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Condominio: stop alle cause per principio

7 luglio 2017


Condominio: stop alle cause per principio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 luglio 2017



Nessun risarcimento se il danno è futile. Per chiedere i danni è necessario che l’offesa superi un minimo di tollerabilità.

In condominio c’è sempre qualcosa che non va. Questo però non autorizza a rivolgersi ogni volta al giudice. Diversamente le aule di tribunale, che già pullulano di cause inutili, diventerebbero il pollaio dei nostri palazzi. Così, se già il codice di procedura civile stabilisce che, per poter adire il giudice è necessario avere un interesse «valutabile economicamente», ora la giurisprudenza chiarisce che l’entità di questo danno deve superare una soglia minima di tollerabilità, sotto la quale non è ammessa alcuna tutela. Lo stop alle cause per principio fatte in condominio arriva da due sentenze di questi giorni: la prima della Cassazione e la seconda del Tribunale di Vicenza [1]. La conseguenza per chi fa cause per motivi futili o per minimi fastidi è una sola: la condanna non solo alle spese processuali, ma anche alla cosiddetta «lite temeraria», quella cioè intentata nella consapevolezza di avere torto.

Nella prima delle due sentenze la Suprema Corte si è trovata a discutere il caso di un uomo che, per fare il puntiglioso, aveva ritardato la chiusura dell’assemblea condominiale, allontanando i vicini dal rientro nelle loro case per la cena serale. L’uomo si era opposto a una votazione e aveva iniziato una lunga dissertazione. Sicché l’amministratore aveva fatto scrivere a verbale le seguenti parole: «Il controllo dei documenti da parte del sig… si dilunga oltre ogni ragionevole tempo» e «sorge, come sempre, la solita animata discussione tra il sig… e l’amministratore» e infine «il sig… giustifica il suo voto contrario con le solite motivazioni di tutti gli anni». Lo zelante condomino, dopo essersi prodigato con tanta cura e animosità nel motivare le proprie ragioni, si è sentito giustamente offeso dal verbalizzante e da quella massa di ingrati che non apprezzavano il suo disinteressato impegno. Così è ricorso ai giudici per chiedere il risarcimento. Risarcimento motivato dalla lesione al suo onore e alla sua reputazione. Anche i giudici, però, si sono sentiti offesi, loro però per essere stati scomodati, con tanto di faldoni e avvocati, da una questione di principio, apparsa più che altro come sottile lana caprina. Così, nella sentenza di rigetto, hanno trovato anche l’occasione per condannare il ricorrente per responsabilità aggravata. In tutto 10mila euro per aver sostenuto tesi indifendibili.

Nella seconda sentenza, il giudice di Vicenza è stato al centro della contesa tra due vicini di casa per il «levarsi un fil di fumo, dall’estremo confin» di due appartamenti, a causa di un barbecue. «Entra i panni, chiudi le finestre, raccogli le lenzuola»: sono sì, tutti questi, dei disagi, ma che rientrano nella normale tollerabilità che deve esistere tra condomini. Inutile quindi invocare l’intervento del giudice per dei semplici fastidi il cui danno è difficilmente quantificabile o, addirittura, futile. Quindi, anche in questo caso, niente risarcimento perché la questione sorta in condominio appare di puro principio.

Tutto questo sta a insegnare che i tribunali, al pari delle assemblee di condominio, sono fatti da uomini e anche i giudici potrebbero infastidirsi nel doversi sorbire lunghe dissertazioni per liti inutili.

note

[1] Cass. sent.. n. 16482/2017 e Trib. Vicenza, sent n. 892/17

Autore immagine: 123rf com

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