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Condanna per lite temeraria

11 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 agosto 2017



Basta cause facili o cause perse in partenza: si rischia di dover risarcire il danno. L’avvocato deve sempre informare il cliente se conviene iniziare un processo o meno.

Se si fa causa a una persona sapendo già di avere torto o che è persa in partenza o senza sapere minimamente cosa comporta un processo o, ancora, solo per intimidire l’avversario si rischia una condanna per lite temeraria [1]. Di cosa si tratta esattamente?

Lite temeraria: no al processo facile!

Lite temeraria: qualche esempio concreto

Prima di capire che cosa davvero comporta una condanna per lite temeraria facciamo qualche esempio di condotta che può essere qualificata in questo modo:

  • è lite temeraria la condotta della persona che promuovere o si difende in un giudizio sapendo, già in partenza, che si tratta di una causa persa [1]. Si legga Causa persa, che rischio?;
  • lite temeraria anche per chi, in un processo, solleva eccezioni generiche, non accompagnate da mezzi di prova oppure non deposita memorie difensive [2];
  • stesso discorso per i contenziosi “facili” che si basano su pretese senza fondamento o con l’unico obiettivo di intimidire l’altra parte in giudizio, convinti che tanto al massimo ci si potrà rimettere soltanto in ordine alle spese di lite [3].

Come si può vedere si tratta di casi in cui non c’è, alla base del processo, una esigenza di giustizia effettiva, quasi come se si facesse una causa “tanto per farla”: per dirla con un caso concreto, immaginiamo una persona che ha prestato dei soldi a un amico ma non si ricorda se glieli ha restituiti. Anziché verificare gli fa direttamente causa. Se dal processo, semplicemente facendo delle verifiche in banca, risulta che la somma era stata restituita, scatta una bella condanna per lite temeraria.

Per evitare una condanna per lite temeraria è centrale il ruolo dell’avvocato

Lite temeraria: si può evitarla?

Per evitare di essere accusati di lite temeraria, è fondamentale il ruolo dell’avvocato: il difensore, infatti, deve informare chiaramente il cliente, nel momento in cui assume l’incarico, circa tutte le attività che si dovranno compiere, le iniziative da prendere e le ipotesi di soluzione. Massima trasparenza, quindi: il difensore deve spiegare in modo chiaro e completo se il cliente ha ragione o meno e quali possono essere i possibili esiti nel caso in cui voglia fare causa. E questo vale anche nel corso del processo: l’avvocato dovrà sempre tenerlo informato sugli sviluppi del giudizio e sulle strategie che intende attuare.

Proprio per evitare futuri problemi e contestazioni da parte dell’assistito – che resta sempre e comunque libero di fare causa se lo vuole (anche se è inutile, l’avvocato non può impedirglielo) -, una buona regola di comportamento è quella di fargli sottoscrivere una liberatoria e, cioè, un documento in cui il cliente afferma di essere stato informato dell’infondatezza della causa e delle conseguenze a cui potrebbe andare incontro, liberando il difensore che lo assiste da ogni responsabilità.

Lite temeraria: cosa si rischia?

La legge punisce severamente chi, in malafede o con colpa grave, avvia o resiste in una causa “persa”. Il giudice può condannarlo:

  • al pagamento delle spese processuali nei confronti dell’avversario: in pratica, quelle che controparte ha sostenuto per il contributo unificato, le notifiche, il consulente tecnico d’ufficio, i bolli e i diritti di cancelleria, ma soprattutto per la parcella dell’avvocato;
  • al pagamento di una sanzione a titolo di lite temeraria per responsabilità processuale aggravata e cioè per il danno arrecato alla controparte;
  • a un’ulteriore sanzione per condotta processuale scorretta.

Avvocato e cliente sono responsabili in solido per il risarcimento del danno (che dovrà essere provato da chi ritiene di essere stato pregiudicato dalla “causa inutile”): significa che sono chiamati a rispondere ciascuno per l’intera quota e che controparte potrà pretendere il pagamento dall’uno o dall’altro per il totale. Ecco perché è nell’interesse del legale informare il cliente su tutto quello che una causa comporta: al contrario il rischio è quello di sborsare una bella sommetta.

note

[1] Art. 96 cod. proc. civ., che prevede che: «Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche di ufficio, nella sentenza.

Il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare o trascritta domanda giudiziaria, o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza. La liquidazione dei danni è fatta a norma del comma precedente.

In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata».

[2] Trib. Genova sent. del 28.10.2016.

[3] Trib. Milano sent. n. 3900 del 23.07.2014.

[4] Trib. Roma sent. n. 16288 del 2015.

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