valutazione, il vantaggio economico complessivamente realizzabile dal danneggiato diminuito di un coefficiente di riduzione proporzionato al grado di possibilità di conseguirlo (deducibile, quest’ultimo, caso per caso, dagli elementi costitutivi della situazione giuridica dedotta), ovvero ricorrendo a criteri equitativi. Alquanto importante, per decidere se sarà il caso di avviare il giudizio, sarebbe la lettura del documento firmato al professionista dalla lettrice: sembrerebbe che lei – stando a quanto dice – avrebbe rinunciato ad impugnare la decisione della Commissione. Ne è certa? È importante avere una copia della sua dichiarazione e si consiglia di procurarsela prima di qualunque decisione.

Ha esaminato, la lettrice o il commercialista, la possibilità di avanzare una richiesta di annullamento dell’avviso di accertamento in autotutela? In teoria, se un atto amministrativo è sbagliato, vi è l’obbligo per la Pubblica Amministrazione di correggerlo. Le istanze di revoca in autotutela possono essere proposte anche in pendenza del giudizio avanti alle Commissioni Tributarie; esse danno la possibilità di impugnare sia l’eventuale rigetto della richiesta di riesame, sia l’eventuale silenzio dell’Amministrazione finanziaria.

Un altro aspetto della questione è quello relativo alla prescrizione: trattandosi di un contratto, il diritto al risarcimento del danno deve essere fatto valere entro dieci anni decorrenti dalla data in cui la lettrice ha avuto notizia dell’errore. Non sarebbe male, innanzitutto, inviare una richiesta di risarcimento al professionista mediante raccomandata r.r.

Un’ultima considerazione: il commercialista ha una polizza di assicurazione per la responsabilità professionale? Se così fosse, invece che avviare un’azione legale nei confronti di costui, si potrebbe instaurare una trattativa con la compagnia assicuratrice.

In conclusione, la tardiva presentazione del ricorso, se la procura è stata conferita tempestivamente, dà diritto alla lettrice al risarcimento dei danni. Presupposto necessario di tale risarcimento è la prova che il ricorso sarebbe stato vinto o che vi fossero molte probabilità di vittoria. Nel frattempo – ma al più presto – si potrebbe valutare l’opportunità di un’istanza di revoca in autotutela dell’avviso di accertamento. La dichiarazione di inammissibilità del ricorso per la sua tardività, infatti, non ha sentenziato nulla circa il merito delle ragioni della lettrice che, se palesemente fondate, potrebbero formare oggetto di riesame da parte dell’Amministrazione finanziaria. Cosa normalmente molto difficile, ma che si potrebbe tentare come ultima chance.

note

[1] Cass. sent. n. 9917 del 26.04.2010.

[2] Cass. sent. n. 15759 del 13.12.2001.


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