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Rapporto sessuale: cosa si rischia sulle scale o nell’ascensore?

11 luglio 2017


Rapporto sessuale: cosa si rischia sulle scale o nell’ascensore?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 luglio 2017



Atti osceni in luogo pubblico per chi si abbandona a un rapporto sessuale, anche se parzialmente vestito, in una delle parti comuni dell’edificio come la rampa di scale, un pianerottolo o l’androne. Non invece nell’ascensore.

Al cuor non si comanda. Neanche nelle scale. Così, dati statistici alla mano, sono numerose le coppie che si riparano nell’androne o nelle scale di un palazzo per avere un segreto incontro amoroso con conseguente scambio di effusioni. Sì sa però… dal bacio al bacino il passo è breve. Così i due si trovano a volte, senza neanche accorgersene, senza vestiti. Ma cosa è meglio? Consumare un rapporto sessuale sulle scale o in ascensore? Di certo non si tratta delle più comode posizioni che l’esperienza di coppia conosca; ma almeno, da un punto di vista legale, possiamo tracciare una netta differenza. Già! Perché se è vero che esistono palazzi pressoché disabitati e che, spesso, nelle ore notturne è più difficile imbattersi in passanti all’interno dell’edificio; se è certo che, più si sale in alto al palazzo meno probabile è trovare qualcuno nelle scale (la gente che abita all’ultimo piano preferisce l’ascensore); è anche vero che l’ascensore si chiude e non consente di vedere cosa avviene al suo interno.

Farlo in ascensore richiede meno tempo ma è più sicuro sotto l’aspetto legale

Dunque, chi intende consumare un amplesso “di fortuna” deve anche sapere che è sconsigliabile, oltre che scomodo, avere un rapporto sessuale sulle scale o sul pianerottolo: in questo caso, secondo la Cassazione [1], scatta l’illecito degli atti osceni in luogo pubblico essendo le scale condominiali luogo «aperto al pubblico». Tale comportamento, come noto, è stato depenalizzato l’anno scorso e, attualmente, non è più previsto alcun reato (con conseguente procedimento penale e fedina macchiata). Ma le conseguenze non sono meno leggere sul piano economico e dall’amore è facile passare al “dramma”: può infatti scattare una multa da 5mila a 30mila euro. Basta la segnalazione di un passante – e la sua testimonianza – per attivare la macchina amministrativa; sarà poi la Prefettura a inviare la sanzione (non un’unica a coppia, ma due: una per ciascuno degli amanti). Entro 30 giorni si può presentare ricorso al giudice (leggi Atti osceni: come difendersi).

Vanno invece meglio le cose per chi consuma un rapporto sessuale nell’ascensore: proprio il fatto che i battenti si chiudono e non consentono ai passanti di vedere cosa avviene all’interno della cabina salva la coppietta focosa dalla multa.

Ecco cosa dice la Cassazione: «La scalinata condominiale – essendo adibita al passaggio sia dei condomini che dei terzi diretti verso i singoli appartamenti – costituisce luogo aperto al pubblico. La condotta, concretizzatasi nello spogliare (anche se solo parzialmente) una donna al fine di compiere atti sessuali sulla stessa, costituisce di per sé ed oggettivamente condotta contraria al comune sentimento del pudore, come percepito attualmente dalla comunità sociale».

Un’ultima avvertenza: da un punto di vista giuridico non c’è alcuna differenza tra androne, scale, sottoscala e garage, trattandosi pur sempre di «parti comuni» dello stabile ove, quindi chiunque può sopraggiungere sul più bello; si tratta, infatti, di luoghi in cui – essendo adibiti al passaggio sia dei condomini che dei terzi diretti verso i singoli appartamenti – costituisce luogo aperto al pubblico. E se poi ci si abbandona alle “carezze” proprio nello spazio del giardino dove sono collocati scivoli e altalene per i bambini, scatta di nuovo il reato, trattandosi di luoghi abitualmente frequentati da minori per i quali rimane l’illecito penale degli atti osceni.

Insomma, due attimi di passione possono rimanere un marchio a fuoco per la vita. Ne vale davvero la pena?

note

[1] Cass. sent. n. 46636/11 del 15.12.2011.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione penale, sez. III, 09/11/2011, (ud. 09/11/2011, dep.15/12/2011), n. 46636 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Napoli, con sentenza emessa il 07/12/010, confermava la sentenza del Gup del Tribunale di S. Maria C. V., in data 14/05/09, appellata da P.L., imputato dei reati di cui agli artt. 56 – 609 bis c.p.; art. 527 c.p.; artt. 582, 585 c.p. come contestati in atti ai capi a), b), c) della rubrica e condannato alla pena di anni due di reclusione; pena sospesa.

