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Foto, filmati e registrazioni di un tradimento: sono prove valide?

20 luglio 2017


Foto, filmati e registrazioni di un tradimento: sono prove valide?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 luglio 2017



Infedeltà coniugale: possibile dimostrare in tribunale il tradimento producendo i file di una registrazione video o audio di un rapporto sessuale in atto.

Come si fa a dimostrare un tradimento? Non è facile dare prova, nel corso di una causa di separazione o divorzio, dell’infedeltà coniugale quando si tratta di comportamenti che, per loro natura, avvengono nella più completa privacy e al riparo da occhi indiscreti. Senza il supporto di documenti testuali (una chat, un sms, un’email), fotografie, registrazioni audio o video, dichiarazioni di testimoni (fosse anche l’investigatore privato, assoldato dal coniuge proprio per pedinare il partner), si va poco lontano e si rischia di perdere la causa. In altri termini il semplice sospetto di un tradimento, generato da indizi non gravi e fumosi, non potrà mai convincere il giudice a dichiarare la «separazione con addebito». Se poi, a queste difficoltà, si aggiunge anche il rispetto dell’altrui privacy e i divieti connessi all’interferenza nella vita privata del coniuge, la prova dell’infedeltà coniugale diventa praticamente impossibile. Proprio per questo, a detta della giurisprudenza, sono possibili alcune limitazioni alla riservatezza quando si tratta di far valere, in tribunale, un proprio diritto. Alla luce di ciò, è lecito chiedersi se foto, filmati e registrazioni di un tradimento sono prove valide in una causa di separazione e divorzio. La risposta è stata di recente fornita dalla Cassazione [1].

Secondo la Corte, non commette reato il marito che fornisce al giudice un file con le immagini della propria moglie durante un rapporto sessuale con il suo amante per ottenere un taglio dell’assegno di mantenimento.

Non è la prima volta che un tribunale riconosce il diritto di utilizzare gli altrui dati personali per esercitare una difesa. Come abbiamo spiegato già nella guida Infedeltà: quali prove per inchiodare il coniuge che tradisce, secondo alcuni giudici, nell’ambito familiare, la privacy subisce una compressione derivante dalla condivisione dei medesimi spazi. Il che significa che impossessarsi, ad esempio, del cellulare del coniuge o del convivente, lasciato su un tavolo o sul divano, e leggere chat e messaggi non costituisce reato. Pur se comunque non mancano i tribunali secondo cui le prove acquisite in violazione dell’altrui riservatezza possano essere utilizzate in processo, arriva ora la Cassazione a mettere un punto definitivo sulla questione. Anche foto, filmati e registrazioni di un tradimento sono prove valide. Questo perché è vero che la legge [2] punisce l’illecito trattamento di dati altrui, ma solo quando si tratta di conseguirne un ingiusto profitto, cosa che non ricorre quando di agisce per tutelare un proprio diritto in tribunale, come nell’ipotesi di una causa di separazione o divorzio.

In passato la Cassazione ha già avuto modo di precisare che, in tema di trattamento illecito di dati, spetta sì la facoltà difendersi utilizzando registrazioni video e audio del coniuge infedele ma ciò comunque «nel rispetto dei doveri di correttezza, pertinenza e non eccedenza stabiliti dalla legge»; pertanto la legittimità della produzione in giudizio di documenti contenenti tali dati sensibili va valutata caso per caso, in base al bilanciamento tra il contenuto del dato, cui va correlato il grado di riservatezza, e le esigenze di difesa [3]. Sempre la Corte [4] ha chiarito che la produzione di dati personali per far valere i propri diritti in una causa non costituisce violazione della privacy in quanto i dati stessi vengono raccolti e gestiti nell’ambito del processo stesso: la titolarità, dunque, del trattamento spetta al giudice e non più al privato.

Ebbene, nella sentenza in commento la Cassazione ricorda che il reato di illecito trattamento dei dati scatta solo quando si agisce «per fini esclusivamente personali»; il che significa che se tali fini non sussistono, il privato non commette illecito penale. Non vi è dubbio, a questo punto, che foto, filmati e registrazioni di un tradimento sono utilizzate in causa non già per «scopi personali» ma per difendersi dalla richiesta, ad esempio, dell’assegno di mantenimento. Il che significa che sono prove valide e possono essere liberamente usate.

Del resto la legge [5] è esplicita nel consentire il trattamento del dato personale senza il consenso dell’interessato quando ciò è necessario allo svolgimento di investigazioni difensive o per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattati solo per tale finalità e per il periodo necessario al loro perseguimento. Anche il Garante della Privacy riconosce come lecito il trattamento di dati personali idonei a rivelare la salute o la vita sessuale di una persona quando ciò serve per difendersi in causa.

Detto ciò, l’unico modo che ha la controparte per difendersi dalla produzione avversaria è contestare l’attendibilità della foto o della registrazione. Questo perché la nostra legge considera tali “documenti” come semplici «riproduzioni meccaniche», soggette a contestazione. La contestazione toglie ogni attendibilità a tale tipologia di prova. Ma non può essere una contestazione qualsiasi: essa deve fondarsi su valide ragioni. In altre parole, bisogna insinuare nel giudice il dubbio che la foto o il filmato non sia attendibile perché, ad esempio, i soggetti ritratti non sono riconoscibili o la data in cui è avvenuta l’acquisizione non è certa e potrebbe riferirsi ad episodi non pertinenti alla causa. Prova tutt’altro che agevole. Di certo, la stessa produzione in giudizio di foto e video ritraenti il rapporto sessuale del coniuge è per l’altro già una mezza vittoria.

note

[1] Cass. sent. n. 35553/17.

[2] Art. 167 L. 196/2003.

Art. 167. Trattamento illecito di dati
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sè o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 18, 19, 23, 123, 126 e 130, ovvero in applicazione dell’articolo 129, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi.

[3] Cass. sent. n. 35296/2011

[4] Cass. sent.n. 3034/2011.

[5] Art. 24 L. 196/2003.


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