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Per quali danni non spetta il risarcimento

18 luglio 2017


Per quali danni non spetta il risarcimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 luglio 2017



Danno futile e di entità minima, da stress, da ritardo, da tempo perso: quando il risarcimento del danno non è ammesso dalla legge e dai giudici.

Non è vero che ad ogni comportamento sbagliato degli altri ci spetta un risarcimento del danno. Per evitare utilizzi strumentali della giustizia e il ricorso alle aule dei tribunali per qualsiasi tipo di contestazione, anche quelle più insignificanti e “di principio”, legge e giurisprudenza limitano la possibilità di pretendere gli indennizzi a specifiche ipotesi. Per non intraprendere una causa pretestuosa – col rischio di vedersi condannare anche alle spese legali – è bene quindi sapere, in anticipo, per quali danni non spetta il risarcimento. Di tanto cercheremo di fornire qualche esempio in questo articolo che non ha la pretesa di fornire un’elencazione esaustiva, ma servirà quantomeno a dare uno spaccato di quelle che sono le interpretazioni dei giudici e comprendere i rischi che a volte si corrono nel fare cause senza valide e concrete ragioni.

Come funziona il risarcimento del danno

Prima però di spiegare per quali danni non spetta il risarcimento, dobbiamo fare una piccola parentesi. Il vero fulcro del processo civile è il risarcimento del danno. Sono marginali le ipotesi in cui si fa causa per ottenere una condanna a un «fare» o a un «non fare», ossia a porre un comportamento specifico (ad esempio: l’obbligo di abbattere un muro, di insonorizzare un appartamento, ecc.) o ad astenersi da determinate condotte (ad esempio: il divieto ad accedere a un fondo privato, ad alzare il volume dello stereo, ad appiccare fuochi, ecc.). Quando si va dal giudice, di solito, si cerca sempre di “avere dei soldi” dall’avversario e, a tal fine, si chiamano in ballo le più bizzarre e fantasiose spiegazioni. Ma per ottenere un risarcimento non basta dimostrare che vi è stata la lesione di un proprio diritto o la violazione di un altrui dovere. In altri termini non perché qualcuno ha commesso un’azione sbagliata si ha necessariamente diritto a chiedere una compensazione in denaro. Con la conseguenza che, pur venendo accertata dal giudice l’illegittimità del comportamento della controparte, la domanda dell’asserito danneggiato verrà rigettata e quest’ultimo perderà la causa.

Immaginiamo le piccole beghe che possono verificarsi nell’arco di una vita. Il cane del vicino “innaffia” con i propri bisogni le nostre piantine e questo ne fa appassire un paio, del valore di poche decine di euro; il fruttivendolo ci consegna un casco di banane, ma una di queste si rivela troppo matura e ce ne accorgiamo solo dopo averla pagata; la compagnia della luce ci lascia un giorno senza elettricità e questo fa scongelare un paio di buste di surgelati; il debitore ci paga tutta la fattura, ma non gli interessi di poche decine di euro; dall’appartamento di sopra piove acqua e questo ci costringe a ritornare dalle ferie con qualche giorno di anticipo; l’Inps non ci paga la pensione per un intoppo, obbligandoci a una lunga trafila di sportelli e uffici che ci fanno perdere giornate di tempo; arriva una cartella di pagamento clamorosamente sbagliata e, prima di ottenerne lo sgravio in autotutela, siamo afflitti da un patema d’animo che non ci lascia dormire per alcune notti; un rivale ci cita in tribunale ma perde la causa e, nonostante la condanna alle spese nei suoi confronti, vorremmo chiamarlo di nuovo in causa per ottenere un ulteriore indennizzo.

Quali danni possono essere risarciti

«Voglio i danni». Questa è la frase che accomuna tutte queste situazioni che chissà quante volte ci sono capitate. Ma è davvero sempre possibile ottenere il risarcimento del danno? Basta semplicemente dimostrare di aver ragione per lamentare un danno anche non materialmente percepibile come lo stress, l’ansia, il tempo perduto, l’attaccamento a un oggetto di infimo valore? La risposta è no! Per ottenere il danno bisogna dimostrare una lesione

  • valutabile dal punto di vista economico;
  • attuale;
  • apprezzabile;
  • concreta.

In altri termini non spetta il risarcimento del danno se, pur in presenza di un comportamento astrattamente illegittimo, si verifica una delle seguenti ipotesi:

  • il danno è solo soggettivo, ossia non valutabile in termini generali per qualsiasi tipo di persona media: ad esempio non si può risarcire l’attaccamento a una fotografia di una gita, andata distrutta, senza che alla stessa possa riconoscersi nient’altro che un certo valore affettivo; non spetta il risarcimento per un vecchio oggetto che, ormai privo di valore economico, a detta del proprietario serviva a ricordare un evento o ad assolvere meglio degli altri a una specifica funzione non dimostrata (ad esempio una vecchia casseruola per la cucina, facilmente sostituibile con una più moderna). Non basta insomma che il danneggiato lamenti un particolare attaccamento al bene o al diritto leso per ottenere il risarcimento del danno;
  • il danno non è attuale, ma solo ipotetico e futuro. Non si può chiedere il risarcimento a un imbianchino per una pittura utilizzata che potrebbe ingiallirsi nel tempo prima del previsto, se tale fatto non è dimostrabile;
  • il danno è minimo e futile. Non è accordato il risarcimento per il semplice fastidio o per l’inconveniente. Pertanto, non si può chiedere il risarcimento per la rottura di una piantina del valore di poche decine di euro; non si può chiedere il risarcimento per un ritardo di pochi giorni in un pagamento;
  • il danno è astratto e non dimostrato o dimostrabile: non si può pretendere il risarcimento se una raccomandata arriva con un giorno di ritardo se da ciò non deriva alcun danno; non si può chiedere il risarcimento per del tempo perso dietro uno sportello della pubblica amministrazione per cercare di far annullare un atto illegittimo; non spetta il risarcimento per il timore di subire una conseguenza che, invece, non si verifica.

Quanti risarcimenti esistono?

Ci manca ancora poco per arrivare a spiegare quando non spetta il risarcimento del danno. Prima un ultimo chiarimento in merito ai tipi di risarcimento che si possono lamentare. Il danno può essere di due tipi:

  • patrimoniale: è quello che deriva al portafoglio del danneggiato, sia per averlo costretto a delle spese che altrimenti non si sarebbero sostenute senza il comportamento illegittimo (è il cosiddetto «danno emergente»), sia per averlo impoverito facendogli perdere delle occasioni di guadagno (è il cosiddetto «lucro cessante»). Ad esempio, se si fa male a una persona e questa è costretta a stare un mese a letto, il danno emergente sarà costituito dalle spese per medicine e prestazioni sanitarie; il lucro cessante sarà costituito dalla perdita dello stipendio per i giorni di riposo forzato. Ancora, nel caso in cui dal rubinetto esca dell’acqua non potabile, il danno emergente sarà costituito dalla necessità di acquistare l’acqua in bottiglia, mentre non ci sarà alcun lucro cessante;
  • non patrimoniale: è quello che non incide sul conto in banca del danneggiato ma su altri aspetti collegati alla sua persona come la privacy, la dignità, l’estetica, l’integrità fisica, l’utilizzo del proprio corpo. In questa categoria distinguiamo: 1) il danno biologico che è il danno alla salute e all’integrità fisica e psichica riportato da una persona in conseguenza di un fatto illecito altrui (si pensi al danno derivante dalla perdita di mobilità di un arto); 2) il danno morale che coincide con il dolore e con le sofferenze subite da una persona in conseguenza del fatto illecito altrui.

Il danno va provato

Ultimissimo chiarimento e poi potremo finalmente spiegare quando non è possibile ottenere il risarcimento del danno. In generale non basta dire di aver subìto un danno. Bisogna anche dimostrarlo. Anche se determinate situazioni sono notoriamente produttive di lesioni e di fastidi di vario tipo – si pensi al rumore del vicino di notte, a un insulto riferito in pubblico davanti a più persone – è necessario dimostrare sempre che da tale comportamento sono derivate delle conseguenze negative per il patrimonio, per l’onore o per qualsiasi altro diritto della persona.  Questo significa che sarà necessario produrre in causa documenti, dichiarazioni testimoniali, fotografie e quant’altro possa servire a documentare l’esistenza del danno.

Quando non è possibile ottenere il risarcimento del danno

Analizziamo ora solo alcune delle più frequenti ipotesi in cui i giudici hanno rigettato la richiesta di risarcimento del danno.

Danno da stress

Il danno da stress, o usura psicofisica, rientra nel danno non patrimoniale causato da un inadempimento della controparte. Si pensi a una ditta di lavori di ristrutturazione che ritarda di diverse settimane l’ultimazione degli interventi concordati, compiendo ripetuti errori. Per ottenere il risarcimento del danno da stress è necessario dimostrare un pregiudizio concreto sofferto dal titolare dell’interesse leso [1].

Ad esempio, il risarcimento del danno non patrimoniale determinato dal comportamento ostruzionistico del datore di lavoro spetta al lavoratore purché sia provata la concreta lesione in termini di violazione dell’integrità psico-fisica oppure di danno delle generali condizioni di vita personali e sociali. Non è sufficiente il generico riferimento allo stress conseguente alla suddetta condotta.

Insomma, il danno da stress può essere risarcito solo se viene dimostrata una lesione effettiva. Tipico è il caso del turista che, a seguito di disservizi della compagnia di viaggi, perda la possibilità di godere delle proprie ferie, subendo un ulteriore stress rispetto a quello lavorativo. Si può risarcire l’ansia e lo stress per il rumore del vicino a condizione che si dia dimostrazione di un danno alla salute, come il non aver potuto dormire per diverse notti.

Non è invece risarcibile lo stress per aver ricevuto una lettera di diffida infondata, la richiesta di un pagamento non dovuto, una querela che poi è stata archiviata.

Danno da causa inutile e infondata

Chi vince una causa non può chiedere il risarcimento con un’ulteriore causa contro l’avversario per averlo quest’ultimo trascinato in un giudizio ingiusto. L’unico modo per ottenere il risarcimento è la condanna alle spese processuali che pronuncia il giudice nei confronti della parte soccombente e, se questa ha agito con malafede o colpa grave, l’ulteriore risarcimento per lite temeraria e responsabilità processuale aggravata. Il tutto però si risolve nell’ambito dello stesso giudizio iniziale e non in uno ulteriore.

Danno da tempo perso

La giurisprudenza ha spesso escluso la possibilità di chiedere un risarcimento per il tempo perso dietro alla pubblica amministrazione per ottenere la correzione di un atto illegittimo. Anche il danno da ritardo può essere risarcito solo se si dimostra una lesione effettiva e concreta. In pratica, questo significa che se una persona riceve – tanto per fare un esempio – una cartella di pagamento palesemente illegittima non può chiedere al giudice, oltre all’annullamento, anche il risarcimento per il tempo perso per ottenere lo sgravio. L’illegittimità della pretesa viene “scontata” attraverso la condanna alle spese.

La giurisprudenza ritiene che, in tema di risarcimento danno da ritardo, il danno risarcibile non è quello relativo al “tempo perso” quanto, piuttosto, quello che si determina per via del mancato rispetto dei termini fissi stabiliti dalla legge per il completamento del procedimento amministrativo su istanza del privato: la risarcibilità del predetto danno deve configurarsi indipendentemente dal contenuto — favorevole o sfavorevole — dell’emanato o emanando provvedimento; pertanto, la richiesta di risarcimento del danno non è ammissibile se non viene data prova di un effettivo danno.

Insomma, il tempo perso in sé e per sé non dà diritto all’indennizzo che può conseguire, tutt’al più, dal mancato rispetto dei termini perentori fissati dalla legge per ottenere una risposta o un provvedimento a una richiesta inoltrata dal cittadino alla pubblica amministrazione.

Danno futile e minimo

Il danno deve essere apprezzabile. I danni di poche decine di euro non possono dar luogo a una causa. Questo perché i semplici fastidi della vita devono essere “tollerati”.

Danno morale

Il danno morale può essere risarcito solo se la condotta illecita costituisce un reato o viola un diritto sancito dalla Costituzione. Questa limitazione è volta a evitare che si possa richiedere il risarcimento per qualsiasi tipo di danno morale che, non essendo immediatamente percepibile (come invece il danno economico), potrebbe dar luogo a un proliferare pretestuoso di richieste di risarcimento. Così spetta il risarcimento per il danno da reputazione per la diffamazione o il danno alla privacy per la lettura di un’email riservata; ma non spetta il risarcimento per il danno derivato dall’aver aspettato sotto il sole un’ora in attesa dell’arrivo di una persona, salvo che ciò non abbia arrecato un danno fisico dimostrabile.

Quando la perdita viene recuperata

Non si può chiedere il risarcimento se, pur a fronte di un danno economico apprezzabile, il danneggiato è riuscito, per altre ragioni (anche fortuite) a recuperare la perdita. Si pensi al caso di un inquilino che vada via di casa senza preavviso lasciando il locatore senza il canone di affitto. Qualora questi dovesse riuscire, nel giro di una settimana, ad affittare l’appartamento a un’altra persona senza così subire una perdita economica, non potrebbe chiedere il risarcimento al primo inquilino sebbene, in altre situazioni, il suo comportamento avrebbe giustificato un risarcimento. Stesso discorso per un licenziamento illegittimo qualora il lavoratore, nelle more della contestazione con l’azienda, sia riuscito a trovare immediatamente un’altra occupazione.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 1340/2017. Cass. sent. n. 14710/2015.

[2] Cass. sent. n 1185/2017.


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1 Commento

  1. Il danno da stress, proprio alla luce della sentenza della Cassazione da voi citata, vale a dire la sentenza n. 14710 del 2015, può essere provato pure tramite presunzioni semplici. Questo vuol significare che il pregiudizio sofferto può essere accertato anche tramite appunto presunzioni e non necessariamente prove materiali. Il risarcimento del danno, dal canto suo, trova adeguato riconoscimento nel nostro ordinamento atteso che, come affermato dalla stessa cassazione, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il soggetto inadempiente è obbligato a risarcire i danni che siano conseguenza immediata e diretta della condotta non esattamente adempiente (Cass. civ., sez. II, 9/05/2014, n. 10184) e, in particolare, a risarcire il creditore per la perdita subita consistente nella perdita di valori economici già esistenti nel patrimonio del danneggiato e per il mancato guadagno, ossia la mancata acquisizione, da parte del danneggiato, di valori economici (ibidem). E’ evidente che il pregiudizio è in re ipsa ossia alla luce del fatto che un ritardo, specie se prolungato nel tempo, danneggia colui che, ad esempio, è proprietario di un immobile ove vengono fatte delle ristrutturazione, per non potere utilizzare quel bene ed eventualmente per non avere potuto trarre utilità dal medesimo (ad esempio: affittandolo o dandolo in locazione).
    Tanto dovevo.
    avv. a. di tullio d’elisiis

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