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Lo sai che? Polizza vita: così ti frega con il fisco

Lo sai che? Pubblicato il 19 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 luglio 2017

Ogni acquisto eccessivo rispetto al potere di spesa del contribuente può far scattare il redditometro.

Acquistare una polizza vita è un modo per assicurare il futuro della propria famiglia e, nello stesso tempo, tutelarsi anche dal rischio dei creditori trattandosi di un bene non pignorabile. Ma i rischi non mancano anche per questo tipo di contratti, almeno per chi dichiara poco al fisco. A dirlo è una sentenza di poche ore fa della Cassazione che sdogana l’utilizzo del redditometro anche sulle polizze assicurative. Ma procediamo con ordine e vediamo perché, tramite un’innocua polizza vita, il fisco può fregarti”.

Lo abbiamo già visto con il Telepass e con il mutuo troppo alto: ogni volta che un contribuente spende di più di quanto guadagna, questi diventa oggetto delle “attenzioni” dell’Agenzia delle Entrate. E così avviene anche quando si stipulano delle polizze assicurative “vita”, che tuttavia di fatto hanno la stessa funzione delle polizze di investimento: se i premi da pagare alla compagnia sono troppo alti rispetto a quanto dichiarato dal titolare, il fisco può notificare un accertamento e recuperare a tassazione l’Irpef evidentemente evasa.

Chi mai, guadagnando quel che basta per mantenere sé e la propria famiglia, è disposto ad attivare un’assicurazione sulla vita il cui premio potrebbe consentirgli altrimenti di pagare le bollette di un anno intero? La cosa “puzza”, dice il computer dell’Agenzia delle Entrate, in grado di confrontare le entrate con le uscite sostenute da ogni italiano. Così, se lo stipendio denunciato dal contribuente nella propria dichiarazione dei redditi è troppo basso per sostenere i premi da erogare all’assicurazione, non può che esserci una sola spiegazione: ci sono dei guadagni in nero, maggiori rispetto a quelli dichiarati. Guadagni che, pertanto, vanno tassati. Non un reato, ma un illecito tributario che può portare all’applicazione di sanzioni particolarmente elevate. E se non si paga neanche queste arriva la famigerata cartella di pagamento dell’Agenzia Entrate Riscossione e, in ultima istanza, il pignoramento.

La Cassazione ricorda il meccanismo su cui si basa il redditometro: una rilevazione di spese superiori ai guadagni che esonera il fisco dal dover dimostrare l’evasione fiscale. È piuttosto il contribuente, in sede di chiarimenti richiestigli con la lettera delle Entrate, a dover provare la regolarità dei propri conti e di come riesca a sostenere la spesa. Il che potrebbe anche avvenire con aiuti economici di familiari, donazioni, vincite o risarcimenti del danno.

note

[1] Cass. sent. n. 17793 del 19.07.17.


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