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Che fare se l’avvocato presenta un conto salato?

10 luglio 2017


Che fare se l’avvocato presenta un conto salato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 luglio 2017



La parcella dell’avvocato non può essere spropositata; il compenso va pattuito in modo chiaro nel contratto. Diversamente si applicano le tabelle previste dal decreto ministeriale.

È vero che i prezzi che può praticare l’avvocato sono stati liberalizzati e ora non esistono più dei limiti minimi e massimi, ma è anche vero che la parcella non può essere sproporzionata rispetto all’attività prestata e che, se il compenso è indicato nel contratto scritto, questo deve essere chiaro e preciso. Questo perché nei rapporti tra avvocato e cliente si applica il codice del consumo (il primo è infatti un professionista e il secondo un consumatore) con il conseguente divieto di clausole vessatorie. Lo ha chiarito il Giudice di Pace di Milano con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo che fare se l’avvocato presenta un conto salato.

Il cliente e l’avvocato sono liberi di concordare previamente la parcella dovuta a quest’ultimo. Lo possono fare oralmente; tuttavia, se il cliente chiede il preventivo scritto il legale è tenuto a consegnarglielo, indicando con precisione il corrispettivo per la prestazione professionale. Il prezzo finale può altresì variare sensibilmente rispetto a quanto anticipato nel preventivo in caso di eventi “accidentali” del processo, come nel caso in cui dovessero sorgere particolari difficoltà a seguito delle difese della controparte (si pensi alla domanda riconvenzionale che ampi gli estremi della lite).

Se le parti non concordano un preventivo, si applicano i criteri fissati dal decreto ministeriale del 2014 [2]. Sul punto leggi i due approfondimenti

In passato la Cassazione ha ritenuto colpevole di illecito disciplinare l’avvocato che presenta una parcella spropositata. Il legale non può speculare sulle necessità e sugli interessi del proprio cliente; l’onorario deve essere sempre ragionevole e proporzionato al tipo e alla mole di attività prestata (leggi: Avvocato: sanzione disciplinare se il compenso è sproporzionato). Diversamente il cliente, oltre a impugnare la nota spese e a chiederne l’annullamento al giudice, può anche denunciare il legale al competente consiglio dell’ordine.

Nella sentenza in commento, il giudice di Pace riconosce l’applicazione del codice del consumo a tutte le controversie tra avvocato e cliente. La prima conseguenza di tale ragionamento è che il preventivo del professionista non può contenere clausole vessatorie ossia condizioni particolarmente svantaggiose per il consumatore che comportino per lui «un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto». Anche le eventuali controversie non possono essere instaurate davanti a un giudice diverso rispetto a quello ove è residente il consumatore medesimo (tale è stato il chiarimento fornito dalla Cassazione [3]). L’avvocato, ad esempio, non può agire contro l’assistito presso il tribunale ove ha il proprio studio.

La seconda conseguenza è che i criteri per determinare il compenso dovuto al legale non possono essere «incerti e ambigui». L’avvocato deve dare al cliente «tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico» così come legge impone [4]. In mancanza, la liquidazione si deve effettuare secondo i criteri generali stabiliti dal Dm 55/2014(«Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense»).

Anche più di recente le Sezioni Unite della Cassazione [5] hanno confermato che il cliente al quale sia presentata una parcella spropositata, per attività non svolta, può presentare un esposto al locale consiglio dell’Ordine contro l’avocato colpevole di volerlo far pagare di più del dovuto. La professione forense deve essere esercitata con indipendenza, lealtà, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo sociale e della difesa e rispettando i principi della corretta e leale concorrenza». Alla luce del principio contenuto nel codice deontologico forense le Sezioni unite della Cassazione hanno rigettato l’appello presentato da un legale contro la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale della durata di tre mesi.

note

[1] GdP Milano, sent. del 13.02.2017.

[2] Dm 55/2014 («Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense»).

[3] Cass. ordinanza n. 2270 del 16.02.2012.

[4] Art. 13 della legge 247/2012.

[5] Cass. S.U. sent. n. 17115/17 dell’11.07.2017.

Per scaricare la sentenza del GdP Milano, sent. del 13.02.2017 clicca qui


Corte di Cassazione, sez. Unite Civile, ordinanza 6 giugno – 11 luglio 2017, n. 17115
Presidente Rordorf – Relatore Chindemi

Fatto

L’avv. P.L. impugna, deducendo quattro motivi e formulando istanza di sospensione dell’esecutività del provvedimento, la sentenza disciplinare del consiglio nazionale forense (CNF) che ha rigettato il ricorso proposto avverso la sentenza del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Bergamo (COA) che gli infliggeva la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per la durata di mesi tre.
All’avvocato P. veniva contestata, a seguito di esposto del sig. R.V. la violazione degli artt. 6, 8 e 36 canone 1, C.N.F. poiché, senza aver ricevuto alcun specifico mandato, si sarebbe occupato di questioni esorbitanti rispetto all’incarico professionale effettivamente ricevuto (avente per oggetto soltanto la valutazione delle eventuali iniziative da adottare al fine di addivenire alla divisione di alcuni beni immobili attraverso l’impugnazione di due delibere societarie), predisponendo una nota spese concernente onorari asseritamente dovuti in relazione a tale attività.
Veniva anche contestata la violazione degli artt. 6, 8 e 43 canone 2, C.N.F. poiché, in relazione alla citata attività professionale, avrebbe richiesto al cliente il pagamento di somme non soltanto non dovute, ma anche eccessive rispetto dei canoni legali, in quanto calcolate sul valore dell’intero patrimonio immobiliare, oggetto di possibile divisione e non – come invece avrebbe dovuto fare – sulla quota di pertinenza del sig. R. .

