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Lo sai che? È vero che chi tace acconsente?

Lo sai che? Pubblicato il 16 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 luglio 2017

È vero che chi non risponde a una lettera ammette ciò che gli viene contestato? Il principio di non contestazione delle richieste dell’avversario in causa: come si manifesta prima del giudizio e durante.

Un esempio di come le massime di esperienza popolare possano diventare leggi è dato dal detto «Chi tace acconsente». Questa soluzione, trovata dal legislatore per velocizzare i processi ed evitare lunghe udienze volte a dimostrare fatti in realtà non contestati dalla controparte, va sotto il nome di «principio di non contestazione». In particolare, il codice di procedura stabilisce [1] che il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti (…), nonché i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita. Ma cosa significa nella pratica? Chi non risponde a una lettera del creditore o del vicino di casa o non lo fa nei termini da questi assegnati ammette ciò che gli viene contestato? Cerchiamo di fare il punto della situazione e di spiegare come funziona, per la legge, la regola secondo cui chi tace acconsente.

Non è obbligatorio contestare la lettera del creditore, ma è meglio farlo

Il principio secondo cui «chi tace acconsente» funziona solo davanti al giudice; è necessario che vi sia una causa per essere obbligati a difendersi dalle contestazioni dell’avversario. Fuori da questa ipotesi, la legge non pretende che sia data risposta a una lettera, una diffida, un’intimazione di pagamento (salvo rare eccezioni, come nel caso di richieste di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate). Il giudice tuttavia può trarre argomenti di prova dal comportamento tenuto dalle parti prima del giudizio. Facciamo un esempio per comprendere meglio come stanno le cose e in che termini è vero che chi tace acconsente.

Immaginiamo una persona che presenti una fattura a un’altra per dei lavori di rifacimento del tetto e che ottenga solo un pagamento parziale rispetto a quanto richiesto col documento fiscale. All’inadempimento, il creditore fa seguire una lettera di sollecito con cui fa presente che, oltre all’importo originariamente pattuito, è dovuto il versamento di un ulteriore importo per l’estensione dei lavori sulla veranda collocata lì vicino. Ma il debitore non risponde. La ditta edile ribadisce il proprio credito con un’ulteriore diffida e una terza a firma del proprio avvocato. Dopodiché, spazientita, presenta una richiesta di decreto ingiuntivo al giudice. Ricevuta l’ingiunzione di pagamento dal tribunale, il committente presenta opposizione. Quest’ultimo, in causa, fa presente di non aver mai richiesto alcun lavoro sulla veranda e che tali interventi sono stati realizzati senza essere stati indicati neanche in contratto. La ditta, dal canto suo, sottolinea il fatto che il proprietario dell’immobile era pienamente consapevole di quanto veniva compiuto, avendo giornalmente assistito alle operazioni; comunque, se avesse voluto contestare il credito, poteva farlo rispondendo a uno dei tanti solleciti ricevuti con raccomandata prima della causa; pertanto la sua opposizione si deve ritenere strumentale solo a non pagare o a rallentare i tempi dell’esecuzione forzata. Chi dei due ha ragione?

In questo caso il giudice, sebbene è tenuto a decidere secondo le prove presentate nel corso del giudizio, può comunque trarre indizi e conferme dei suoi sospetti osservando il comportamento delle parti prima del giudizio stesso. Dunque, sebbene l’assenza di una risposta da parte del committente alle lettere del creditore non significhi automaticamente un’ammissione del debito, nello stesso tempo si tratta di un elemento che, aggiunto agli altri, può portare a una sentenza di condanna.

Dicevamo, in apertura, che il «principio di non contestazione», ossia chi tace acconsente, vale solo in causa. Che significa? Chi riceve una citazione in giudizio e in essa vengono elencate una serie di richieste al giudice, basate sull’affermazione di un proprio diritto, deve prendere posizione su ogni punto dell’avversa domanda. Se tralascia uno o più punti non può più difendersi in un successivo momento perché ormai «decaduto». In altre parole, la difesa deve essere immediata, puntuale e specifica, buttando sul tavolo tutte le carte che si hanno a disposizione. Ciò che non viene contestato si considera ammesso.

In questo senso – e solo in ambito processuale – il principio secondo cui chi tace acconsente esplica tutta la sua estensione e obbliga il giudice a decidere tenendo conto di ciò (invece, come detto, per i comportamenti anteriori alla causa il giudice ha una semplice facoltà).

note

[1] Art. 115 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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