Diritto e Fisco | Articoli

Licenziamento per scarso rendimento: illegittimo per l’invalido

18 luglio 2017


Licenziamento per scarso rendimento: illegittimo per l’invalido

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 luglio 2017



Non si può misurare il rendimento di un dipendente misurandolo con un collega di pari livello e funzioni normodotato.

La giurisprudenza sta gradatamente aprendo le porte alla possibilità del licenziamento per scarso rendimento, ossia del dipendente che produce meno e più a rilento degli altri. Anche se ciò richiede l’invio di previa lettera di diffida e un rendimento inferiore alla media delle prestazioni dei colleghi addetti al medesimo settore, la Cassazione ritiene che il datore possa sbarazzarsi dei lavoratori fannulloni. Ma attenzione: la valutazione del merito del dipendente può farsi solo tenendo conto delle sue specifiche capacità fisiche. In altri termini, in presenza di un lavoratore con una ridotta capacità lavorativa, dovuta a una situazione di invalidità, non si può procedere al licenziamento solo in presenza di una forte sproporzione di risultato rispetto ai colleghi normodotati. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

È responsabile l’azienda che prima assume un lavoratore con delle minorazioni fisiche (ad esempio la cecità a un occhio) e poi lo licenzia con la scusa dello scarso rendimento. La colpa del datore sta nell’aver adibito il dipendente a mansioni incompatibili con le sue ridotte capacità lavorative.

Lo scarso rendimento può dipendente solo dalla malafede (la volontà del dipendente di non lavorare e di perdere tempo in comportamenti ostruzionistici o di parassitaria pigrizia) o da una grave colpa (il lavoratore che si stanca facilmente sul lavoro perché la notte fa tardi in discoteca). Viceversa, non si può licenziare per scarso rendimento quando il parametro di riferimento sono dei colleghi di lavoro che non presentano minorazioni di qualsiasi tipo. Fa del resto parte del principio di uguaglianza quello di valutare situazioni uguali in modo uguale e situazioni diverse in modo tra loro diverso. Come appunto i dipendenti normodotati e quelli con invalidità.

note

[1] Cass. sent. n. 17526/17 del 17.07.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione sez. Lavoro, sentenza 22 marzo – 14 luglio 2017, n. 17526
Presidente Napoletano – Relatore Manna

Fatti di causa

Con sentenza pubblicata il 3.2.15 la Corte d’appello di Potenza, in parziale riforma della sentenza n. 198/14 di reintegra nel posto di lavoro emessa dal Tribunale di Melfi a favore di S.I. , licenziata il 21.11.07 per scarso rendimento da M.A.C. Metallurgica Assemblaggi Carpenterie S.p.A., quantificava il risarcimento dei danni ex art. 18 legge n. 300 del 1970 in misura pari alle retribuzioni globali di fatto spettanti dalla data dell’illegittimo licenziamento fino a quella dell’effettiva reintegra (risarcimento che, invece, il primo giudice aveva limitato a 18 mensilità).
Per la cassazione della sentenza ricorre M.A.C. Mettallurgica Assemblaggi Carpenterie S.p.A. affidandosi a due motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.
S.I. resiste con controricorso (erroneamente qualificato come memoria ex art. 378 cod. proc. civ.) e con difensore munito soltanto della procura ad litem rilasciata con il ricorso di primo grado.

Ragioni della decisione

1.1. Preliminarmente va dichiarata l’inammissibilità del controricorso (impropriamente denominato memoria ex art. 378 cod. proc. civ.) per difetto, in capo al difensore dell’intimata, della procura speciale prescritta ai sensi del combinato disposto degli artt. 370 e 365 cod. proc. civ., tale non essendo quella rilasciata a margine del ricorso di primo grado e richiamata nel controricorso a firma dell’avv. Ameriga Petrucci.
2.1. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 115 cod. proc. civ. e 2727, 2729 e 2697 cod. civ., per non avere, la sentenza ritenuto assolto l’onere della prova riguardante lo scarso rendimento addebitato all’odierna intimata, pur essendo pacifico (oltre che confermato in via testimoniale e documentale) che l’intimata produceva appena il 10% dei pezzi prodotti dai suoi colleghi (anche non normodotati, a dire della società) adibiti alle stesse mansioni di saldatura a punti mediante assemblaggio su macchine manuali, mansioni che l’ASL X di Venosa aveva, il 12.10.07, confermato essere ergonomicamente compatibili con le ridotte capacità lavorative di S.I. ; erroneamente, invece, la sentenza – prosegue il ricorso – si era basata su un precedente accertamento della stessa ASL del 6.6.07, superato da quello successivo del 12.10.07.
2.2. Il motivo va disatteso perché, ad onta dei richiami normativi in esso contenuti, sostanzialmente sollecita una rivisitazione nel merito della vicenda e delle risultanze processuali affinché se ne fornisca un diverso apprezzamento e si accerti una pretesa compatibilità delle mansioni assegnate ad S.I. (lavoratrice monoculare con impianto di protesi all’occhio destro quale conseguenza d’un infortunio sul lavoro patito nel 1994) con le sue ridotte capacità lavorative, compatibilità che, invece, i giudici di merito hanno motivatamente escluso alla luce delle risultanze istruttorie.
Quella invocata in ricorso è operazione non consentita in sede di legittimità, ancor più ove si consideri che in tal riprodurre (peraltro in n. 8053/14) sostanziali 5, cod. proc. civ. (nel dell’art 54, co. 3 d.l. 134/12, alle sentenze successivo a quello di modo il ricorso finisce con il maniera irrituale: cfr. Cass. S.U. censure ex art. 360, comma 1, n. nuovo testo applicabile, ai sensi n. 83/12, convertito in legge n. pubblicate dal trentesimo giorno entrata in vigore della legge di conversione del decreto, cioè alle sentenze pubblicate dal 12.9.12 e, quindi, anche alla pronuncia in questa sede impugnata).
Tali censure non possono nemmeno intendersi come deduzione di omesso esame di fatti decisivi, trattandosi di doglianza a monte non consentita dall’art. 348-ter, commi 4 e 5, cod. proc. civ., essendosi in presenza di doppia pronuncia conforme di merito basata sulle medesime ragioni di fatto in punto di illegittimità del licenziamento per inesigibilità delle mansioni affidate alla lavoratrice.
3.1. Con il secondo motivo ci si duole di violazione degli artt. 18 legge n. 300 del 1970 e 1218 cod. civ., nella parte in cui la sentenza impugnata ha quantificato il risarcimento in misura pari alle retribuzioni globali di fatto spettanti dalla data del licenziamento fino a quella dell’effettiva reintegra, senza considerare che l’assenza di colpa della società – che nell’assegnare le mansioni alla lavoratrice si era basata sul responso di loro compatibilità con le ridotte capacità lavorative emesso dall’ASL X di Venosa il 12.10.07 – avrebbe dovuto indurre la Corte territoriale a ridimensionare l’entità del risarcimento, se non ad escluderlo del tutto.
3.2. Il motivo è infondato.
La colpa della ricorrente nell’avere adibiti l’intimata a mansioni incompatibili con le sue ridotte capacità lavorative è stata verificata in punto di fatto, con accertamento non sindacabile in sede di legittimità, dalla Corte territoriale in base alla certificazione proveniente dall’Ambulatorio di Medicina del Lavoro dell’Ospedale (OMISSIS) e al responso del Collegio Medico dell’ASL attivato dalla società medesima ex art. 5 legge n. 300 del 1970.
Né risponde al vero (sempre secondo l’accertamento effettuato dai giudici di merito) che le mansioni di saldatura a punti mediante assemblaggio su macchine manuali (che richiedono una più elevata soglia di attenzione ed acutezza visiva) siano praticamente identiche a quelle su macchine automatiche (solo queste ultime erano state ritenute compatibili dal Collegio Medico).
Infine, sempre la sentenza impugnata ha accertato in punto di fatto che anche il confronto con il rendimento degli altri addetti alle stesse mansioni è stato falsato dall’essere stato eseguito rispetto a lavoratori tutti normodotati operanti nel medesimo reparto, il che ha fatto ulteriormente risaltare il minor rendimento di chi, come l’odierna intimata, già non era in condizioni di svolgere le mansioni che la società ricorrente le aveva illegittimamente assegnato noncurante delle sue ridotte capacità lavorative.
4.1. In conclusione, il ricorso è da rigettarsi.
Non è dovuta pronuncia sulle spese, non avendo l’intimata svolto rituale attività difensiva per le ragioni chiarite nel paragrafo che precede sub 1.1.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.
Ai sensi dell’art. 13 co. 1 quater d.P.R. n. 115/2002, come modificato dall’art. 1 co. 17 legge 24.12.2012 n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del co. 1 bis dello stesso articolo 13.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI