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Pensione di reversibilità: come si divide tra due mogli?

6 luglio 2017


Pensione di reversibilità: come si divide tra due mogli?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 luglio 2017



La divisione della pensione di reversibilità tra l’ex moglie e la moglie superstite dell’avente diritto si determina non solo sulla base della durata del matrimonio.

Quando muore il titolare di una pensione di reversibilità che, in vita, si è sposato due volte, la stessa pensione va divisa tra l’ex coniuge e quello superstite. Così, ad esempio, se un uomo muore e lascia la propria moglie come erede, l’eventuale ex moglie con cui in precedenza si era divorziato ha diritto a una parte della reversibilità. Ma come si divide l’assegno dell’Inps? Il criterio di divisione della reversibilità tra due mogli è basato sulla durata dei rispettivi matrimoni, ma non solo. Contano anche l’entità dell’eventuale assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche dei due superstiti e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali. Lo ha chiarito la Cassazione con una ordinanza pubblicata ieri [1].

Immaginiamo un uomo che, alla propria morte, lasci la moglie come erede di tutto il suo patrimonio. L’uomo però, quanto era in vita, aveva avuto un precedente matrimonio finito con il divorzio e con l’obbligo, per lui, di versare l’assegno di mantenimento. Saputo della morte dell’ex consorte, la donna bussa alla porta della seconda moglie per chiedere la sua parte della pensione di reversibilità. Quest’ultima si dichiara disponibile a darle la metà, ma l’ex ritiene che le spetti di più, in ragione del fatto che il suo matrimonio è durato più a lungo. La vedova le fa però presente che il marito le ha sempre versato l’assegno di mantenimento e, peraltro, dispone di un reddito adeguato a mantenersi da sola avendo sposato un altro uomo, mentre lei, con la morte del marito, non ha più nulla. Inoltre c’è anche da considerare che, i due, prima di sposarsi, hanno dovuto attendere molto tempo, un po’ per completare le pratiche di divorzio, un po’ per la riluttanza dell’uomo di buttarsi in un secondo matrimonio dopo il fallimento del primo. Insomma, a conti fatti, la convivenza è durata quasi quanto il primo matrimonio. Come si dirime questa controversia?

Secondo la Cassazione la divisione della pensione di reversibilità tra due mogli va fatta sia sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni, sia ponderando gli ulteriori elementi quali l’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche dei due e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali.

note

[1] Cass. ord. n. 16602/17 del 5.07.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 7 aprile – 5 luglio2017, n. 16602
Presidente Dogliotti – Relatore Di Virgilio

Fatto e diritto

L.L. e M.G. sono state entrambe coniugate con S.R. . Il Tribunale di Padova, decidendo su giudizio introdotto da M.G. , ex moglie che beneficiava di assegno divorzile, ha deciso che la pensione di reversibilità dello scomparso dovesse essere corrisposta in parti uguali. L’impugnativa proposta da L.L. è stata rigettata dalla Corte d’Appello di Venezia. La Corte di merito ha considerato che il meccanismo divisionale non è uno strumento di perequazione economica fra le posizioni degli aventi diritto, ma è preordinato alla continuazione della funzione di sostegno economico assolta a favore dell’ex coniuge e del coniuge convivente, durante la vita del dante causa, rispettivamente con il pagamento dell’assegno di divorzio e con la condivisione dei rispettivi beni economici da parte dei coniugi conviventi. La ripartizione del trattamento economico va quindi effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi, quale l’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche dei due e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali. La Corte territoriale ha quindi confrontato le condizioni economiche delle parti e rigettato l’impugnazione.
Nel ricorso per cassazione si contesta l’omessa considerazione della diversa durata dei due matrimoni contratti da S.R. con le parti in causa, ma si è già chiarito che la Corte di merito ha spiegato di aver legittimamente valorizzato sia questo dato che altri, con giudizio di fatto non censurabile in questa sede. Si critica, poi, che se l’ammontare della quota di spettanza della M. dovesse risultare superiore alla somma percepita quale assegno di divorzio il risultato apparirebbe “iniquo”. Questa considerazione ipotetica non è in grado di inficiare la corretta applicazione delle norme vigenti operata nella sentenza impugnata, nonché la valutazione in fatto operata dalla Corte d’Appello e compiutamente motivata.
Non si ravvisano pertanto violazioni di legge, in ordine alle quali le censure sono peraltro proposte in modo inadeguato.
In sostanza la ricorrente, pur invocando la violazione di norme di diritto, propone soprattutto contestazioni in ordine a profili e situazioni di fatto, per larga parte insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una decisione impugnata che appare invece caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica.
La decisione della Corte d’Appello risulta del resto conforme alla giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. 16093/12; 6019/14; 21598/14), e le contestazioni proposte in ricorso non inducono a modificare l’orientamento.
Il ricorso appare pertanto manifestamente infondato.
Le spese seguono la soccombenza nel rapporto L. – M. ; vanno compensate in confronti dell’INPS, che non ha svolto attività difensiva, non essendosi costituito.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 2.100 comprensivi di Euro 100 per esborsi, oltre accessori di legge, a favore di M.G. ; la competenza nei confronti dell’INPS.
Omettere dati anagrafici e identificativi.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quatere, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, l. 24 dicembre 2012, n. 228 dichiara la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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