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Che differenza c’è tra una badante e una convivente?

12 luglio 2017


Che differenza c’è tra una badante e una convivente?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 luglio 2017



Solo la dimostrazione di un vincolo affettivo e di una comunanza di intenti, tipica della convivenza, può salvare gli eredi dal pagare gli stipendi alla badante.

E se la donna che, per tanti anni, si è presa cura di tuo padre, assistendolo e curandolo negli ultimi anni della sua vita, convivendo con lui e, anzi, instaurando un vero e proprio rapporto amoroso, dovesse farti causa perché vuole pagata gli stipendi da lavoratrice dipendente? Magari non le è andata bene col testamento, nel quale sperava di essere menzionata; non essendo peraltro riuscita a farsi sposare, non le resta che la causa contro gli eredi per chiedere le buste paga mai pretese a suo tempo. In una tale situazione come faresti a dimostrare che si è trattato di un rapporto affettivo e non di lavoro subordinato? Che differenza c’è tra una badante e una convivente? I chiarimenti arrivano dalla Cassazione che, sul punto, si è pronunciata proprio di recente [1]. Per comprendere meglio la questione ricorriamo a un esempio.

A fare la differenza è la prova del vincolo d’affetto

Immaginiamo che un uomo anziano, bisognoso di cure e assistenza, decida di valersi di una badante. Ne incontra una, ma con questa i rapporti si fanno subito molto stretti. Tra i due nasce un legame diverso e più confidenziale di quello che, in tali situazioni, abitualmente si crea. La donna finisce per dormire a casa dell’uomo anche nei giorni in cui non ce ne sarebbe bisogno, svolge delle mansioni che non è tenuta a compiere e arriva sin anche a consolarlo nei momenti di tristezza con carezze e baci. Così facendo spera che, un giorno, lui la menzioni nel proprio testamento, garantendole magari una sorta di mantenimento per quando si troverà senza più abitazione e senza quella paghetta mensile che comunque le viene data per le piccole spese. Dal canto suo l’uomo crede che la donna stia con lui non per lavoro ma perché seriamente innamorata, né lei fa qualcosa per smentire questa convinzione. Insomma, la coppia rimane nell’equivoco finché l’anziano muore. La badante, che viene invitata dagli eredi ad andare via, vedendo che per lei nulla prevede il testamento, inizia una causa contro di loro per chiedere gli stipendi che mai l’anziano le ha versato, eccezion fatta per piccoli contributi mensili di gran lunga al di sotto di quanto prevede il contratto collettivo. Nel difendersi, gli eredi fanno notare al giudice che non è dovuta la busta paga alla convivente solo perché si prende cura del partner. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Cassazione, chi si prende cura di un anziano in modo costante diventa un lavoratore dipendente di quest’ultimo. Per evitare, pertanto, di dover pagare tutti gli stipendi mai corrisposti nel periodo della convivenza, bisogna dimostrare il legame affettivo esistente tra la donna e l’invalido. In assenza di tale dimostrazione, il rapporto tra i due si considera di lavoro subordinato a tutti gli effetti e si applicherà il contratto collettivo di colf e badanti (quello cioè previsto per il lavoro domestico).

Quindi, nel caso di specie, poiché l’attività della donna si risolveva nella cura e nell’assistenza dell’anziano, attività in cui l’elemento della subordinazione è già insito, in mancanza di prove di un rapporto affettivo e di una comunanza di vita e di interessi – tipico cioè della convivenza – gli eredi dovranno pagare alla donna tutte le buste paga arretrate.

note

[1] Cass. sent. n. 17093/17 dell’11.07.2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 22 marzo – 11 luglio 2017, n. 17093
Presidente Napoletano – Relatore De Marinis

Fatti di causa

Con sentenza del 16 gennaio 2013, la Corte d’Appello di Cagliari, in riforma della decisione resa dal Tribunale di Sassari, accoglieva la domanda proposta da P.G. nei confronti di S.A.R. e F.S. , avente ad oggetto il riconoscimento della ricorrenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato per lo svolgimento in favore del loro dante causa di prestazioni di lavoro domestico e la condanna dei medesimi al pagamento delle conseguenti differenze retributive.
La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, diversamente dal primo giudice, riconducibile l’attività svolta dalla lavoratrice ad un rapporto di lavoro domestico, come tale qualificabile subordinato; sussistente la violazione dell’art. 36 Cost.; quantificabile il dovuto, stante la carenza di prova in ordine alla durata della prestazione, sulla base di un parametro individuato in via equitativa ed identificato in una attività di cura protratta per due ore e mezza al giorno secondo la durata media di una simile prestazione diretta ad una sola persona.
Per la cassazione di tale decisione ricorrono i S. , affidando l’impugnazione a tre motivi. L’intimata non ha svolto alcuna attività difensiva.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo, i ricorrenti, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 2094 e 230 bis c.c. in una con il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, imputa alla Corte territoriale l’erronea qualificazione del rapporto per non aver la lavoratrice fornito la prova della subordinazione così da poter escludere il trattarsi di una forma di assistenza resa nell’ambito di una convivenza more uxorio.
La violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. è predicata nel secondo motivo in relazione all’omessa pronunzia circa l’invalidità del patto successorio che si configurerebbe laddove la promessa dell’eredità acclarata in giudizio si ponesse quale corrispettivo di una prestazione di lavoro subordinato.
Nel terzo motivo i ricorrenti deducono un vizio di motivazione per essere il convincimento espresso dalla Corte territoriale in ordine alla ravvisabilità della subordinazione apoditticamente affermato a prescindere dalla prova dei relativi indici sintomatici.
I tre motivi, che, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, devono ritenersi infondati.
In effetti, esclusa la configurabilità di un patto successorio in relazione alla promessa di istituzione di erede in favore della lavoratrice da parte del dante causa degli odierni ricorrenti che, per quanto dedotta in giudizio, non ha trovato alcun riscontro, è a dirsi come la ricorrenza nella specie della subordinazione sia stata correttamente desunta dalla Corte territoriale, in conformità con l’orientamento accolto da questa Corte (cfr., da ultimo, Cass. sez. lav., 29.9.2015, n. 19304), in relazione alle caratteristiche oggettive della prestazione resa, concretantesi in un lavoro di cura, cui la subordinazione deve dirsi connaturata ove, come nel caso di specie, sia stata ritenuta, con valutazione qui neppure fatta oggetto di specifica impugnazione, la non riconducibilità della prestazione medesima ad altro rapporto istituito affectionis vel benevolentiae causa per il difetto di un vincolo di solidarietà ed affettività sfociato in una comunanza di vita e di interessi che abbia implicato altresì la partecipazione di uno dei conviventi alla vita ed alle risorse dell’altro.
Il ricorso va dunque rigettato senza attribuzione delle spese per non aver l’intimata svolto alcuna attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla spese.
Ai sensi dell’art.13, comma 1 quater del d.P.R. 115/2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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