L’interessato proponeva ricorso per Cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e).

In particolare il ricorrente esponeva:

che la decisione impugnata non era congruamente motivata quanto alla sussistenza della responsabilità penale dell’imputato, specie in relazione ai reati di cui agli artt. 56 e 609 bis c.p.; art. 527 c.p.. L’avvenuto risarcimento del danno aveva determinato di fatto la rimessione di querela, quanto al reato di lesioni volontarie;

che la pena inflitta era eccessiva, dovendosi concedere sia le attenuanti generiche che quella del fatto di minore gravità;

dovendosi, altresì, applicare la già concessa attenuante del risarcimento danni nella massima estensione.

Tanto dedotto, il ricorrente chiedeva l’annullamento della sentenza impugnata.

Il P.G. della Cassazione, nella pubblica udienza del 09/11/011, ha chiesto l’inammissibilità del ricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE Il ricorso è infondato.

La sentenza della Corte Territoriale, unitamente alla decisione di 1^ grado – i due provvedimenti si integrano a vicenda – ha congruamente motivato tutti i punti determinanti della decisione.

In particolare i giudici del merito, mediante un esame analitico e puntuale delle risultanze processuali, hanno accertato che P. L. – nelle condizioni di tempo e di luogo come individuate in atti – aveva posto in essere le seguenti condotte illecite: a) dopo aver raggiunto Pa.El. (nata il (OMISSIS), minore degli anni 18 all’epoca dei fatti, commessi il (OMISSIS)) sulle scale di uno stabile condominiale provocava la caduta della giovane a terra, le sfilava la gonna, le abbassava la maglietta, le tappava la bocca e contestualmente tentava di compiere atti libidinosi sul corpo della donna, non riuscendo nell’intento, a causa della energica reazione della persona offesa, che determinava la fuga dell’uomo; b) provocava alla giovane donna, al fine di commettere la condotta descritta sopra, lesioni personali, giudicate guaribili in gg. 3.

Ricorrevano, pertanto, senza ombra di dubbio nella fattispecie in esame, gli elementi costitutivi, soggettivo ed oggettivo, di tutti i reati contestati, ivi compreso quelli di atti osceni. Al riguardo si evidenzia che la scalinata condominiale – essendo adibita al passaggio sia dei condomini che dei terzi diretti verso i singoli appartamenti – costituisce luogo aperto al pubblico. La condotta, concretizzatasi nello spogliare (anche se solo parzialmente) la giovane donna al fine di compiere atti sessuali sulla stessa, costituisce di per sè ed oggettivamente condotta contraria al comune sentimento del pudore, come percepito attualmente dalla comunità sociale, con conseguente sussistenza dell’elemento obiettivo del reato di cui all’art. 527 c.p..

Per contro, le censure dedotte nel ricorso sono del tutto generiche, perchè meramente ripetitive di quanto esposto in sede di Appello, già ampiamente ed esaustivamente valutate dalla Corte Territoriale.

Sono infondate perchè in contrasto con quanto accertato e congruamente motivato dai giudici di merito.

Dette doglianze, peraltro, costituiscono nella sostanza eccezione in punto di fatto, perchè non inerenti ad errori di diritto o vizi logici della decisione impugnata, ma alle valutazioni operate dai giudici di merito. Si chiede, in realtà, al giudice di legittimità una rilettura degli atti probatori, per pervenire ad una diversa interpretazione degli stessi, più favorevole alla tesi difensiva del ricorrente. Trattasi di censura non consentita in sede di legittimità perchè in violazione della disciplina di cui all’art. 606 c.p.p.. Giurisprudenza consolidata: Cass. Sez. Unite Sent. n. 6402 del 02/07/97, rv 207944; Cass. Sez. Unite Sent. n. 930 del 29/01/96, rv 203428; Cass. Sez. 1^ Sent. n. 5285 del 06/05/98, rv 210543; Cass. Sez. 5^ Sent. n. 1004 del 31/01/2000, rv 215745; Cass. Sez. 5^ Ord. N. 13648 del 14/04/2006, rv 233381. Ad abundantiam, si evidenzia altresì:

che l’accettazione del risarcimento del danno da parte della persona offesa, non comporta di per sè solo la rimessione tacita della querela relativa al reato di cui all’art. 582 c.p.;

che la rilevante invasività della sfera sessuale della persona offesa realizzata dall’imputato con la sua condotta illecita; nonchè il grave turbamento psichico subito dalla medesima (persona offesa), sono circostanze ostative alla concessione dell’attenuante del fatto di minore gravità, di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3.

che la gravità della condotta commessa dal P.; peraltro similare ad un precedente comportamento posto in essere in danno di altra donna (come accertato in atti), costituisce circostanza ostativa alla concessione delle attenuanti generiche;

che la pena inflitta è proporzionata all’entità dei fatti ed alla personalità del ricorrente; il tutto in conformità ai parametri di cui all’art. 133 c.p.. Va respinto, pertanto, il ricorso proposto da P.L. con condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato.

