HOME Articoli

Lo sai che? Condanna per diffamazione

Lo sai che? Pubblicato il 25 agosto 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 25 agosto 2017

Parlare male di una persona alle sue spalle, anche sui social, può costare caro: si rischia una querela e il carcere.

Se si parla male di una persona alle sue spalle, nel senso che non è presente in quel momento, si rischia una condanna per diffamazione [1]. Diffamare, infatti, significa proprio offendere la reputazione di qualcuno comunicando con più persone mentre l’offeso non c’è. Attenzione: quest’ultimo dato – il fatto che la persona che si offende debba essere assente – è fondamentale: se, infatti, si parlasse male di lei insultandola direttamente in faccia si tratterebbe di ingiuria, reato oggi depenalizzato (si legga Ingiuria: la nuova multa e il risarcimento del danno).

Occhio, quindi, a spettegolare: che sia al bar, con i colleghi al lavoro o su Facebook offendere qualcuno può costare davvero caro.

Spettegolare e fare gossip può costare caro

Diffamazione: cosa rischio?

Il codice penale parla chiaro: una denuncia per diffamazione comporta la reclusione fino a 1 anno o una multa fino a 1.032 euro. E questo nel caso classico: ad esempio, se parlando con un collega in pausa pranzo, si dice che l’altro collega – che magari è a prendere un caffè al bar e, quindi, non può sentirci – è un dongiovanni. Discorso diverso se, oltre a dire che è un donnaiolo, il collega riferisce anche che va a prostitute. In un caso del genere, infatti, la pena aumenta fino a 2 anni (e la multa fino a 2.065 euro) proprio perché non ci si limita solo ad offendere la reputazione di una persona assente ma le si attribuisce anche un fatto o una condotta ben precisa (nell’esempio appena fatto l’“andare a prostitute”).

Oltre che a voce, si può offendere anche in altri modi: rilasciando un’intervista, ad esempio. In simili ipotesi, se – cioè – l’offesa è provocata col mezzo della stampa o con mezzi pubblicitari o in atto pubblico, la pena è la reclusione da 6 mesi a 3 anni o una multa non inferiore a 516 euro. Attenzione, quindi: il giornalista, nel riportare una determinata notizia, deve preoccuparsi di verificare se il fatto è rilevante per il pubblico, se i fatti sono veri e riferirli in modo pacato e contenuto.

Pene ancora più alte – aumentate di un terzo rispetto alla pena base – se l’offesa è rivolta a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, una sua rappresentanza o un’autorità costituita in collegio: in sostanza se si parla male del sindaco del paese, di un magistrato o del Presidente della Repubblica.

Per difendersi bisogna querelare

Diffamazione: come difendersi?

Come difendersi di fronte a un’offesa? Semplice: querelando chi ci ha diffamato [2]. In altre parole, occorre sporgere denuncia – oralmente o per iscritto – al pubblico ministero, alla Polizia Giudiziaria o in un ufficio consolare se si risiede all’estero, entro 3 mesi dal momento in cui si viene a sapere dell’offesa subìta (se i tre mesi passano senza denunciare, i fatti si prescrivono). Cambiare idea è possibile: la legge permette di rinunciare o ritirare la querela prima che il giudice emetta la sentenza.

Diffamazione: cosa comporta?

Non sempre la persona offesa intende avviare un processo penale (che può, come detto, comportare il carcere): chi si sente danneggiato nel suo onore, nella sua dignità e ritiene che sia stata lesa la sua immagine e la sua privacy può chiedere un risarcimento con un’azione davanti al giudice civile (tribunale o giudice di pace, a seconda dell’ammontare del danno, se sia superiore o inferiore a 2.500 euro). In tal caso, la querela non serve e l’indennizzo potrà essere concesso sia per il danno non patrimoniale (biologico, morale soggettivo ed esistenziale) sia per il danno patrimoniale (danno emergente e lucro cessante ed eventuali spese per contenere gli effetti della diffamazione). In sostanza, se la persona diffamata, proprio a causa del torto subito, è caduta in depressione potrà chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale. Se, invece, ha perso il lavoro chiederà il danno patrimoniale.

Internet e social sono strumenti di diffamazione ideali

Diffamazione: qualche esempio

Con la diffusione di internet, i modi e gli strumenti per diffamare qualcuno sono aumentati e, soprattutto, sono diventati ancora più incisivi. La stessa Corte di Cassazione sostiene che la pubblicazione di una offesa sulla bacheca di un utente Facebook configura il reato di diffamazione aggravata [3]. Stesso discorso per il proprietario di un sito internet in cui viene pubblicato un articolo dal contenuto diffamatorio: anche se l’autore del post è un’altra persona, se il titolare del giornale online è al corrente del testo lesivo e non interviene per la cancellazione immediata, è responsabile personalmente, sia a livello penale che risarcitorio.

Non si salva da una condanna nemmeno chi, per indicare la vittima, usa solo le iniziali di nome e cognome, se l’offeso può essere comunque individuato. Si legga Se offendo qualcuno ma indico solo le iniziali c’è diffamazione?

E se la reputazione di una persona è già macchiata? Magari perché ha commesso un reato? Non cambia nulla perché anche un criminale ha diritto ad essere rispettato: chiamarlo “farabutto”, quindi, è diffamazione. Si legga Diffamazione per chi offende il criminale anche se condannato.

note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Art. 597 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 37757/2014 del 25.03.2014.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI