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Condanna senza testimoni: possibile?

14 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 luglio 2017



Nel processo penale la condanna può essere può essere comminata anche senza che vi siano testimoni del reato solo sulla base delle dichiarazioni della vittima.

Chi commette un reato cerca sempre di non lasciare testimoni: il ladro che si introduce in casa, se può, lo fa di notte quando, con l’aiuto del buio, spera che nessuno lo veda;  il rapinatore avvicina la vittima in un momento in cui in strada non vi sono altre persone che potrebbero riconoscerlo, e così via. Gli esempi potrebbero continuare ma è sufficientemente chiaro che, di sovente, capita che unico testimone del reato sia proprio la vittima.

Ma è sufficiente solo la «parola» della vittima per far condannare il colpevole?

Questa è una domanda che capita spesso di sentire: le vittime sono sempre preoccupate che la mancanza di testimoni possa rendere impossibile provare la responsabilità del malfattore; «è la mia parola contro la sua» ci si sente ripetere. In realtà, sotto il profilo giuridico, le cose stanno però in modo diverso. Vediamo come.

L’imputato deve dire la verità?

Quante volte nei film o nelle fiction americane abbiamo visto l’imputato sedersi sul banco dei testimoni, poggiare la mano sulla bibbia e recitare il giuramento?. Nel sistema americano l’imputato quando decide di testimoniare presta giuramento e ha l’obbligo di dire la verità; se si scopre che sta mentendo, sarà condannato per il reato di falsa testimonianza punito con pene molto severe.

Nel nostro sistema processuale penale, invece, l’imputato quando si sottopone a esame (così si chiama la testimonianza dell’imputato) non deve prestare giuramento essendo suo diritto di mentire se lo ritiene utile per la sua difesa.  È perciò evidente che le dichiarazioni dell’imputato devono sempre essere vagliate e sottoposte a un intenso controllo e verifica da parte del giudice.

La vittima può mentire?

L’altra faccia della medaglia è costituita dalla figura della vittima del reato, portatrice, com’è ovvio, di un interesse contrapposto a quello dell’imputato. Per opposte ragioni, anche la persona offesa dal reato può essere indotta a mentire.

La questione della attendibilità e della credibilità della vittima del reato (con terminologia giuridica detta persona offesa) è di non poca rilevanza e delicatezza, specie con riferimento a alcuni tipi di reato (si pensi, ad esempio, a quello di maltrattamenti in famiglia [1] o alle liti condominiali che degenerano con la commissione di atti di violenza) nei quali tra l’imputato e la persona offesa sussistono rapporti di acredine e incomprensioni personali di lunga durata.

In ipotesi di questo tipo, è più che probabile che la persona offesa possa cercare di approfittare del processo penale per vendicarsi di torti che ritiene di aver subito, anche prima e indipendentemente dal reato di cui è stata vittima. Animata da questo sentimento potrebbe essere tentata di mentire «ingigantendo» i fatti e/o arricchendoli di particolari più o meno scabrosi in realtà inesistenti.

Il giusto equilibrio

Tenendo conto delle contrapposte esigenze e dei diversi scopi dell’imputato e della persona offesa, la giurisprudenza ha elaborato dei criteri di valutazione il cui scopo è quello di mitigare gli effetti negativi e di distorsione dei fatti derivanti da testimonianze e di ricostruzioni che, provenendo da soggetti (imputato da una parte, persona offesa dell’altra) non disinteressati all’esito del processo, potrebbero essere diverse rispetto alla effettiva realtà degli eventi. Facciamo un esempio che possa meglio chiarire il concetto.

Immaginiamo che Tizia, moglie di Caio, è da questi offesa e percossa con degli schiaffi che le procurano delle lesioni al volto. Tizia, ferita nell’orgoglio oltre che fisicamente, volendo vendicarsi e «farla pagare cara» a suo marito, nella sua testimonianza, mente dicendo che Caio la colpiva anche con un bastone, facendo apparire, in questo modo, i comportamenti di Caio più gravi di quanto in realtà siano.

Come valutare allora le dichiarazioni della vittima del reato?

In conclusione possiamo scrivere che, secondo la unanime giurisprudenza, la testimonianza della persona offesa ben può essere l’unica fonte di prova della responsabilità dell’imputato – in pratica si può essere condannati anche solo sulla base della testimonianza della vittima –  ma, poichè proveniente da persona interessata e emotivamente coinvolta nel reato,  le sue dichiarazioni devono essere credibili sotto il profilo soggettivo e intrinsecamente coerenti e logiche e valutate molto attentamente.

In buona sostanza, quando la prova della responsabilità dell’imputato dipende dalla testimonianza della persona offesa, è onere del giudice verificare quelle dichiarazioni in modo più penetrante, rigoroso e critico, rispetto alle testimonianze provenienti da terze persone non coinvolte direttamente nel reato [2].  

note

[1] Art. 572 cod.pen.

[2] Cass. Sent. n. 47238 del 10 novembre 2016.

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