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Mobbing: quando il datore deve risarcire il dipendente

8 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 luglio 2017



Danno da mobbing: il dipendente deve provare l’intento persecutorio del capo.

Condotte vessatorie e ostili del datore di lavoro, prolungate nel tempo e tali da provocare un vero e proprio danno morale al dipendente: l’onere della prova è carico del lavoratore ed è anche molto complesso dato che occorre dimostrare al giudice i comportamenti persecutori, l’intento vessatorio, i pregiudizi subiti e il nesso causale tra gli uni e gli altri.

È quanto ribadito da una recente sentenza della Cassazione [1].

Secondo la giurisprudenza, per “mobbing” si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro. Essa consiste in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità.

Requisiti del mobbing

Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti:

  • la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;
  • l’evento lesivo della salute o della personalità o della dignità del dipendente;
  • il nesso causale tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore;
  • la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi.

Secondo una nota pronuncia della Cassazione [2], costituisce mobbing la condotta datoriale, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolva, sul piano oggettivo, in sistematici e reiterati abusi, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico, e si caratterizzi, sul piano soggettivo, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al dipendente medesimo.

Come provare il mobbing

Di conseguenza, il lavoratore che agisca per ottenere il risarcimento del danno da mobbing, deve provare la volontà del datore di lavoro di emarginarlo, in vista di una sua espulsione dal contesto lavorativo o, comunque, di un intento persecutorio.

Non è sufficiente la prova di comportamenti ostili e neppure la perizia medico legale che attesti la depressione o i turbamenti psicologici del dipendente: se manca la dimostrazione dell’intento persecutorio e del nesso causale tra gli atti persecutori e i danni alla salute/personalità, il giudice non può accogliere la richiesta di risarcimento.

note

[1] Cass. sent. n. 16335 del 03.07.2017.

[2] Cass. sent. n. n. 18836/2013.

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