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Lo sai che? Che deve fare l’Agenzia Entrate per non far prescrivere le cartelle?

Lo sai che? Pubblicato il 9 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 luglio 2017

Cartelle esattoriali e pignoramenti: con l’arrivo del nuovo agente della riscossione, ecco quali crediti cadono in prescrizione.

La prescrizione della cartella di pagamento è l’ultima speranza del contribuente, che non ha fatto ricorso nei termini, di liberarsi del debito con il fisco o con la pubblica amministrazione. Ma cosa deve fare l’Agenzia delle Entrate Riscossione (o Aer, questo l’acronimo del nuovo agente della riscossione) per non far prescrivere le cartelle? Una domanda che si stanno ponendo molti contribuenti dopo il passaggio di consegne da Equitalia al nuovo esattore. Forte è infatti l’incertezza circa i tempi e i modi in cui l’Aer procederà per la riscossione dopo aver ereditato i crediti (e i debiti) pendenti alla data del 1° luglio 2017.

In verità, con la nascita di Agenzia delle Entrate Riscossione nulla è cambiato in merito alle procedure per il recupero delle somme non corrisposte dai contribuenti. Il metodo resta sempre quello della previa notifica della cartella esattoriale (o cartella di pagamento) e del successivo pignoramento. Resta quindi fermo il fatto che tra questi due momenti non deve intercorrere così tanto tempo da far cadere in prescrizione il credito. Peraltro, come hanno chiarito le Sezioni Unite della Cassazione a novembre scorso [1], la prescrizione varia a seconda del credito di cui si chiede il pagamento e non muta se la cartella non viene impugnata. Ma procediamo con ordine e vediamo, più nel dettaglio, che deve fare l’Agenzia Entrate per non far prescrivere le cartelle?

La prescrizione viene interrotta da un atto che è esercizio del diritto di credito. Questo può essere:

  • la spedizione di un sollecito di pagamento riferito a una o più cartelle già notificate in precedenza che, comunque, devono essere indicate nel dettaglio (senza però essere necessariamente allegate);
  • la notifica di una intimazione di pagamento, che è l’atto necessario ad avviare il pignoramento qualora sia decorso più di un anno dalla notifica della cartella di pagamento. Ci spieghiamo meglio. Una volta spedita la cartella esattoriale, l’Agenzia Entrate Riscossione ha un anno per avviare l’azione esecutiva. Se fa decorrere tale termine non può più agire a meno che non notifichi appunto la suddetta intimazione di pagamento, che funge da “sollecito”. Quest’ultima ha validità di 180 giorni, dopo i quali anch’essa “scade”; sicché, per procedere al pignoramento, sarà necessario notificarne una ulteriore, e così via;
  • la notifica di un preavviso di fermo, che deve essere consegnato al contribuente almeno 30 giorni prima dell’iscrizione della misura cautelare. Senza il preavviso il fermo è illegittimo. Ma attenzione: affinché il fermo possa anche fungere da atto interruttivo della prescrizione esso non deve limitarsi a indicare l’entità del credito, ma anche le “causali”, ossia le cartelle e i tributi non corrisposti;
  • la notifica di un preavviso di ipoteca: valgono le stesse regole del preavviso di fermo;
  • l’avvio di un pignoramento, sia esso mobiliare, immobiliare o presso terzi (pignoramento del conto corrente, della pensione, dello stipendio, dell’affitto, ecc.).

Dopo la notifica dell’atto interruttivo, la prescrizione inizia a decorrere nuovamente da capo, a partire dal giorno successivo alla spedizione dell’atto stesso.

Il pagamento della cartella di pagamento non impedisce di fare successivamente ricorso, ma blocca definitivamente la prescrizione. Per cui non si potrà dopo chiedere la restituzione di quanto pagato per intervenuta prescrizione.

note

[1] Cass. S.U. n. 23397/2016 del 17.11.2016.


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