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L’avvocato su Internet: cosa deve sapere per non sbagliare?

Pubblicato il 20 luglio 2017

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> Pubblicato il 20 luglio 2017

Riportiamo gli atti della relazione tenuta dall’avvocato Angelo Greco, direttore di La Legge per Tutti, in un incontro presso la Camera dei Deputati, incentrato sul tema «Comunicare il diritto su internet».

Sapete qual è il vantaggio del web rispetto alla televisione? Che ti dice i gusti della gente. Non calcoli statistici o percentuali. Ma dati effettivi. E in tempo reale. Google dà la possibilità a chiunque gestisca un sito di sapere, nell’ordine del secondo, quante visite fa un articolo, quanto tempo la gente rimane sulla pagina, da dove proviene, cosa ha cercato sul motore di ricerca prima di approdare sul tuo sito, in quale social ha trovato il link. Il web profila ogni passo dell’utente. Se la televisione crede ancora che parlare di cucina e di quattro persone tatuate su un’isola caraibica corrisponda all’interesse massimo degli italiani è perché non ha mai visto cosa succede, sulla piattaforma di Google Analytics, quando pubblichi un articolo su come liberarsi dai debiti con il fisco o del mantenimento da versare all’ex moglie.

Internet ti rivela i gusti della gente, ossia il punto di arrivo della ricerca partita dal motore. Ma ti dice anche il punto di partenza, ossia la domanda che viene posta  al motore di ricerca. Se dunque la televisione vuol essere – ed è stata a lungo – indirizzo per la società (a volte i gusti vengono determinati proprio dal comportamento di un conduttore o dalle canzoni trasmesse in un festival), il web è lo specchio della società, è la società stessa, nella sua fase dinamica. Perché il web si aggiorna in tempo reale (mentre la televisione non si aggiorna mai).

Ecco perché conoscere il web significa conoscere la società che ci circonda: per quanto ci dia spesso uno spaccato deplorevole, triste, a volte raccapricciante del mondo attorno a noi, se ogni giorno dieci milioni di persone scrive la parola «debito» sul motore di ricerca non è una fiction, non è frutto di pubblicità pagata, non è perché il direttore della rete televisiva è cambiato.

Che vi piaccia o no, siamo di fronte a uno strumento che ci dice come siamo noi stessi, come cambiamo, cosa vogliamo nell’intimo della nostra stanza quando nessuno ci vede (almeno così crediamo).

Ne volete una prova? La più grande rivoluzione all’interno di internet sono stati i social. Si è passati da un web 1.0 dove l’unico protagonista era il sito statico – né più né meno di un libro in formato elettronico con un indice potentissimo – ad un web 2.0 dove a parlare sono invece gli utenti che si confrontano tra di loro. Sono arrivati i forum, le chat e infine Facebook. L’evoluzione dell’uomo ha descritto la medesima parabola: siamo passati da individui solitari ad individui sociali. Le aggregazioni sono state la prima evoluzione dell’uomo, che ha così conosciuto il linguaggio e le leggi.

Internet quindi è una riproposizione, in chiave telematica, dell’uomo stesso.

La gente ricorre a Google per fare domande e a Facebook per avere conferme. Se la gente fa domande vuol dire che non conosce le risposte o che non le ha ben capite. Ed è qui che si apre un grosso spazio per il professionista. Il professionista non è più intermediario, uno a cui si delega. Quanti di voi, andando dal medico, gli chiedono a cosa serve una medicina o perché si intende operare piuttosto che eseguire una cura farmacologia? Comunicare il diritto sui social significa uscire fuori dalla propria professione e parlare il linguaggio dell’uomo medio.

Non ho difficoltà a dire che questa capacità manca al 90% degli avvocati. Prima di iniziare la mia avventura per «La Legge per Tutti» avevo un lessico di cui oggi mi vergogno (spesso dico che sono un “avvocato pentito”). Badate: non si tratta di un’abitudine a parlare in un determinato modo (del resto, se così fosse anche coi propri figli, con la propria moglie o negli sms si dovrebbe dire «Ebbene», «Ordunque», «Ho statuito che»), ma di un inconscio rispetto per la fatica sostenuta in passato per acquisire il titolo. «Se mi sono sforzato così tanto a leggere, studiare e imparare, è giusto che tutti lo sappiano». Insomma, parlare come l’uomo medio a molti sembra svilire le fatiche passate, sembra deprezzare la propria professionalità.

Siamo anche vittime di un modo di ragionare complesso e articolato, che cerca, prima ancora della spiegazione della regola concreta, di giustificare il principio astratto. Ed anche questo penalizza il professionista 1.0 e lo allontana dal professionista 2.0.

In ultimo non bisogna mai dare per scontata la domanda dell’utente. Quando si fa una ricerca su internet è perché dietro c’è un’esigenza, un problema. Il professionista deve allora:

  • prima interrogarsi su quale sia il bisogno della gente,
  • poi far comprendere che per esso esiste una soluzione
  • infine dire nella pratica come ottenere la soluzione.

L’uomo medio vuol sapere solo come fare; non gli interessa capire perché e le ragioni al pari del malato che non si interessa di sapere come agisce un’aspirina sui sensori del dolore o come un antibiotico agisce sui virus. Ci interessa solo la pratica al pari di come vogliano conoscere il libretto di istruzioni del forno a microonde.

Insomma, bisogna dare dei veri e propri tutorial. Vi raccapriccia l’idea che l’avvocato debba scrivere dei tutorial? Anche Newton diceva che la forza di gravità non esiste. Ebbene, io avrei voluto dire a Newton: «Se davvero credi che la forza di gravità non esiste, buttati dalla finestra e dimostramelo».

Si potrà dire tutto quello che si vuole contro questa situazione – che il cliente non deve capire, che il cliente non ha studiato per capire, che è l’avvocato a dover agire per conto suo – ma se davvero lo crediamo dovremmo applicare il principio a qualsiasi scienza. Se il cliente non è fatto per capire il diritto, l’avvocato non è fatto per capire come si cura un mal di denti.

Provate a dire al vostro cliente «Tu non ti preoccupare, non sei fatto per capire; ci penso io e basta. Tu devi solo pagare».

Internet sarà il futuro anche per il diritto. C’è un punto di cui il legislatore non può fare a meno di considerare: se il popolo si esprime ormai sul web, internet diventa un “faro sociale” per il legislatore. E del resto, se è vero che la legge non è neutrale, ma è un’espressione politica, e la politica è “serva” del popolo, la legge oggi ha un nuovo padrone: internet.

Internet crea il diritto. Ma anche comunica il diritto. Clicchi sul tasto “condividi” e quello che sai tu lo sanno, in un attimo, altre centinaia di persone. Insomma, non si può più nascondere la scelta di un governo dietro una manovra di fine anno, quando la gente è intenta a comprare i regali di Natale, o con la legge speciale di inizio agosto, quando tutti sono sotto l’ombrellone. Perché oggi, in ogni situazione, la gente ha lì, nella mano, il proprio cellulare.

Bisognerebbe spiegare ai giovani che stanno imparando oggi una professione di avere il coraggio di prendere atto di questa profonda rivoluzione e cambiare tutto: che senso ha imparare da un maniscalco a battere ferri di cavallo in un’epoca in cui si sta passando dalla carrozza all’automobile?  Quando una formica vuole mangiare, si incolonna in una fila di altre mille formiche, davanti a una mollica di pane, in attesa del proprio turno. Se della mollica, poi, non avanza più nulla, la formica non mangia.

Molti ragazzi, quando devono cercare lavoro, copiano i loro precettori e quello che hanno fatto le generazioni precedenti, senza preoccuparsi di creare una propria identità e una propria idea. Fanno, cioè, come le formiche, che seguono una fila di altre mille formiche nella speranza che, anche per loro, resti una parte di briciola. Nessuno però pensa di uscire dalla fila e cercare una mollica nuova. Nessuno pensa di essere l’inizio di una nuova fila.


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