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Addio all’assegno di divorzio salvo che…

13 luglio 2017 | Autore:


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Col divorzio l’assegno di mantenimento per la moglie deve rappresentare una misura eccezionale: gli unici legami destinati a restare in vita sono quelli riguardanti i figli. Il foro di Bari conferma (da tempo) la linea dura della Cassazione.

Nei rapporti tra gli ex coniugi è necessario abbandonare quella logica solidaristica che faceva protrarre all’infinito l’obbligo di mantenimento del coniuge economicamente più debole (di solito la moglie), andando ben al di là delle sue effettive necessità di vita. Va dato spazio, invece, alla libertà del soggetto obbligato a versare l’assegno (più spesso il marito) di utilizzare le proprie risorse economiche per le attuali esigenze personali  e familiari. Col divorzio, infatti, gli unici legami destinati a restare in vita tra gli ex coniugi sono quelli che riguardano i figli e, anche questi, se riguardanti solo questioni patrimoniali, dovrebbero cessare nel tempo.

E’ questa la sintesi di una recente pronuncia del Tribunale di Bari [1]. Una pronuncia che si allinea al nuovo, e diremmo rivoluzionario, orientamento della Cassazione [2] secondo cui il diritto all’assegno divorzile non sussiste o (se è già stato riconosciuto) viene meno in quanto al precedente parametro della conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio va sostituito quello della autosufficienza economica. Ma anche una pronuncia che, a dire il vero, non fa che ribadire un orientamento che già da tempo (almeno da un anno a questa parte) il tribunale di Bari ha mostrato in numerosi provvedimenti e che ha trovato, solo di recente, l’autorevole avallo della Suprema corte.

Per meglio comprendere la decisione del giudice pugliese facciamo un passo indietro e cechiamo di capire come, sino a poco tempo fa, i giudici si regolavano dinanzi ad una richiesta di assegno di mantenimento.

Assegno di divorzio: quando spetta(va)?

Per farlo, ricordiamo innanzitutto che l’assegno di mantenimento va inteso in modo diverso a seconda che esso sia richiesto a seguito della separazione o del divorzio.

La separazione, infatti, attenua ma non scioglie in modo definitivo i legami tra marito e moglie, sicché il tenore di vita goduto durante il matrimonio continua ad essere per il giudice della separazione (ancora oggi) un parametro di riferimento nella valutazione del diritto all’assegno.

Il divorzio, invece, recide ogni legame tra gli ex coniugi, sicché l’assegno di mantenimento (meglio detto «assegno divorzile»), pur mirando anch’esso a garantire al coniuge più debole la possibilità di conservare il tenore di vita precedente, è sempre stato destinato solo a quel coniuge (più spesso la donna) non avente mezzi adeguati o nell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.

Resta il fatto che fino a poco tempo fa, il tenore di vita precedente ha sempre rappresentato, anche nelle cause di divorzio, un criterio di riferimento imprescindibile; criterio che, se pur non espressamente previsto dalla legge [3], ha ricevuto il consenso unanime della giurisprudenza, persino quella della Corte Costituzionale.

Così, partendo da questo tendenziale obiettivo, i vari tribunali, ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile hanno sempre valutato:

  • non solo se i mezzi economici di cui disponeva il coniuge che chiedeva il mantenimento gli permettevano di conservare il tenore di vita goduto durante il matrimonio anche senza l’assegno,
  • ma anche una serie di ulteriori parametri, quali: la condizione ed il reddito di entrambi i coniugi; il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune; la durata del matrimonio; le ragioni della decisione.

Da un po’ di tempo però le cose sono cambiate: se, infatti, con la separazione è rimasto fermo il parametro del tenore di vita precedente ai fini del riconoscimento dell’assegno di mantenimento, con riferimento al divorzio, invece, la Cassazione ha gradualmente rivisto questa interpretazione della legge, dando rilevanza pressocchè esclusiva all’accertamento della autosufficienza del (solo) coniuge più debole. Ed è quanto ci ricorda la pronuncia in esame.

Vediamo, allora, più nello specifico in che modo il giudice è pervenuto alle conclusioni sintetizzate in premessa.

Assegno di divorzio: quando va ridotto?

La pronuncia in esame (segnalataci dall’avv. Lugi Liberti jr del foro di Bari, nella specie difensore del marito) è riferita alla vicenda di due coniugi con un figlio adolescente, divenuto maggiorenne nelle more del giudizio. Essa si colloca nell’ambito di quelle decisioni provvisorie (cosiddetti «provvedimenti temporanei e urgenti») che il magistrato prende prima di dare corso alla causa di divorzio; decisioni, che se pur basate su elementi sommari, sono spesso destinate a durare fino alla sentenza definitiva.

Una pronuncia che fornisce numerosi spunti di riflessione non solo sotto il profilo dei risvolti pratici, ma anche per il richiamo alle fonti normative, di matrice europea, alle quali essa si ispira. Esaminiamola, quindi, più nello specifico.

La vicenda e i suoi risvolti pratici sull’assegno di divorzio

Nel caso di esame il giudice ha sensibilmente ridotto l’assegno di mantenimento in favore della moglie tenendo conto  di una serie di circostanze, quali il fatto che la donna:

  • aveva mantenuto il godimento della casa familiare in comproprietà; un prestigioso immobile che, per effetto di un accordo intervenuto in sede di separazione, era stato oggetto di divisione col coniuge;
  • era comproprietaria dell’altra metà dell’ex casa familiare assegnata al marito, per effetto della suddetta divisione;
  • era proprietaria di altri immobili, di cui uno dato in locazione;
  • aveva dimostrato attitudine al lavoro partecipando a società (se pur familiari) operanti nel campo delle compravendite immobiliari.

Il magistrato barese, quindi, dà grosso peso non solo alla titolarità della donna di beni immobili e ai proventi da essa derivanti, ma anche alle prove della sua capacità lavorativa, come pure alla conservazione del  godimento della casa, divisa con l’ex marito: ricordiamo, infatti, che in taluni casi è possibile la divisione della casa familiare in modo che, di fatto, essa venga assegnata ad entrambi i coniugi.

Il giudice, al contrario, non ritiene di dare rilievo alla differenza di reddito con l’ex marito e ciò non solo in quanto quest’ultimo disponeva di beni di valore commerciale ben inferiore a quelli di proprietà della moglie, ma anche perché le dichiarazioni dei redditi fornite dall’uomo attestavano una sensibile riduzione delle sue entrate.

Si legge, infatti, nel provvedimento che va non va trascurato il fatto che la separazione prima e poi il divorzio portano «un sensibile aumento delle spese a carico dei coniugi dovute alla eliminazione delle economie di scala che il matrimonio comporta», con l’effetto che è possibile assicurare al coniuge meno abbiente la conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio solo se il coniuge obbligato a versare l’assegno disponga di ingenti risorse economiche in grado di garantirgli la conservazione del medesimo tenore di vita.

Assegno di divorzio, solo un’eccezione alla regola: le linee guida dell’Unione europea

Secondo il giudice barese, inoltre, giustificano, la riduzione (e non – ma solo nel caso di specie – il totale venir meno) del mantenimento, i principi affermati dall’Unione Europea in tema di assegno divorzile [4] che vogliono fornire delle linee guida ai legislatori nazionali dando loro un modello armonico in materia di diritto di famiglia.

Secondo tali principi – si legge nel provvedimento – con il divorzio «gli ex coniugi hanno il dovere morale, prima ancora che legale, di rendersi autosufficienti, dovendosi evitare di collegare conseguenze economiche a situazioni i cui effetti giuridici siano ormai definitivamente venuti meno». In altre parole, il mantenimento dopo il divorzio deve rappresentare una misura eccezionale in quanto:

  • – il giudice lo attribuisce per un periodo limitato e solo eccezionalmente senza limiti di tempo;
  • – viene meno se il beneficiario dell’assegno si risposa o abbia intrapreso una stabile convivenza;
  • – non rinasce in caso di divorzio o di rottura della relazione tra i conviventi.

Assegno di divorzio: per perderlo basta l’autosufficienza

Alla luce di questo – si legge nella pronuncia in esame – il magistrato, nello stabilire se riconoscere o meno il diritto ad un assegno di divorzio (è quello che i giuristi definiscono an debeatur) dovrà avere come unico parametro di riferimento l’adeguatezza (o l’inadeguatezza) delle risorse economiche del coniuge che chiede il mantenimento, al fine di valutarne la capacità di autosufficienza economica. Nessun peso, al contrario, potrà essere dato allo stile di vita che ha caratterizzato la vita matrimoniale.

Solo a seguito di questa prima, fondamentale valutazione, se il giudice riterrà comunque sussistente un diritto all’assegno, potrà procedere, ai fini della sua quantificazione (cosiddetto quantum debeatur ), ad una comparazione tra le posizioni economico-patrimoniali dei coniugi.

Nel caso di specie, in presenza di seri dubbi (in questa fase preliminare al giudizio) sulla sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno divorzile (dubbi che solo l’istruttoria della causa potrà sciogliere) il magistrato ha ridotto (e non escluso) l’assegno di mantenimento in favore della moglie.

Divorzio: ha effetti sugli obblighi verso i figli?

In sostanza, conclude il giudice pugliese, dopo il divorzio non deve più farsi riferimento ad una logica di solidarietà tra gli ex coniugi, ma in base ai principi di libertà e di autoresponsabilità [5], i soli legami destinati a restare in vita dovrebbero essere quelli che riguardano i figli; legami, peraltro, destinati  anch’essi ad avere una durata limitata se riferiti a questioni meramente economiche. E proprio riguardo ai figli, la vicenda in esame si rivela di particolare interesse perché, oltre alla questione del mantenimento del coniuge, affronta l’ulteriore (e frequente) problema dell’affidamento di un figlio adolescente durante la separazione e divenuto maggiore nelle more del giudizio.

Un tema delicato sul quale ci proponiamo di soffermarci in una successiva e autonoma riflessione.

note

[1] Trib. Bari, ord. dell’1.06.17 (Dott. S. U. De Simone).

[2] Cass. sent. n. 11504/2017.

[3] Art. 5 L. 898/1970 e succ. mod.

[4] Cfr. “Europa e diritto privato”, 2009, 248 ss.

[5] Cass. Sent. 18076/14 (se pur sul tema specifico del mantenimento dei figli maggiorenni).


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