Ragioni della decisione

1. Il ricorrente formula quattro motivi di doglianza: 1. violazione del codice deontologico forense, codice abrogato nonché del nuovo codice deontologico forense e la illogicità e contraddittorietà della decisione del CNF nella parte in cui dichiara di condividere interamente le conclusioni del COA di Bergamo e per aver considerato “non dovuto” anche il compenso per l’attività svolta su incarico effettivamente ricevuto e non come erroneamente annoverato “abusivo”; 2.violazione di legge per illogicità e sviamento di potere con riferimento ai principi richiamati nella sentenza impugnata in tema di applicazione delle tariffe forensi, censurando il criterio di calcolo applicato dal COA per valutare e sanzionare la condotta dell’incolpato; 3 violazione di legge in relazione al principio di tipicità degli illeciti e sanzioni disciplinari ed ai criteri applicativi della nuova disciplina prevista dal nuovo codice deontologico forense; 4. violazione di legge in ordine alla proporzionalità della sanzione irrogata a suo carico dagli organi disciplinari.
2. Nessuno di tali motivi è dotato del presupposto della manifesta fondatezza dei fini della concessione della sospensione dell’esecutività del provvedimento.
I motivi che precedono sono inammissibili nella parte in cui censurano sostanzialmente la sentenza, sia pure sotto il profilo formale della violazione di legge, per un vizio motivazionale cancellato dall’art. 54, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. con modif. in l. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile anche alle decisioni d’appello del CNF che come quella all’esame sono state pubblicate dopo l’11 settembre 2012 (Cass. sez. un. nn. 8053 s. del 2014) e, comunque, mancano del necessario fumus, ai fini della concessione della sospensione richiesta.
In relazione al primo motivo non sussiste contraddittorietà della motivazione della sentenza quando si parla di “competenze non dovute”, non avendo il CNF confuso i piani delle diverse contestazioni, nei due capi di incolpazione, dei fatti aventi ad oggetto l’aver svolto attività professionale oltre i limiti del mandato ed avere richiesto competenze, per l’attività intra-mandato, non corrispondenti ai criteri delle tariffe forensi (cfr pag. 15 sentenza).
In relazione al secondo motivo va osservato che, nell’ottica della sentenza, ha valore rafforzativo il richiamo alle tariffe e ai criteri di cui al d.m. n. 127/2004 e alla relativa giurisprudenza, avendo il CNF affermato l’eccessività delle competenze richieste mediante l’uso scorretto dello scaglione corrispondente all’intero valore della controversia, dovendo applicarsi altri criteri ai fini della determinazione del valore della causa (cfr pag. 21 sentenza).
In relazione al terzo e quarto motivo la giurisprudenza di questa corte ha già affermato che i Consigli locali dell’ordine degli avvocati esercitano funzioni amministrative e non giurisdizionali, svolgendo i relativi compiti nei confronti dei professionisti appartenenti all’ordine forense a livello locale e, quindi, all’interno del gruppo costituito dai professionisti stessi e per la tutela degli interessi della classe professionale rappresentata a quel livello. Pertanto, la funzione disciplinare esercitata da tali organi, così in sede di promozione come in sede di decisione del procedimento, risulta manifestazione d’un potere amministrativo, attribuito dalla legge per l’attuazione del rapporto che si instaura con l’appartenenza a quel medesimo ordine dal quale sono legittimamente stabiliti i criteri di conformità o meno dei comportamenti tenuti dai propri appartenenti rispetto ai fini che l’associazionismo professionale intende perseguire per la più diretta ed immediata protezione di tali fini e soltanto di essi (Cass. ez. U, Sentenza n. 9097 del 03/05/2005).
Anche nel nuovo codice deontologico, fondato sulla tendenziale tipizzazione degli illeciti deontologici degli avvocati, tali principi trovano applicazione, in quanto attraverso il sintagma ” per quanto possibile”, previsto dall’articolo tre, comma tre, l. 247/2012 è possibile contestare l’illecito anche sulla base della norma di chiusura che prevede che “la professione forense deve essere esercitata con indipendenza, lealtà, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo sociale e della difesa e rispettando i principi della corretta e leale concorrenza”.
Il nuovo codice deontologico ha previsto, degli articoli 9 e 12 i doveri fondamentali sanciti dalla l. n. 247/2012 legittimando la trasposizione delle vecchie regole nel nuovo codice deontologico.
Anche con riferimento all’apparato sanzionatorio, ispirato alla tendenziale tipizzazione delle sanzioni, è prevista nel nuovo codice deontologico, entrato in vigore il 16 dicembre 2014, una disciplina analiticamente strutturata negli art. 20 e 21 che consente di rapportare la sanzione alle condizioni soggettive dell’incolpato e alle circostanze in cui si sono realizzati i fatti contestati.
Il CNF, con riferimento al quarto motivo, ha graduato la pena, in applicazione del criterio previsto dal citato articolo 21 cit., con valutazione non soggetta a sindacato di legittimità non rivestendo certamente la valutazione del CNF i caratteri di abnormità.
Le deliberazioni con le quali il Consiglio nazionale forense procede alla determinazione dei principi di deontologia professionale e delle ipotesi di violazione degli stessi costituiscono regolamenti adottati da un’autorità non statuale in forza di autonomo potere in materia che ripete la sua disciplina da leggi speciali, in conformità dell’art. 3, secondo comma, delle disposizioni sulla legge in generale, onde, trattandosi di legittima fonte secondaria di produzione giuridica, va esclusa qualsiasi lesione del principio di legalità, considerando altresì non tanto le tipologie delle pene disciplinari quanto l’entità delle stesse tra un minimo ed un massimo che ove graduabili, siano prestabilite dalla normativa statuale (R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578) (Cass. Sez. U, Sentenza n. 9097 del 03/05/2005).
Va conseguentemente rigettata la richiesta di sospensione del provvedimento impugnato.
Nessuna pronuncia va emessa sulle spese in mancanza di attività difensiva degli intimati.

P.Q.M.

Rigetta l’istanza di sospensione della sentenza impugnata.

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