Diritto e Fisco | Articoli

Infermieri: diritti, obblighi e responsabilità

8 luglio 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 8 luglio 2017



Il personale paramedico: l’infermiere «professionale», l’infermiere pediatrico e l’assistente sanitario: figure a confronto. Codice deontologico degli infermieri. La responsabilità.

L’attività di assistenza ai malati è stata svolta, nel corso dei secoli, dalle figure più diverse (monaci, religiosi laici, laici salariati ecc.), mossi da spirito caritatevole o da finalità di lucro.

L’esigenza che l’attività di assistenza fosse svolta da personale qualificato è sorta all’incirca all’inizio del ’900, quando sono fiorite le prime teorie infermieristiche che puntavano allo sviluppo di capacità di intervento globale in campo assistenziale e alla piena autonomia nello specifico professionale.

Il D.M. 739/1994 sulla determinazione del profilo professionale dell’infermiere rappresenta una pietra miliare nel processo di professionalizzazione dell’attività infermieristica. Tale decreto riconosce l’infermiere responsabile dell’assistenza generale infermieristica, precisa la natura dei suoi interventi, gli ambiti operativi, la metodologia del lavoro, le interrelazioni con gli altri operatori, gli ambiti professionali di approfondimento culturale e operativo e le cinque aree della formazione specialistica (sanità pubblica, area pediatrica, salute mentale/psichiatria, geriatria e area critica).

Il profilo disegnato dal decreto è quello di un professionista intellettuale, autonomo e responsabile.

Analoga definizione dei campi di attività e delle competenze viene stabilita anche per l’infermiere pediatrico (D.M. 70/1997) e per altri profili professionali, tra cui figurano quello dell’assistente sanitario (D.M. 69/1997), dell’ostetrica, del terapista della riabilitazione, del tecnico di laboratorio ecc.

Come ben evidenziato, «l’infermiere deve avere la capacità di elaborare metodologie operative al fine di soddisfare le esigenze sanitarie, tenendo ben presenti le risorse disponibili, comprese quelle del paziente; deve saper pianificare, organizzare, dispensare e valutare i servizi d’assistenza; deve saper guidare i tirocinanti e favorire e partecipare ai lavori in èquipe ed alla ricerca; infine deve avere capacità di contribuire allo sviluppo di una politica sanitaria efficiente, ed accettare le responsabilità professionali e la volontà di approfondire la propria formazione» [1]

L’infermiere «professionale», l’infermiere pediatrico e l’assistente sanitario: figure a confronto

L’infermiere professionale

Come accennato, il D.M. 739/1994 (Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere) ha individuato la figura professionale dell’infermiere, qualificandolo (art. 1) come «l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale è responsabile dell’assistenza generale infermieristica».

Compiti

I campi di intervento della figura infermieristica sono:

  • la prevenzione delle malattie;
  • l’assistenza dei malati e dei disabili di tutte le età;
  • l’educazione sanitaria.
  • Inoltre, aggiunge l’art. 1, l’infermiere:
  • partecipa all’identificazione dei bisogni di salute della persona e della collettività;
  • identifica i bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività e formula i relativi obiettivi;
  • pianifica, gestisce e valuta l’intervento assistenziale infermieristico;
  • garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche;
  • agisce sia individualmente sia in collaborazione con gli altri operatori sanitari e sociali;
  • per l’espletamento delle funzioni si avvale, ove necessario, dell’opera del personale di supporto;
  • svolge la sua attività professionale in strutture sanitarie pubbliche o private, nel territorio e nell’assistenza domiciliare, in regime di dipendenza o libero-professionale;
  • contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale e alla ricerca.

La formazione infermieristica per la pratica specialistica è intesa a fornire agli infermieri di assistenza generale delle conoscenze cliniche avanzate e delle capacità che permettano loro di fornire specifiche prestazioni infermieristiche nelle seguenti aree:

  • sanità pubblica: infermiere di sanità pubblica;
  • pediatria: infermiere pediatrico;
  • salute mentale-psichiatria (infermiere psichiatrico);
  • geriatria (infermiere geriatrico);
  • area critica (infermiere di area critica).

Il percorso formativo viene definito con decreto del Ministero della sanità e si conclude con il rilascio di un attestato di formazione specialistica che costituisce titolo preferenziale per l’esercizio delle funzioni specifiche nelle diverse aree, dopo il superamento di apposite prove valutative.