La sentenza della Corte Territoriale, unitamente alla decisione di 1^ grado – i due provvedimenti si integrano a vicenda – ha congruamente motivato tutti i punti determinanti della decisione.

In particolare i giudici del merito, mediante un esame analitico e puntuale delle risultanze processuali, hanno accertato che P. L. – nelle condizioni di tempo e di luogo come individuate in atti – aveva posto in essere le seguenti condotte illecite: a) dopo aver raggiunto Pa.El. (nata il (OMISSIS), minore degli anni 18 all’epoca dei fatti, commessi il (OMISSIS)) sulle scale di uno stabile condominiale provocava la caduta della giovane a terra, le sfilava la gonna, le abbassava la maglietta, le tappava la bocca e contestualmente tentava di compiere atti libidinosi sul corpo della donna, non riuscendo nell’intento, a causa della energica reazione della persona offesa, che determinava la fuga dell’uomo; b) provocava alla giovane donna, al fine di commettere la condotta descritta sopra, lesioni personali, giudicate guaribili in gg. 3.

Ricorrevano, pertanto, senza ombra di dubbio nella fattispecie in esame, gli elementi costitutivi, soggettivo ed oggettivo, di tutti i reati contestati, ivi compreso quelli di atti osceni. Al riguardo si evidenzia che la scalinata condominiale – essendo adibita al passaggio sia dei condomini che dei terzi diretti verso i singoli appartamenti – costituisce luogo aperto al pubblico. La condotta, concretizzatasi nello spogliare (anche se solo parzialmente) la giovane donna al fine di compiere atti sessuali sulla stessa, costituisce di per sè ed oggettivamente condotta contraria al comune sentimento del pudore, come percepito attualmente dalla comunità sociale, con conseguente sussistenza dell’elemento obiettivo del reato di cui all’art. 527 c.p..

Per contro, le censure dedotte nel ricorso sono del tutto generiche, perchè meramente ripetitive di quanto esposto in sede di Appello, già ampiamente ed esaustivamente valutate dalla Corte Territoriale.

Sono infondate perchè in contrasto con quanto accertato e congruamente motivato dai giudici di merito.

Dette doglianze, peraltro, costituiscono nella sostanza eccezione in punto di fatto, perchè non inerenti ad errori di diritto o vizi logici della decisione impugnata, ma alle valutazioni operate dai giudici di merito. Si chiede, in realtà, al giudice di legittimità una rilettura degli atti probatori, per pervenire ad una diversa interpretazione degli stessi, più favorevole alla tesi difensiva del ricorrente. Trattasi di censura non consentita in sede di legittimità perchè in violazione della disciplina di cui all’art. 606 c.p.p.. Giurisprudenza consolidata: Cass. Sez. Unite Sent. n. 6402 del 02/07/97, rv 207944; Cass. Sez. Unite Sent. n. 930 del 29/01/96, rv 203428; Cass. Sez. 1^ Sent. n. 5285 del 06/05/98, rv 210543; Cass. Sez. 5^ Sent. n. 1004 del 31/01/2000, rv 215745; Cass. Sez. 5^ Ord. N. 13648 del 14/04/2006, rv 233381. Ad abundantiam, si evidenzia altresì:

che l’accettazione del risarcimento del danno da parte della persona offesa, non comporta di per sè solo la rimessione tacita della querela relativa al reato di cui all’art. 582 c.p.;

che la rilevante invasività della sfera sessuale della persona offesa realizzata dall’imputato con la sua condotta illecita; nonchè il grave turbamento psichico subito dalla medesima (persona offesa), sono circostanze ostative alla concessione dell’attenuante del fatto di minore gravità, di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3.

che la gravità della condotta commessa dal P.; peraltro similare ad un precedente comportamento posto in essere in danno di altra donna (come accertato in atti), costituisce circostanza ostativa alla concessione delle attenuanti generiche;

che la pena inflitta è proporzionata all’entità dei fatti ed alla personalità del ricorrente; il tutto in conformità ai parametri di cui all’art. 133 c.p.. Va respinto, pertanto, il ricorso proposto da P.L. con condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali.

PQM

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 9 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 dicembre 2011

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