Professionisti Il medico nei luoghi di lavoro: responsabilità penale

Professionisti Pubblicato il 22 luglio 2017

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La sicurezza sul luogo di lavoro: la giurisprudenza tradizionale attribuisce al medico competente ampi «poteri». La responsabilità del responsabile del servizio di protezione.

Originariamente, per la violazione degli obblighi di collaborazione non era prevista alcuna sanzione penale, introdotta soltanto successivamente con l’art. 35, co. 1, D.Lgs. 106/2009, che ha modificato l’art. 58 D.Lgs. 81/2008.

Quest’ultima disposizione sanziona, con la pena dell’arresto o dell’ammenda, la violazione, da parte del medico competente, dell’obbligo di collaborare con il datore di lavoro nella valutazione dei rischi.

L’incriminazione si muove nel solco di una linea di tendenza già accennata dal D.Lgs. 626/1994 (che, all’art. 17, lett. a), prevedeva la collaborazione del medico competente «alla predisposizione dell’attuazione delle misure per la tutela della salute e dell’integrità psicofisica dei lavoratori»), linea di tendenza rafforzata dal D.Lgs. 81/2008 (che ha ampliato l’ambito di intervento del medico competente, la cui collaborazione in materia di valutazione dei rischi è ora richiesta non più soltanto in vista della «predisposizione della attuazione delle misure per la tutela della salute e dell’integrità psicofisica dei lavoratori», ma anche della «programmazione della sorveglianza sanitaria» della

«attività di formazione e informazione nei confronti dei lavoratori» e della «organizzazione del servizio di primo soccorso»), e infine culminata nell’art. 35 D.Lgs. 106/2009 che ha presidiato con la sanzione penale l’inosservanza dell’obbligo di collaborazione. L’introduzione della sanzione penale ad opera del D.Lgs. 106/2009 riguarda soltanto il medico competente, mentre resta sottratto alla sanzione penale per mancata collaborazione il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, cui pure è demandato un ruolo ausiliario.

In tal modo si è creata un’evidente disarmonia all’interno del sistema di prevenzione e protezione, poiché tra le due figure professionali, ugualmente gravate del ruolo di ausiliario del datore di lavoro in materia di valutazione dei rischi (il responsabile del servizio di prevenzione e protezione previsto dall’art. 33 e il medico competente), è stato assegnato rilievo penale solo alla mancata collaborazione di quest’ultimo e non, invece, a quella del primo.

Al medico competente è richiesto l’adempimento di un obbligo altrui quanto, piuttosto, lo svolgimento del proprio obbligo di collaborazione, che può essere eseguito anche fornendo al datore di lavoro rilievi e proposte in materia di valutazione dei rischi. Viene così delimitato l’ambito degli obblighi imposti dalla norma al medico competente, adempiuti i quali l’eventuale ulteriore inerzia del datore di lavoro resterebbe imputata a sua esclusiva responsabilità penale a mente dell’art. 55, co. 1, lett. a), D.Lgs. 81/2008.

 

La tesi restrittiva

Un’altra tesi, invece, propone un’interpretazione più restrittiva dell’art. 58 D.Lgs. 81/2008, che limiterebbe l’obbligo di collaborazione a quelle attività nelle quali il medico competente venga direttamente coinvolto dal datore di lavoro.

La questione implica, in primo luogo, un’adeguata individuazione del ruolo assegnato al medico competente nell’ambito dell’organizzazione aziendale, ruolo che la dottrina qualifica di mera consulenza, evidenziando l’anomalia della sanzione penale (che non colpisce l’altra figura professionale del responsabile del servizio di prevenzione e protezione cui pure è attribuito il ruolo di consulente del datore di lavoro), poiché il medico competente non può obbligare il datore di lavoro a consultarlo né dispone di alcuna possibilità di iniziativa nella gestione del processo di valutazione dei rischi.

La giurisprudenza tradizionale attribuisce al medico competente ampi

«poteri»

Deve osservarsi, a tale proposito, che l’ambito di attribuzione di compiti consultivi al medico competente è stato già oggetto di valutazione da parte della giurisprudenza con riferimento alla normativa previgente, considerando la figura professionale in esame — introdotta, per la prima volta, dall’art. 33 D.P.R. 303/1956 — e osservando che la competenza cui si riferiva la richiamata disposizione riguardava:

  • da un lato, la valutazione delle condizioni di salute, avuto riguardo alle sostanze cui il lavoratore è esposto;
  • dall’altro, l’aiuto al datore di lavoro — tenendo conto dell’esito delle visite effettuate — nell’individuazione dei rimedi da adottare contro le sostanze tossiche o infettanti o comunque nocive, escludendo, così, una posizione meramente esecutiva e attribuendo al medico competente un ruolo propulsivo che determinava, quale conseguenza, l’assunzione di un’autonoma posizione di garanzia in materia sanitaria [1].

A conclusioni analoghe si è pervenuti osservando che il medico aziendale è un collaboratore necessario del datore di lavoro, dotato di professionalità qualificata per aiutarlo nell’esercizio della sorveglianza sanitaria nei luoghi di lavoro dove essa è obbligatoria, aggiungendo che la sorveglianza sanitaria, pur costituendo un obbligo per il datore di lavoro per la tutela dell’integrità psico-fisica dei lavoratori, deve essere svolta attraverso la collaborazione professionale del medico aziendale [2].

La responsabilità del responsabile del servizio di protezione

Del resto, il ruolo di consulente del datore di lavoro è stato attribuito anche al responsabile del servizio di prevenzione e protezione, il quale, sebbene privo di capacità immediata mente operative sulla struttura aziendale, collabora con il datore di lavoro nell’individuazione e nella segnalazione dei fattori di rischio delle lavorazioni e nell’elaborazione delle procedure di sicurezza, di informazione e di formazione dei lavoratori, come disposto dall’art. 33 D.Lgs. 81/2008.

Da ciò consegue che, pur restando il datore di lavoro il titolare della posizione di garanzia in materia infortunistica, facendo a lui capo l’obbligo di effettuare la valutazione dei rischi e di elaborare il documento contenente le misure di prevenzione e protezione in collaborazione con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, non può escludersi una concorrente responsabilità, in caso di infortunio, anche nei confronti del responsabile del servizio di protezione, il quale, sebbene privo di poteri decisionali e di spesa tali da consentire un diretto intervento per rimuovere le situazioni di rischio, risponde del fatto lesivo quando sia oggettivamente riconducibile a una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l’obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l’adozione, da parte del datore di lavoro, delle necessarie iniziative idonee a neutralizzare detta situazione [3].

Occorre precisare, inoltre, che la condotta del medico competente, proprio per il ruolo assegnatogli, assume rilevanza penale anche in caso di totale inerzia del datore di lavoro che non provveda all’avvio della procedura di valutazione dei rischi di cui all’art. 29 D.Lgs. 81/2008.

Infatti, il medico assume elementi di valutazione non soltanto dalle informazioni che devono essere fornite dal datore di lavoro, quali quelle di cui all’art. 18, co. 2, ma anche da quelle che può e deve acquisire di sua iniziativa, in occasione delle visite agli ambienti di lavoro di cui all’art. 25, lett. l), nonché dalle informazioni fornite direttamente dai lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria o da altri soggetti [4].

note

[1] Cass. pen. 21-12-2010, Di Mascio.

[2] Cass. pen., III, 11-12-2012, n. 1856

[3] Cass. pen. 30-3-2000, Camposano.

[4] Cass. pen. 9-12-2004, Fortebuono.


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