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Miscellanea Le ecomafie e il Mediterraneo: l’allarmante rapporto dell’on. Angela Napoli

Miscellanea Pubblicato il 25 ottobre 2012

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> Miscellanea Pubblicato il 25 ottobre 2012

Pochi giorni fa, l’on. Angela Napoli ha presentato, alla Commissione Permanente sulla Cooperazione Politica e sulla Sicurezza, il “Rapporto sulle ecomafie e il loro impatto sul Mediterraneo”, cui è subito seguita l’approvazione di una risoluzione, lo scorso 17 ottobre, a Malta.

Il Mediterraneo: crocevia fondamentale – tra est e ovest, nord e sud – di commercio e traffici di ogni genere. In un contesto economico di così alto interesse strategico, le organizzazioni criminali hanno sempre trovato ampio spazio per la proliferazione delle loro attività: dal traffico di esseri umani (specialmente l’immigrazione clandestina), a quello di stupefacenti, di armi e di rifiuti tossici; dalla pirateria allo smercio di opere d’arte nascoste.

L’on. Napoli – da sempre in prima linea nella lotta al terrorismo organizzato – ha così commentato il fenomeno innanzi alla Assemblea Parlamentare del Mediterraneo: “L’ecomafia è divenuta uno dei settori più redditizi per la criminalità organizzata transnazionale. Lo scarico di rifiuti tossici e radioattivi nel mare Mediterraneo sta diventando un problema sempre più grave. Il traffico illecito dei rifiuti è spesso facilitato dalla cooperazione con imprese legali apparentemente al di sopra di ogni sospetto, come società di import/export, aziende che forniscono servizi finanziari e che si occupano di riciclo dei metalli, talvolta con il beneplacito dei governi locali laddove la governance democratica è più fragile. I dati del 2011 sono allarmanti: nella sola Italia il “fatturato” dell’ecomafia ammonta a ben 16,6 miliardi di euro e i rifiuti gestiti illegalmente e sequestrati sono circa 346mila tonnellate, mentre quelli scomparsi nel nulla ammontano a circa 13,3 milioni”.

La Relazione sulle ecomafie denuncia lo spostamento, ad opera delle associazioni per delinquere,  di sostanze inquinanti verso Paesi più accondiscendenti o privi di disciplina sanzionatoria. L’Italia, per esempio, è anche crocevia di traffici internazionali di rifiuti, provenienti dai paesi europei e destinati in Nigeria, Mozambico, Somalia e Romania. Sembra che lo stesso omicidio della giornalista italiana Ilaria Alpi, avvenuto in Somalia nel 1994, sia proprio riconducibile alle inchieste che la donna stava facendo su questo tema.

Le “rotte delle ecomafie”, riguardanti le attività del ciclo dei rifiuti, hanno assunto un carattere sempre più transnazionale: non solo dall’Italia, ma da molti Paesi industrializzati come Austria, Francia, Germania, Grecia, Norvegia, partono ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti verso l’Africa e l’Asia. Container carichi di rifiuti, spacciati alle frontiere come materie prime o scarti di lavorazione, passano di mano in mano per far perdere le loro tracce, da un Paese all’altro: Italia – Germania – Olanda – Hong Kong – Cina, ad esempio. Di regola, cinque, sei, sette passaggi per carico.

Sembrerebbe esservi uno stretto legame tra il commercio di armi e il traffico illecito dei rifiuti. In Somalia, nelle aree periferiche del Sahara Occidentale, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) ed in Mozambico, dove la guerra intestina tra le fazioni è acerrima, le armi vengono pagate con la disponibilità di aree del territorio per lo smaltimento illegale di rifiuti.

Le cifre che ruotano intorno al “contrabbando atomico” sono stratosferiche: secondo la Relazione, un chilogrammo di uranio 235, arricchito al 95%, vale circa 35 mila euro, da moltiplicare per 20 al mercato nero.

Le organizzazioni criminali caricano i rifiuti tossici e pericolosi sulle cosiddette “Navi dei veleni”. È, infatti, molto più economico, anziché usare metodi legali, trovare una nave vecchia, stivarla di tonnellate di rifiuti pericolosi e farla affondare, spesso nel Mediterraneo, possibilmente in Paesi dove è facile anche ottenere la connivenza delle autorità o la collaborazione della criminalità organizzata.

La denuncia di questo sistema, ormai in piedi da decenni, coinvolge non solo le reti criminali internazionali, ma anche i Governi di alcuni Paesi, industrie e pseudo uomini di affari, che sono in realtà intermediari e faccendieri senza scrupoli.

Così – prosegue la Relazione – i Paesi industrializzati del Mediterraneo diventano allo stesso tempo vittime e colpevoli dei traffici internazionali di rifiuti tossici. Il tesoro che affonda e contamina il Mar Mediterraneo genera i milioni che guadagnano i trafficanti e le organizzazioni criminali.

La Relazione dell’on. Napoli prefigura un futuro minaccioso per la sicurezza dei popoli: non si può infatti escludere che l’irresponsabile smercio dei veleni potrebbe portare gruppi terroristici ad usare i vari rifiuti tossici e radioattivi per costruire ordigni esplosivi, contaminare riserve di acqua e minacciare quindi la sicurezza di interi Paesi.

Non a caso, un collaboratore di giustizia in Italia, rivolgendosi ad un Magistrato italiano ebbe a dire: “Dottore, la spazzatura è oro!”.

Appare chiaro, allora, che l’internazionalizzazione delle organizzazioni criminali richiede una risposta internazionale di contrasto, una stretta cooperazione tra i paesi del Mediterraneo, sia a livello legislativo che a livello operativo.

Non è facile! Per raggiungere tale traguardo bisogna fare i conti con le differenze legislative dei vari Paesi: non basta modificare i testi legislativi, ma più in generale la cultura che “produce” il diritto e quella che lo amministra.

 


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