Ai sensi dell’art. 2, il diploma universitario di infermiere abilita all’esercizio della professione, previa iscrizione al relativo albo professionale.

L’infermiere pediatrico

Per quanto riguarda, invece, l’infermiere pediatrico, il D.M. 70/1997 (Regolamento concernente l’individuazione della fi gura e relativo profilo professionale dell’infermiere pediatrico) dispone che «l’infermiere pediatrico è l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’Albo professionale, è responsabile dell’assistenza infermieristica pediatrica» (art. 1).

L’assistenza infermieristica pediatrica, preventiva, curativa, palliativa e riabilitativa è di natura tecnica, relazionale, educativa, e le principali funzioni sono la prevenzione delle malattie, l’assistenza dei malati e dei disabili in età evolutiva e l’educazione sanitaria.

Compiti

In particolare, l’infermiere pediatrico (art. 1):

  • partecipa all’identificazione dei bisogni di salute fisica e psichica del neonato, del bambino, dell’adolescente e della famiglia;
  • identifica i bisogni di assistenza infermieristica pediatrica e formula i relativi obiettivi;
  • pianifica, conduce e valuta l’intervento assistenziale infermieristico pediatrico;
  • partecipa:
    • a interventi di educazione sanitaria nell’ambito della famiglia e della comunità;
    • alla cura degli individui sani in età evolutiva nel quadro di programmi di promozione della salute e prevenzione delle malattie e degli incidenti;
    • all’assistenza ambulatoriale, domiciliare e ospedaliera dei neonati e dei soggetti di età inferiore a 18 anni affetti da malattie acute e croniche;
    • alla cura degli individui in età adolescenziale nel quadro dei programmi di prevenzione e supporto socio-sanitario;
    • garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche;
    • agisce individualmente o in collaborazione con gli operatori sanitari e sociali;
    • si avvale dell’opera del personale di supporto per l’espletamento delle funzioni;
    • contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale;
    • svolge la sua attività professionale in strutture sanitarie pubbliche o private, nel territorio e nell’assistenza domiciliare, in regime di dipendenza o libero-professionale.

Come per l’infermiere «generico», il diploma universitario di infermiere pediatrico abilita all’esercizio della professione, previa iscrizione al relativo albo professionale

L’assistente sanitario

Infine, il D.M. 69/1997 (Regolamento concernente l’individuazione della figura e relativo profilo professionale dell’assistente sanitario) disciplina la figura dell’assistente sanitario, ovvero dell’«operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale, è addetto alla prevenzione, alla promozione ed alla educazione per la salute».

L’attività dell’assistente sanitario è rivolta alla persona, alla famiglia e alla collettività; individua i bisogni di salute e le priorità di intervento preventivo, educativo e di recupero.

L’assistente sanitario:

— identifica i bisogni di salute sulla base dei dati epidemiologici e socio-culturali, individua i fattori biologici e sociali di rischio ed è responsabile dell’attuazione e della soluzione e degli interventi che rientrano nell’ambito delle proprie competenze;

  • progetta, programma, attua e valuta gli interventi di educazione alla salute in tutte le fasi della vita della persona;
  • collabora alla definizione delle metodologie di comunicazione, ai programmi e a campagne per la promozione e l’educazione sanitaria;
  • concorre alla formazione e all’aggiornamento degli operatori sanitari e scolastici per quanto concerne la metodologia dell’educazione sanitaria;
  • interviene nei programmi di pianificazione familiare e di educazione sanitaria, sessuale e socio-affettiva;
  • attua interventi specifici di sostegno alla famiglia;
  • sorveglia, per quanto di sua competenza, le condizioni igienico-sanitarie nelle famiglie, nelle scuole e nelle comunità assistite e controlla l’igiene dell’ambiente e del rischio infettivo;
  • collabora, per quanto di sua competenza, agli interventi di promozione ed educazione alla salute nelle scuole;
  • partecipa alle iniziative di valutazione e miglioramento alla qualità delle prestazioni dei servizi sanitari rilevando, in particolare, i livelli di gradimento da parte degli utenti;
  • partecipa alle attività organizzate in forma dipartimentale, sia distrettuali che ospedaliere, con funzioni di raccordo interprofessionale, con particolare riguardo ai dipartimenti destinati a dare attuazione ai progetti obiettivo individuati dalla programmazione sanitaria nazionale, regionale e locale;
  • svolge le proprie funzioni con autonomia professionale anche mediante l’uso di tecniche e strumenti specifici;
  • svolge attività didattico-formativa e di consulenza nei servizi, ove richiesta la sua competenza professionale;
  • agisce sia individualmente sia in collaborazione con altri operatori sanitari, sociali e scolastici, avvalendosi, ove necessario, dell’opera del personale di supporto;
  • contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale;
  • svolge la sua attività in strutture pubbliche e private, in regime di dipendenza o libero professionale.

Il diploma universitario dell’assistente sanitario abilita all’esercizio della professione, previa iscrizione al relativo albo professionale (art. 2).

Il Codice deontologico degli infermieri

Il Codice deontologico del personale infermieristico, approvato nel gennaio 2009, si apre con la definizione del profilo professionale di infermiere: «l’infermiere è il professionista sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica» (art. 1), ossia dell’attività di cura della persona realizzata attraverso interventi specifici di carattere tecnico, relazionale ed educativo.

L’attività dell’infermiere consiste nel curare e prendersi cura della persona, rispettando la vita, la salute, la libertà e la dignità dell’individuo, e il codice deontologico guida l’infermiere nello svolgimento di tale attività, dettando linee guida sia per lo sviluppo della propria identità professionale sia per l’assunzione di un comportamento eticamente responsabile.

I principi etici della professione sono scolpiti dall’art. 5 del codice deontologico, secondo cui «il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e dei principi etici della professione è condizione essenziale per l’esercizio della professione infermieristica».

I principi contenuti nell’art. 2 del Codice

In particolare, in aderenza al principio di eguaglianza previsto a livello costituzionale (art. 3) e alla centralità attribuita al diritto alla salute (art. 32), l’art. 2 del codice di deontologia infermieristica dispone che l’infermiere:

  • riconosce la salute come bene fondamentale dell’individuo e interesse della collettività e si impegna a tutelarla con attività di prevenzione, cura, riabilitazione e palliazione;
  • riconosce che tutte le persone hanno diritto ad uguale considerazione e le assiste indipendentemente dall’età, dalla condizione sociale ed economica, dalle cause di malattia;
  • agisce tenendo conto dei valori etici, religiosi e culturali, e nel caso di conflitti determinati da profonde diversità etiche si impegna a trovare la soluzione attraverso il dialogo. Soltanto in presenza di volontà profondamente in contrasto con i principi etici della professione e con la coscienza personale, potrà avvalersi del diritto all’obiezione di coscienza;
  • si impegna a non nuocere (tale principio risulta superfluo, poiché il divieto di nuocere ad altri è immanente all’intero ordinamento giuridico) e orienta la sua azione all’autonomia e al bene dell’assistito, di cui attiva le risorse anche quando questi si trova in condizioni di disabilità o svantaggio;
  • contribuisce all’uso ottimale delle risorse.

Inoltre, gli artt. 11 e 13 del codice deontologico, dopo aver riaffermato l’esigenza dell’aggiornamento permanente al fine di garantire alla persona le cure e l’assistenza più efficaci, aggiungono che l’infermiere deve svolgere i compiti correlati al grado di competenza raggiunto, avvalendosi, se necessario, dell’intervento o della consulenza di esperti, dovendo declinare i compiti a lui affidati quando ritenga di non poterli svolgere con sicurezza.

Relazione paziente/ infermiere

Per quanto riguarda i rapporti con il paziente, il Capo IV attribuisce all’infermiere compiti titanici, palesemente sproporzionati rispetto al ruolo che il personale paramedico riveste nell’ambito del sistema sanitario. In particolare, sembrano destinati a restare sulla carta gli obblighi di:

  • promuovere, attraverso l’educazione, stili di vita sani e la diffusione di una cultura della salute, attivando una rete di rapporti tra servizi e operatori;
  • ascoltare, informare, coinvolgere la persona e valutare con essa i bisogni assistenziali, anche al fine di esplicitare il livello di assistenza garantito e consentire all’assistito di esprimere le proprie scelte;
  • facilitare i rapporti con la comunità e le persone significative per il paziente, che dovranno essere coinvolte nel piano di cura, rispettando le indicazioni espresse dall’assistito.

Ausilio nelle scelte terapeutiche

Più realistici sono, invece:

  • il diritto di essere informato sul progetto diagnostico-terapeutico;
  • l’obbligo di aiutare e sostenere la persona nelle scelte terapeutiche, adeguando il livello di comunicazione alla capacità del paziente di comprendere; in caso di minori, l’infermiere deve adoperarsi affinché sia presa in considerazione l’opinione del minore rispetto alle scelte terapeutiche, in relazione all’età e al suo grado di maturità;
  • l’obbligo di tutelare la riservatezza delle informazioni relative alla persona, anche rispettando il segreto professionale;
  • l’obbligo di garantire la continuità assistenziale e di promuovere le migliori condizioni possibili di sicurezza psicofisica dell’assistito e dei familiari.
  • Ai sensi dell’art. 5 DPCM 12-1-2017 il Servizio sanitario nazionale deve garantire la continuità assistenziale per l’intero arco della giornata e per tutti i giorni della settimana. Le aziende sanitarie sono tenute a organizzare le attività sanitarie per assicurare l’erogazione, nelle ore serali e notturne e nei giorni prefestivi e festivi, delle prestazioni assistenziali non differibili.
  • Particolarmente rilevanti appaiono, inoltre, le disposizioni volte a tutelare la dignità del paziente, che prevedono l’obbligo per l’infermiere di adoperarsi affinché:
  • il ricorso alla contenzione fisica e farmacologica sia evento straordinario e motivato;
  • il paziente venga tutelato quando la famiglia e il contesto non siano adeguati ai suoi bisogni;
  • in caso di maltrattamenti o privazioni a carico del paziente, siano utilizzati tutti i mezzi per proteggerlo e allertare, se necessario, l’autorità competente;
  • tutelare il diritto del paziente a porre dei limiti ad eccessi diagnostici e terapeutici non coerenti con la concezione di qualità della vita dell’assistito.

Sostegno e conforto

Sul piano dell’assistenza farmacologica, l’infermiere deve:

  • attivarsi per alleviare la sofferenza;
  • ricorrere all’uso di placebo solo per casi attentamente valutati e su specifica indicazione medica;
  • assistere la persona, qualunque sia la sua condizione clinica e fino al termine della vita, riconoscendo l’importanza del conforto ambientale, ftsico, psicologico, relazionale e spirituale;
  • sostenere i familiari dell’assistito, in particolare nel momento della perdita e nell’elaborazione del lutto;
  • astenersi dal partecipare a trattamenti ftnalizzati a provocare la morte dell’assistito, sia che la richiesta provenga dall’interessato, dai familiari o da altri.

Come già accennato, gran parte degli obblighi suddetti sono destinati a restare lettera morta, alla luce dell’organizzazione caotica che caratterizza gli ospedali italiani e della sostanziale marginalizzazione del personale paramedico, i cui compiti si riducono, il più delle volte, all’effettuazione delle terapie mediche e alla cura dell’igiene del paziente.

Condotte collaborative e valutative

Di scarso impatto pratico appaiono anche gli obblighi previsti nei rapporti professionali con colleghi e altri operatori. In quest’ambito, infatti, i Capi V e VI del codice deontologico dispongono che l’infermiere:

  • collabora con i colleghi e gli altri operatori, nel rispetto dei rispettivi compiti all’interno dell’equipe;
  • contribuisce al miglioramento delle competenze assistenziali, nell’ambito delle proprie conoscenze, esperienze e ruolo professionale;
  • tutela la dignità propria e dei colleghi, attraverso comportamenti ispirati al rispetto e alla solidarietà;
  • tutela il decoro della propria qualifica professionale anche attraverso il rispetto delle norme che regolano la pubblicità sanitaria;
  • è tenuto a segnalare al Collegio ogni abuso o comportamento contrario alla deontologia attuato dai colleghi.

Infine, nei rapporti con le istituzioni, il Capo VI detta alcune enunciazioni di principio che non hanno possibilità alcuna di attuazione pratica. In specie, l’infermiere:

  • contribuisce a orientare le politiche e lo sviluppo del sistema sanitario, al fine di garantire il rispetto dei diritti degli assistiti, l’equo utilizzo delle risorse e la valorizzazione del ruolo professionale);
  • compensa le carenze della struttura (sic!) attraverso un comportamento ispirato alla cooperazione, nell’interesse dei cittadini e dell’istituzione. L’infermiere ha il dovere di opporsi alla compensazione quando vengano a mancare i caratteri della eccezionalità o venga pregiudicato il suo prioritario mandato professionale;
  • di fronte a carenze o disservizi provvede a darne comunicazione e per quanto possibile, a ricreare la situazione più favorevole;
  • riferisce a persona competente e all’autorità professionale qualsiasi circostanza che possa pregiudicare l’assistenza infermieristica o la qualità delle cure, con particolare riguardo agli effetti sulla persona;
  • ha il diritto-dovere di segnalare al Collegio professionale le condizioni che limitano la qualità delle cure o il decoro dell’esercizio professionale.

Le norme deontologiche sono vincolanti e la loro inosservanza è punibile con sanzioni da parte del Collegio professionale.

La responsabilità dell’infermiere

Gli operatori medici o paramedici di una struttura sanitaria sono portatori di una posizione di garanzia nei confronti dei pazienti affidati alle loro cure. In particolare, sono portatori di una posizione di protezione la quale, come è noto, è contrassegnata dal dovere del soggetto, di provvedere alla tutela di un bene giuridico contro qualsivoglia pericolo atto a minacciarne l’integrità.

Da ciò discende che l’infermiere al quale sia stato impartito un ordine o che, prestando la propria attività in una determinata unità operativa, venga a sapere che il dirigente dell’unità ha impartito un determinato ordine che richiede l’intervento di un medico a favore di un paziente, assume, per quanto riguarda l’esecuzione di quell’ordine, la posizione di protezione.

Le posizioni di garanzia, che sono espressione di solidarietà, hanno un innegabile punto di riferimento nell’art. 2 Cost., che, costituisce un’indubbia chiave di lettura di tante altre norme, tra le quali quella dell’art. 32 Cost., che esalta il diritto alla salute e, quindi, all’integrità psicofisica e che ha condizionato e condiziona, tra l’altro, la legislazione antinfortunistica e la legislazione sanitaria, ove si consideri che il primo comma dell’art. 1, L. 833/1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, altro non è che la testuale ripetizione del comma 1 dell’art. 32 Cost.

Divieto di delega delle funzioni

Se la posizione di garanzia è espressione di solidarietà, è innegabile che gli operatori sanitari debbano osservare questo dovere di solidarietà per l’intero tempo del loro turno di lavoro, Se la posizione di garanzia è espressione di solidarietà, è innegabile che gli operatori sanitari debbano osservare questo dovere di solidarietà per l’intero tempo del loro turno di lavoro, con la conseguenza che non possono trasferire ai colleghi i compiti a essi affidati, qualora li possano svolgere agevolmente nel loro turno, contribuendo alla tempestività degli interventi e a evitare di caricare di compiti coloro che, nel momento in cui succedono nel turno, assumeranno la loro posizione di garanzia con pari e, magari, più gravosi compiti da svolgere [2].

Proprio in applicazione dei principi indicati, il medico al quale è affidato il reparto deve informarsi quantomeno sulle situazioni di emergenza esistenti al momento della sua assunzione di responsabilità e di garanzia, per cui non ha alcuna rilevanza il fatto che egli sia tenuto, in base ad obblighi contrattuali, ad intervenire soltanto su chiamata.

Non è una scusante il fatto che gli infermieri non richiedano il suo intervento, essendo dovere e scrupolo di un medico, cui è affidato un reparto (specialmente quando si tratti di un’unità dai compiti evidentemente di speciale delicatezza, ad esempio quella di terapia intensiva) quello di prendere immediata visione, raccogliendo la posizione di garanzia che gli viene trasferita al momento della sua presa in carico del reparto, delle specifiche situazioni degli ammalati, a partire dalle situazioni più delicate, e dunque assicurandosi della corretta instaurazione delle terapie prescritte o ritenute necessarie, seguendo di persona l’evolversi della situazione fino al cessare della condizione di rischio. Da parte loro, gli infermieri sono tenuti a raccogliere le preoccupazioni prospettate dal paziente o dai familiari in ordine a eventuali complicazioni o a situazioni improvvise che mettano a repentaglio la salute del paziente stesso, e a chiamare, se necessario, il medico [3].

Violazione dell’obbligo di pulizia del paziente

L’obbligo di pulizia del paziente è sancito dall’art. 6, co. 1, D.P.R. 225/1974, secondo cui l’infermiere generico coadiuva l’infermiere professionale in tutte le sue attività e, su prescrizione del medico, provvede direttamente alle seguenti operazioni:

  • assistenza completa al malato, particolarmente in ordine alle operazioni di pulizia e di alimentazione, di riassetto del letto e del comodino del paziente e
  • della disinfezione dell’ambiente e di altri eventuali compiti compatibili con la qualifica a giudizio della direzione sanitaria;
  • raccolta degli escreti;
  • clisteri evacuanti, medicamentosi e nutritivi, rettoclisi;
  • bagni terapeutici e medicati, frizioni;
  • medicazioni semplici e bendaggi;
  • pulizia, preparazione ed eventuale disinfezione del materiale sanitario;
  • rilevamento e annotazione della temperatura, del polso e del respiro;
  • somministrazione dei medicinali prescritti;
  • iniezioni ipodermiche e intramuscolari;
  • sorveglianza di fleboclisi;
  • respirazione artificiale, massaggio cardiaco esterno, manovre emostatiche di emergenza.

Le operazioni di pulizia del paziente rientrano nelle tipiche mansioni degli infermieri generici, anche in assenza di una prescrizione specifica del medico circa la pulizia del paziente. Difatti, la disposizione ora citata non implica, né letteralmente né logicamente, che occorra la prescrizione del medico per ogni intervento da effettuarsi sui pazienti, ben potendo essa essere impartita in via generale e sulla base dei turni di servizio. Infatti, le operazioni di pulizia dei pazienti, di norma svolte in collaborazione tra l’infermiere professionale e l’infermiere generico, devono essere svolte, in assenza in reparto di un infermiere professionale, dal solo infermiere generico addetto al reparto, sulla base di quanto previsto dai turni di servizio. Solo con riferimento a interventi di tipo terapeutico occorre una specifica prescrizione del medico.

Né la circostanza che l’infermiere sia impegnato in altre attività (ad esempio, distribuzione del vitto) è ostativa all’immediata effettuazione delle operazioni di pulizia del paziente, che riveste carattere d’urgenza per evidenti ragioni igienico-sanitarie, soprattutto laddove si tratti di pazienti da poco operati.

La predetta incombenza riveste, pertanto, priorità rispetto alla distribuzione del vitto, che può essere sospesa per i pochi minuti necessari per la pulizia del paziente, ed essere subito dopo ripresa con ogni garanzia igienica [4].

note

[1] CoRteSe-FeDRIGottI, Etica Infermieristica. Sviluppo morale e professionalità, Milano, 1988, 11 ss.

[2] Cass. pen. IV, 2-3-2000, n. 9638.

[3] Cass. pen., IV, 9739/2005.

[4] Cass. pen. VI, n. 39486/2006

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

2 Commenti

  1. Buongiorno,

    Vorrei sapere se l’obbligo di pulizia del paziente, sancito dall’art. 6, co. 1, D.P.R. 225/1974, è sempre d’attualità.
    Nel mio caso specifico, ho mia madre ricoverata da ieri in un ospedale italiano (Cassino, in Campania) al seguito di una caduta, dovuta a problemi demenziali. Putroppo in questo ospedalesembra che non sia prevista alcuna assistenza per quanto riguarda la pulizia personale di mia madre. Cio mi sembra assurdo e contro tutte le regole dell’infermieristica. oltre tutto e non di minore importanza, devo sospenere delle spese molto importanti affinché la pulizia igienica di mia madre venga effettuata da una persona esterna. Purtroppo non posso assicurare questa assistenza personalmente, in quanto vivo in Belgio ed ho una famiglia da accudire. Una grande frustrazione personale insomma…Vi prego ditemi cosa posso fare. datemi un consiglio. GRAZIE!

  2. Mi riprometto di leggere tutto l’articolo, per benino, vi seguo e condivido spesso.
    La prima cosa che mi e’ saltata agli occhi e’ la definizione di “paramedico”!
    Normalmente non apprezziamo tal epiteto!
    Non e’ difficile usare la parola “infermiere”, la vostra mi sembra una caduta di stile.
    Da Nurse 24: “(…) Secondo alcuni dizionari, il termine paramedico indica una figura professionale “Che opera nell’ambito sanitario con mansioni che non richiedono il titolo professionale di medico”.
    A prima vista, è facile notare che si fa riferimento a “mansioni”, quindi già questo basterebbe a far capire a chiunque che è errato definire paramedico un infermiere, dato che quest’ultimo non è soggetto ad alcun tipo di mansionario essendo un professionista dotato di un’autonomia nel proprio operato.
    Se ciò non dovesse bastare, e quindi qualcuno si riferisse ai paramedici così come i telefilm ce li mostrano, risulterebbe ulteriormente errato l’accostamento tra le due figure, dato che i paramedici anglosassoni o americani, quelli che per intenderci sono impiegati sulle ambulanze, per conseguire la propria qualifica partecipano a corsi di durata biennale (come ad esempio accade in Canada) o della durata di un massimo di 1300 ore.(…)”

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI