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La figura dell’ostetrica

8 luglio 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 8 luglio 2017



Diritti e obblighi del personale paramedico: la figura dell’ostetrica (od ostetrico) assiste e consiglia la donna nel periodo della gravidanza, durante il parto e nel puerperio.

Il D.M. 740/1994 ha istituito la figura dell’ostetrica (od ostetrico), ossia l’operatore sanitario il quale, in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale, assiste e consiglia la donna nel periodo della gravidanza, durante il parto e nel puerperio, conduce e porta a termine parti eutocici (che si svolgono, cioè, senza complicazioni: dal greco eu, bene) con propria responsabilità e presta assistenza al neonato (art. 1).

Inoltre, partecipa:

  • a interventi di educazione sanitaria e sessuale nell’ambito della famiglia e nella comunità sociale;
  • alla preparazione al parto;
  • alla preparazione e all’assistenza per interventi ginecologici;
  • alla prevenzione e all’accertamento dei tumori della sfera genitale femminile;
  • ai programmi di assistenza materna e neonatale.

Come membro dell’équipe sanitaria, gestisce l’intervento assistenziale di propria competenza, contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale e alla ricerca.

L’ostetrica lavora in stretto coordinamento con il personale medico. Pertanto, deve essere in grado di individuare situazioni potenzialmente patologiche che richiedono intervento medico e di praticare, ove occorra, le relative misure di particolare emergenza. In particolare, qualora abbia sotto la propria assistenza e controllo una partoriente, l’ostetrica è tenuta a sollecitare tempestivamente l’intervento del medico appena emergano fattori di rischio per la madre e comunque di sofferenza fetale [1].

L’attività di ostetricia può essere svolta in strutture sanitarie pubbliche o private, in regime di dipendenza o libero-professionale.

Il diploma universitario di ostetrica abilita all’esercizio della professione, previa iscrizione al relativo albo professionale (art. 3 D.M. 740/1994).

La figura dell’ostetrica deve essere tenuta distinta da quella dell’infermiere, e deve escludersi, pertanto, che l’attività di infermiere professionale possa essere normalmente e continuativamente svolta dalle ostetriche al di fuori della connessione con i compiti ai quali esse sono professionalmente chiamate.

I limiti rigorosi imposti all’attività di ostetrica

I compiti dell’ostetrica rischiano di sovrapporsi, nella pratica, con quelli del medico ginecologo. In realtà, si tratta di figure radicalmente distinte, alle quali sono attribuiti compiti autonomi, sia pure coordinati tra loro.

In particolare, occorre precisare che l’ostetrica:

  • non può somministrare alla partoriente un farmaco destinato ad accelerare la frequenza e l’intensità delle contrazioni uterine, ma deve richiedere l’intervento di un medico [2];
  • non può eseguire un taglio cesareo e occuparsi delle ulteriori fasi del parto (v. par. successivo);
  • in presenza di una dilatazione completa non può effettuare manovre di competenza del ginecologo, a meno che sussista una condizione di urgenza indifferibile (ad esempio, perché non è riuscita a ottenere l’intervento del medico, inutilmente sollecitato) [3];
  • è responsabile della morte del feto qualora il monitoraggio cardiotocografico della paziente indichi una progressiva sofferenza fetale e l’ostetrica ometta o ritardi di avvertire i medici [4].

 

L’ostetrica non può eseguire un intervento di taglio cesareo

Il medico che deleghi a un’ostetrica l’esecuzione di un taglio cesareo può essere licenziato.

Alla luce del principio di necessaria proporzionalità tra il fatto addebitato e il recesso, la giurisprudenza ha individuato l’inadempimento idoneo a giustificare il licenziamento in ogni comportamento che, per la sua gravità, sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro e di far ritenere che la continuazione del rapporto si risolva in un pregiudizio per gli scopi aziendali [5], sicché ciò che appare decisivo, ai fini della valutazione della proporzionalità fra addebito e sanzione, è l’influenza che sul rapporto di lavoro è in grado di esercitare il comportamento del lavoratore che, per le sue concrete modalità e per il contesto di riferimento, sia suscettibile dì porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, tenuto conto, fra l’altro, del grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni dal medesimo svolte.

Ne deriva che la proporzionalità della sanzione non può essere valutata solo in conformità alla funzione dissuasiva che la stessa è destinata a esercitare sul comportamento degli altri dipendenti, dal momento che il principio di proporzionalità implica un giudizio di adeguatezza eminentemente soggettivo, e cioè calibrato sulla gravità della colpa e sull’intensità della violazione della buona fede contrattuale che esprimano i fatti contestati, alla luce di ogni circostanza utile (in termini soggettivi e oggettivi) ad apprezzarne l’effettivo disvalore ai fini della prosecuzione del rapporto contrattuale.

In tal contesto, e con specifico riferimento alla lesione dell’elemento fiduciario, la giurisprudenza ha ribadito che l’esistenza di una giusta causa di licenziamento implica la grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro, desumibile dalla natura dei fatti addebitati al lavoratore, con riferimento a ogni componente, soggettiva e oggettiva, dei medesimi, e dal grado di affidamento richiesto dai compiti svolti dal dipendente in relazione alla realizzazione degli scopi perseguiti dal datore di lavoro.

Con particolare riferimento all’attività medica, qualora un medico consenta a un’ostetrica di effettuare, con la sua assistenza, un intervento chirurgi co di taglio cesareo, tale comportamento si pone oltre i limiti normativi, in quanto non consentito dalle disposizioni di legge che regolano la materia, comportando di fatto la delega di funzioni del personale medico ad ausiliari non autorizzati dalla legge.

Infatti, il D.M. 740/1994, che regola la professione di ostetrica, delimita rigorosamente le competenze di tali operatori, prevedendo che «l’ostetrica, per quanto di sua competenza, partecipa: b) alla preparazione psicoprofilattica al parto; c) alla preparazione e all’assistenza ad interventi ginecologici…» (art. 1, co. 2) e che la stessa «è in grado di individuare situazioni potenzialmente patologiche che richiedono intervento medico e di praticare, ove occorra, le relative misure di particolare emergenza» (art. 1, co. 5). Ne deriva che non rientra tra le competenze dell’ostetrica l’esecuzione di interventi chirurgici e che, comunque, interventi medici possono essere praticati solo nei limiti delle «misure di particolare emergenza» richieste da situazioni eccezionali.

Sulla base di tali presupposti, nel comportamento del medico che deleghi a un’ostetrica il compito di effettuare un taglio cesareo è ravvisabile la violazione di elementi essenziali del rapporto di lavoro, e in particolare dell’elemento fiduciario, alla luce del grado di affidamento richiesto dalle mansioni e dal ruolo rivestito dal medico, che impongono la scrupolosa osservanza di norme primarie, poste a garanzia della qualità del servizio e a protezione della salute dei pazienti.

Non assume alcuna rilevanza il fatto che l’ostetrica si sia limitata a eseguire il taglio cesareo (con l’incisione della cute e dell’addome) e non anche le ulteriori fasi del parto, trattandosi comunque, anche in questo caso, di un vero e proprio intervento chirurgico da parte di un operatore sprovvisto delle prescritte abilitazioni.

Proprio l’eventualità del realizzarsi di un danno deve sconsigliare il medico dal consentire l’effettuazione dell’intervento da parte di un’ostetrica, e l’accettazione di un rischio, per quanto solo potenziale, in tal senso costituisce un sintomo particolarmente grave della violazione dei doveri connessi alla posizione funzionale del medico.

Né può affermarsi che il medico, in tal modo, offre a una giovane ostetrica l’opportunità di «fare pratica», svolgendo così un ruolo didattico, poiché le funzioni di formazione professionale non possono stravolgere, sulla base di iniziative personali, le regole di competenza che presidiano al corretto svolgimento degli interventi sanitari, al fine di garantire la salute degli utenti e l’affidabilità delle strutture erogatrici dei relativi servizi.

Pertanto, deve ritenersi l’esistenza di una giusta causa di licenziamento qualora un medico deleghi l’esecuzione di un taglio cesareo a un’ostetrica, violando in tal modo le disposizioni legali e regolamentari che regolano l’esecuzione della prestazione volte a garantire la qualità e l’affidabilità del servizio erogato dal datore di lavoro e a proteggere il diritto alla salute degli utenti del servizio stesso [6].

note

[1] Cass. pen., IV, 16-7-2009, n. 35027.

[2] Cass. pen., IV, 29-1-2008

[3] Cass. pen., IV, 31-1-2008.

[4] Cass. pen., IV, 29-1-2004

[5] Cass. 25-2-2009, n. 4586

[6] Cass. 13-4-2011, n. 8458.

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