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Dopo tanto tempo l’abuso edilizio si sana? Va demolito?

7 luglio 2017


Dopo tanto tempo l’abuso edilizio si sana? Va demolito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 luglio 2017



Se il reato di abuso edilizio cade in prescrizione, l’ordine di demolizione può essere impartito senza limiti di tempo.

Anche se passano molti anni da quando è stato commesso un abuso edilizio, il tempo non lo sana. Non conta neanche il fatto che l’amministrazione sia pienamente consapevole dell’esistenza della costruzione illegittima e che, anche a seguito del sopralluogo, non abbia inizialmente deciso di intervenire. Il silenzio serbato, in prima battuta, dalle autorità non giustifica l’affidamento, nel proprietario dell’opera abusiva, del “perdono”. Lo ha chiarito il Consiglio di Stato in una recente sentenza [1].

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di rispondere alla domanda: dopo tanto tempo, l’abuso edilizio si sana? Va demolito? Per comprendere meglio i termini della questione facciamo un esempio.

Il tempo non sana l’abuso edilizio

Immaginiamo che il proprietario di un appartamento costruisca, sulla propria terrazza, una grossa tettoia e che poi la chiuda con delle lastre di plexiglas in modo da riparare dalla pioggia i divanetti posti di sotto. Passano 20 anni dalla realizzazione dell’opera e, poiché nel condominio, c’è un clima di amicizia e di accondiscendenza, nessuno dice nulla. Un giorno, però, l’appartamento del piano di sopra ove è stata realizzata la “veranda” viene venduto e il nuovo proprietario inizia a ribellarsi a quella che – a suo dire – è un’opera che gli toglie aria e luce. Così va in Comune ad accertarsi che il manufatto sia regolare; lì si accorge, però, che non è mai stato richiesto il permesso di costruire. Così sollecita un intervento dell’amministrazione affinché demolisca l’abuso edilizio. Dopo qualche mese, il Comune invia i vigili a effettuare un sopralluogo. Ma anche dopo questa attività, nulla si muove. Passano altri anni durante i quali il condomino del piano di sopra continua a inviare solleciti, finché – spazientito – fa un esposto alla Procura della Repubblica. Solo allora il Comune emette l’ordine di demolizione dell’abuso edilizio. Ma il proprietario si oppone: sostiene che, dopo tanto tempo, l’abuso si sana. Il fatto che sia passata la polizia municipale e non abbia detto o fatto nulla comporta una “tacita acquiescenza” alla sua opera. Chi dei due ha ragione? La sentenza del Consiglio di Stato offre la soluzione, pacifica per tutta la giurisprudenza.

Il trascorrere del tempo non “sana” l’abuso ma, nel migliore dei casi, può richiede una motivazione rafforzata nell’emissione dell’ordine di demolizione.

Pertanto, nel momento in cui emette l’ordinanza di demolizione, il Comune non deve neanche motivare le ragioni di interesse pubblico che giustificano il provvedimento, né deve tentare di accontentare sia gli interessi del proprietario dell’opera – che per molto tempo ormai ne ha fatto uso – con quelli della collettività. Non si può neanche parlare di una aspettativa, da parte dell’autore dell’abuso edilizio, alla conservazione della costruzione giustificata dal lungo decorso del tempo sia dal momento di realizzazione della costruzione stessa che dal sopralluogo delle autorità.

Insomma, il tempo non può legittimare in via di fatto una situazione illegittima [2].

Anzi il decorso del tempo dimostra ancor di più che si tratta di opere non precarie, destinate ad un migliore godimento e utilizzo della proprietà, destinate ad assolvere una funzione permanente e non transitoria ed è proprio tale circostanza che impone di richiedere sempre il permesso di costruire.

Per l’autore dell’opera resta la consolazione che, quantomeno, il reato di abuso edilizio è ormai prescritto (leggi Abuso edilizio: quando si prescrive) e, seppur costretto a demolire l’opera, non sarà processato penalmente.

note

[1] Cons. St. sent. n. 3210/2017 del 30.06.2017.

[2] Const. St. sent. n. 13/2015, n. 5792/2014 e n. 6702/2012.

Autore immagine: 123rf com


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