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Comodato d’uso: come riottenere il bene dopo la separazione?

13 luglio 2017


Comodato d’uso: come riottenere il bene dopo la separazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 luglio 2017



Ho sottoscritto un contratto di comodato d’uso con mia nonna per abitare con la mia famiglia. Ora il matrimonio è stato annullato ma la mia ex continua ad abitare lì. Come riottenere la casa?

Il lettore ci chiede se il comodante può chiedere la restituzione del bene immobile oggetto di comodato anche a fronte di un provvedimento di assegnazione in favore del coniuge del comodatario che sia intervenuta successivamente alla stipula del contratto.

La risposta dipende dall’interpretazione del contratto, e cioè dall’interpretazione della volontà del comodante e comodatario all’epoca della stipula del contratto di comodato.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione [1] hanno chiarito che il nodo centrale della questione consiste nell’accertamento dello scopo e/o destinazione dell’immobile concesso in comodato dal comodante al comodatario all’epoca del contratto, integrante quell’ “uso determinato” cui fa riferimento il codice civile [2]. In tal senso, le Sezioni Unite hanno precisato che l’effettività della destinazione a casa familiare da parte del comodante non può essere desunta dalla mera natura immobiliare del bene concesso, ma implica un accertamento in fatto, che postula una specifica verifica della comune intenzione delle parti attraverso una valutazione globale dell’intero contesto nel quale il contratto si è perfezionato, della natura dei rapporti tra le medesime, degli interessi perseguiti e di ogni altro elemento che possa far luce sulla effettiva intenzione di dare e ricevere il bene allo specifico fine della sua destinazione a casa familiare. In questa prospettiva, quindi, è chiaro che il problema è essenzialmente di interpretazione del contratto: se le parti hanno convenuto la concessione del bene perché sia destinato a casa familiare senza prevedere un termine o, comunque, la temporaneità della concessione stessa, il comodante sarà vincolato a rispettare, nei confronti dell’assegnatario come già nei confronti del comodatario, l’uso stabilito; se, invece, tale destinazione non è stata pattuita, il fatto che il comodatario abbia adibito il bene a casa familiare resta irrilevante.  In tal ultimo caso non assume alcun rilievo, rispetto al comodante (oggi il padre del lettore), la circostanza che successivamente il bene sia stato adibito a casa familiare e sia stato assegnato al coniuge affidatario dei figli [3]. Nel caso contrario, invece, qualora le parti (comodante e comodatario) avessero inteso destinare il bene a casa familiare, il comodante non potrebbe richiedere la restituzione del bene sino a quando tale destinazione o “uso determinato” non venga a cessare.

Nel caso del lettore, perché suo padre possa pretendere la restituzione dell’immobile, dunque, dovrebbe sostenere che il comodato non è stato stipulato tra le parti con lo scopo e/o la destinazione di adibirlo a casa familiare (del resto detto scopo non è espressamente indicato nel testo del contratto), e che solo successivamente, dopo il matrimonio, l’immobile sia stato utilizzato dal comodatario come casa familiare. Naturalmente, l’ex moglie potrebbe opporsi a tale richiesta sostenendo che lo scopo del contratto di comodato fosse proprio quello di adibire il bene a casa coniugale, visto anche il breve tempo trascorso tra la stipula del contratto e la data del matrimonio. A questo punto spetterebbe al giudice l’accertamento della volontà negoziale da cui dipenderebbe l’esito dell’eventuale giudizio di restituzione promosso dal padre. Pertanto solo il lettore, ad oggi, essendo a conoscenza della realtà dei fatti, può prevedere l’esito di un accertamento del genere (si pensi alle prove e/o ai testimoni che una parte e l’altra potrebbero portare in un eventuale giudizio a sostegno della propria tesi: casa familiare come scopo del contratto da un lato, e abitazione del solo comodatario come unico scopo del contratto dall’altro lato). Tuttavia, il lettore, quale comodatario potrebbe rientrare nella disponibilità dell’immobile anche attraverso altra via, ovvero tramite la modifica dei provvedimenti della separazione [4]. A tal proposito, anche a seguito della delibazione, da parte della corte d’appello, della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio, la regolamentazione dell’affidamento dei figli minori e del loro mantenimento disposta dal tribunale ordinario in sede di separazione non viene meno, ma trova fondamento nelle norme dettate in tema di matrimonio putativo, con la conseguenza che conserva efficacia il provvedimento di assegnazione della casa coniugale al genitore affidatario dei figli minori, a prescindere dalla circostanza che proprietario (o comodatario) della stessa risulti il coniuge non affidatario [5]. Naturalmente ai provvedimenti riguardanti la prole risulta applicabile non solo la disciplina sostanziale, ma anche quella processuale ad essa sottesa e quindi anche la possibilità di ricorrere alle disposizioni sulla revisione delle condizioni della separazione contenute nel codice di rito, anche in ordine all’affidamento del minore. A questo punto, ecco che si delinea un’altra opportunità per rientrare in possesso dell’abitazione. Da quel che il lettore riferisce, la beneficiaria del provvedimento di assegnazione della casa familiare non ne usufruisce o non ne ha mai usufruito. A questo punto, egli potrebbe chiedere al tribunale ordinario la revoca del provvedimento di assegnazione della casa familiare non sussistendone più i presupposti: il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare. In tale giudizio, potrà ottenere la revoca del provvedimento di assegnazione se sarà in grado di dimostrare che la sua ex moglie non abiti stabilmente ivi o non via abbia mai abitato, e che la richiesta revoca non sia incompatibile con il preminente interesse del minore a conservare lo stesso habitat, anche in considerazione del fatto che l’abitazione in questione non dovrebbe essere riconosciuta dallo stesso come sua abitazione principale.

È bene precisare, infatti, che la prova di tali eventi, che fanno presumere il venir meno della esigenza abitativa, è a carico di chi agisce per la revoca, e deve essere particolarmente rigorosa in presenza di prole affidata o convivente con l’assegnatario, dovendo attestare in modo univoco che gli eventi medesimi sono connotati dal carattere della “stabilità”, cioè dell’irreversibilità, ed inoltre nel senso che il giudice investito della domanda di revoca deve comunque verificare che il provvedimento richiesto non contrasti con i preminenti interessi della prole affidata o convivente con l’assegnatario.

In conclusione, la disponibilità della casa adibita un tempo a casa familiare potrebbe perseguirsi attraverso due azioni giudiziali esperibili dinanzi al tribunale ordinario, l’una avente ad oggetto la restituzione del bene, presumendo che il contratto di comodato sia stato stipulato a tempo indeterminato, per uso personale, e senza un termine risultante da un uso specifico, proponibile dal padre; e l’altra avente ad oggetto la richiesta di revoca dell’assegnazione della casa familiare, proponibile direttamente dal lettore. La previsione circa l’efficacia delle due azioni è subordinata necessariamente alla previsione della probabilità di superare l’onere della prova di cui sopra.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Salvatore Cerino

note

[1] Cass. SS.UU., sent. n. 13603 del 21.07 2004.

[2] Artt. 1803, co. 1, 1804 e 1810 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 15986 dello 07.072010.

[4] Art. 710 cod. proc. civ.

[5] Artt. 129, 155 e 155 quater cod. civ.

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